sabato 30 maggio 2009

«I talebani mi vogliono morta»

Lewis Samar Minallah paga per le immagini della 17enne flagellata dagli integralisti in Pakistan
ISLAMABAD - L’accusa è di quelle che non perdonano: offesa alla reputazione dei talebani e della popolazione nella vallata di Swat. E così è anche la condanna: morte per lei, Samar Minallah, e minacce altrettanto letali alla sua famiglia. «Ho paura, davvero tanta. Da quando un mese fa è scoppiato lo scandalo della ragazza di Swat frustata dai talebani non ho più pace. Per me è cambiato tutto. Temo per i miei due figli di 11 e 16 anni, temo per mio marito. I talebani hanno già annunciato di avere pronti alcuni attentatori suicidi per ucciderci appena possibile», ci dice per telefono dal suo nuovo nascondiglio.
Non è la prima volta che la 41enne Samar viene attaccata direttamente dai talebani. Nata a Peshawar da una nota famiglia pashtun, da oltre 20 anni dedica tutte le sue energie alla lotta per l’emancipazione femminile nelle «zone tribali» e nel Pakistan rurale. A questo fine ha fondato una sua organizzazione non governativa, la
Ethnomedia. Un suo video qualche anno fa venne anche premiato alle Nazioni Unite per il coraggio con cui denunciava la tradizione di sposare le bambine agli anziani per dirimere le dispute tra clan rivali. E immancabilmente le piovvero contro le accuse di «tradimento» e di «essersi venduta ai nemici dell’Islam e del Pakistan». «Ma questa volta è grave, molto grave. Ne va della nostra vita», dice quasi mangiandosi le parole.
È la prima volta che Samar accetta di essere intervistata da un giornalista da quando, un mese fa, è fuggita in clandestinità. Il fatto è noto. Samar il primo di aprile scorso diffuse il filmato ripreso da un telefonino di un gruppo di talebani che nel villaggio di Matta, nel cuore della vallata di Swat oggi al centro dell’offensiva militare pakistana, flagellavano Chand Bibi, una diciassettenne sospettata di avere una relazione «illecita» con il suocero. Le immagini della giovane donna a terra, tenuta per le gambe e le braccia dai suoi aguzzini con il turbante scuro in testa fecero il giro del mondo. I maggiori commentatori pakistani sostengono unanimi che contribuirono a instillare nell’opinione pubblica nazionale questo nuovo e diffuso sentimento anti-talebano che sta al cuore della legittimazione dell’offensiva militare. «In un primo tempo gli stessi talebani dissero che quello era un’azione legittima, nel pieno rispetto della legge islamica. Poi però ritrattarono, dissero che il video era falso, si resero conto che giocava contro di loro, convinsero persino Chand Bibi a negare che il fatto fosse mai avvenuto. È allora che sono scattate le minacce», ricorda Samar.
E lei come si è difesa? «Non ho difese. Ho dovuto cambiare casa. Con la mia famiglia ci troviamo in gravissime difficoltà economiche. Temo per il mio bambino più grande che va a scuola. Muslim Khan, portavoce di Sufi Mohammad, uno dei leader di Swat, ha dichiarato anche alle televisioni locali, non ultima GeoTv diffusa in tutto il Paese, che io sono una vergogna per l’islam. E ho ricevuto tantissime telefonate minatorie, minacce di ogni tipo». Le autorità non la difendono? Dopo tutto è in corso una guerra aperta con i talebani di Swat. «Il ministro dell’informazione per le province delle zone tribali, Iftikhar Hussein, da Peshawar mi ha pubblicamente accusata di aver danneggiato l’accordo sull’applicazione della Sharia a Swat. Dal primo di aprile almeno tre attiviste di organizzazioni non governative pakistane che lavorano per i diritti delle donne sono state assassinate, altre nove sono minacciate».
E che ne è stato di Chand Bibi? «Non so. Sembra fosse stata punita perché rifiutava di sposare un militante talebano. Ma ora a Swat regna il caos. Chand Bibi potrebbe già essere morta». L’offensiva anti-talebana in corso potrebbe migliorare la situazione a Swat? «È troppo presto per dire. Io lo spero ardentemente. Ma anche in passato l’esercito ha compiuto operazioni simili, che sono finite nel nulla. C’è il rischio molto serio che tutto questo abbia effetti controproducenti e spinga addirittura nuovi giovani ad arruolarsi tra i ranghi talebani. Non sarebbe la prima volta».
30 maggio 2009 Corriere della Sera da Io Donna dal nostro inviato Lorenzo Cremonesi

martedì 19 maggio 2009

Albuquerque, scoperta la fossa delle prostitute uccise

Beautymasriera y manovensRecuperati i corpi di dodici donne: una era incinta. Le vittime erano sparite tra il 2001 e il 2006
DAL NOSTRO CORRISPONDENTEWASHINGTON – Christine Ross portava spesso il suo cane Ruca a passeggiare nella West Mesa, l'area semi-desertica alla periferia di Albuquerque, in New Mexico, una volta sacra agli indiani Navajo. Ma il 2 febbraio scorso, la passeggiata prese una piega strana.Nel terreno, spianato di recente per una lottizzazione, Ruca fiutò qualcosa. Gli bastarono poche zampate per tirarne fuori un osso, piuttosto largo. A Christine sembrò un femore. Ma ebbe un sospetto: «Non era una cosa normale, istintivamente pensai che non doveva essere lì». Così fece una foto col cellulare e la mandò subito alla sorella infermiera, per una conferma. Ci vollero pochi minuti, poi il verdetto apparve sul display: «Oh my God, it's human», è umano. La telefonata successiva fu quella alla polizia. Gli scavi cominciarono lo stesso giorno.FOSSA - Tre mesi e 50 mila metri cubi di terra rimossa dopo, quell'angolo della West Mesa è diventato la più grande "scena del delitto" mai vista negli Stati Uniti. Una fossa profonda 8 metri, ribattezzata the bowl, la scodella, al centro di un'area vasta una cinquantina di ettari. L'ultimo giorno ufficiale delle ricerche è stato il 25 aprile. Mucchi di ossa alla volta, settimana dopo settimana, hanno tirato fuori e i resti dei corpi di 12 giovani donne. Una era incinta. Finora ne hanno identificate solo sette: Monica Candelaira, 21 anni; Veronica Romero, 26; Cinnamon Elks, 31; Jiulie Neto, 23; Victoria Chavez, 28; Doreen Marquez, 27 e Michelle Valdez, 22, a quattro mesi di gravidanza.MASSACRATE - Tutte erano sparite tra il 2001 e il 2006. Tutte erano ispaniche. Tutte facevano la vita nella War Zone di Albuquerque, il quartiere dove prostitute, tossicodipendenti e spacciatori di droga dominano il paesaggio urbano. Tutte si conoscevano fra di loro. Alcune erano madri. Alcune informatrici degli agenti. Tutte avevano detto di temere per la propria vita. E tutte sono state massacrate, con modalità che la polizia si rifiuta di rivelare, ma che il tam-tam delle indiscrezioni e la vox populi raccontano ferine, selvagge, raccapriccianti.RABBIA - Le famiglie sono devastate. Gonfie di una rabbia alimentata da anni di frustrazioni, di fronte al muro del silenzio eretto da agenti e investigatori. Mai una telefonata restituita. Mai una pista, offerta dai parenti, verificata e men che meno seguita: «Non ci hanno mai ascoltato», dice Lori Gallegos, amica del cuore di Doreen Marquez. Il sospetto di un pregiudizio razzista grava su polizia e media: «Una come Michelle Valdez non faceva notizia, non era una giovane studentessa bionda e dagli occhi azzurri, sparita da uno dei quartieri bene della città. Né lei, ne le altre sono mai state cercate veramente in questi anni», dice Joline Gutierrez-Kruger, la reporter dell'Albuquerque Journal che da mesi lavora al mistero della West Mesa. È stata lei a raccogliere la testimonianza degli amici di Cinnamon Elks, che nell'agosto del 2004, poco prima di svanire, disse loro: «Un poliziotto corrotto taglia la testa di molte prostitute e le seppellisce nella Mesa». Solo suggestioni di una ragazza terrorizzata?LE PISTE - Una cosa sembra certa: i delitti di Albuquerque sono opera della stessa persona o gruppo di persone. Eppure nessuno parla di serial killer. La teoria più accreditata è che West Mesa sia da anni il cimitero preferito da bande criminali, spacciatori e magnaccia. E comunque, come ha spiegato il capo della polizia locale, la lista dei sospetti e dei possibili moventi è lunga. Ma purtroppo anche piena di morti e di chiacchiere. Include un uomo che nel 2006 strangolò una prostituta ma poi venne ucciso; un prosseneta morto quest’anno di cause naturali; i membri di una delle bande della droga di Albuquerque, che avrebbero usato le ragazze come corrieri e poi le avrebbero eliminate per timore che parlassero; qualche squilibrato che avrebbe ucciso perché convinto di "fare il volere di Dio". Teorie addizionali: l'assassinio di una giovane donna come rito d’iniziazione e, dulcis in fundo, l’omicidio su commissione, ordinato da potenti figure politiche locali, legate al mondo della prostituzione e della droga.I PRECEDENTI - Dietro la facciata della terra d’incanto, il New Mexico mostra così nuovamente il suo lato oscuro, quello che spesso ha visto decine di giovani donne pagare con la vita il peccato di averlo guardato troppo da vicino. Delitti a catena al femminile vennero consumati già negli Anni Settanta e poi nei Novanta a Santa Fè. E già allora le inchieste rivelarono torbidi intrecci tra le bande della droga, la polizia, alcuni politici. Il mistero della New Mesa forse è solo una replica.
Paolo Valentino 18 maggio 2009 Corriere della Sera

venerdì 10 aprile 2009

Piaghe d'Egitto

Simone Martini«Le tenebre dovute alla cenere. E le acque si arrossarono a causa di alcune erbe»
Le Piaghe d'Egitto? Eruzioni e tsunami
Una geologa americana cerca di spiegare scientificamente gli episodi narrati nell'Esodo
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE GERUSALEMME – «Tutte le acque che erano nel Nilo si mutarono in sangue». «Le rane uscirono e coprirono l’Egitto». «Infierirono le zanzare sugli uomini e sulle bestie». «Una massa imponente di mosconi entrò nella casa del Faraone». «Morì tutto il bestiame». «Grandinata così violenta non vi era mai stata». «Le cavallette assalirono tutto il Paese». «Vennero dense tenebre per tre giorni»… Più incalzante d'una cronaca, più preciso d’un inviato sulle catastrofi. Il Libro dell’Esodo è l’unica testimonianza delle Piaghe d’Egitto, di quella serie d'incredibili disastri naturali che alla fine convinsero il signore delle Piramidi a mollare Mosè, libero col suo popolo e col suo Signore. L’unica, perché nessun geroglifico ne fa menzione. L’unica, perché nessuno scienziato ha mai trovato prove di quei cataclismi. Ora s’avventura il libro d'una geologa americana – titolo: "The Parting of the Sea", la separazione del mare, Princeton University Press -, con una teoria che rimbalza in Israele e fa rumore, specie in questi giorni in cui si celebra la Pasqua ebraica: ciò che più di 3.600 anni fa sconvolse l’Egitto, compreso il Passaggio attraverso il Mar Rosso, fu «una serie di fenomeni climatici tipica delle eruzioni vulcaniche».ESPLOSIONI - Tutto iniziò da due gigantesche esplosioni nel Mar Egeo, sostiene la professoressa Barbara J. Sivertsen, docente all'università di Chicago. La prima dal vulcano dell'isola greca di Santorini, che per la data (1.628 aC) coincide col primo esodo biblico. Le tenebre e la grandine calate sugli Egizi, altro non furono che la conseguenza naturale di «cenere e polveri acide»; la morìa del bestiame e gli sciami d’insetti, tipici effetti degli sconvolgimenti climatici provocati dall’eruzione; le acque arrossate, «dovute a un aumento delle erbacce rosse che si moltiplicano regolarmente, come risultato delle ceneri vulcaniche». E le rane che saltarono fuori dagli stagni? «Pure voi – scrive l’ironica geologa -, se foste una rana, scappereste subito da acque ridotte in quelle condizioni». La sola piaga che la professoressa Siversten non collega direttamente all’eruzione, è la morte dei primogeniti egiziani: «E’ probabile che molti prodotti della terra fossero avvelenati. Ed era cibo che agli Ebrei non era consentito toccare».TUSNAMI - La seconda eruzione, databile nel 1.450 aC, colpì invece l’isola di Yali. Qui la teoria, un po’ più confusa, afferma che le spaventose onde sismiche provocarono una serie di tsunami che raggiunsero addirittura il Mar Rosso: così si spiegherebbero le onde improvvise che sommersero l'esercito del Faraone, mandato all’inseguimento del popolo in cammino. «Trattare in modo scientifico l’Esodo sta diventando una disciplina», dice il professor Benny Shanon, che all’Università ebraica di Gerusalemme insegna psicologia cognitiva e l’anno scorso fece scalpore con una sua teoria sulle Tavole della legge: «La Bibbia racconta che gli Ebrei sentirono una voce dal cielo, videro luci e montagne fumanti, mentre Mosè riceveva i Dieci comandamenti. La mia idea, in realtà, è che si sia trattato di un'esperienza di droga collettiva. Nel Negev e nel Sinai ci sono piante, famiglia delle acacie, che i beduini usano ancora oggi. Hanno le stesse proprietà allucinogene dell'ayahuasca, diluita in pozioni anche dagli indios dell’Amazzonia, e provocano proprio quegli effetti: bagliori, suoni assordanti, visioni oniriche…». Quando Shanon pubblicò la sua teoria, l'indignazione degli ultraortodossi esplose come un vulcano. La geologa Siversten lo sa e prende le distanze, prudente: «Sono d’accordo che non si potrà mai sapere con assoluta certezza che cosa accadde, a quei tempi. Ma io mi baso su fatti accaduti, come le eruzioni. E sono convinta che le mie ipotesi spieghino molto meglio di altre».
Francesco Battistini 09 aprile 2009 Corriere della Sera

giovedì 2 aprile 2009

Rettori per sempre

ChicarroRettori per sempre
Viaggio nelle università italiane per scoprire i Magnifici più inamovibili e i loro parenti FLAVIA AMABILE
Quasi un rettore di università su tre ha avuto ben salda sotto di sé la sua poltrona almeno per dieci anni. Parliamo di quelli in carica, se si dovesse estendere il calcolo anche ai Magnifici usciti di scena il dato potrebbe aumentare. Perché negli ultimi tempi qualcuno è stato costretto ad andare via ma in molti resistono ancora, a dispetto di tutto e tutti. Il meccanismo è semplice: esiste uno Statuto, prevede un limite massimo di mandati per il rettore. Ma il rettore non sarebbe colui che regge l’università se non avesse anche il potere di modificarne lo Statuto con l’appoggio del Senato accademico. Ed ecco che i rinnovi dei mandati possono dilatarsi senza difficoltà fino al record finora imbattuto di Brescia dove Augusto Petri ha sfidato ogni norma e ogni vincolo rimanendo in carica incontrastato dal 1983, pari a nove mandati. Il ministro dell’Istruzione promette di spazzare via questo ed altri marchingegni con un disegno di legge che dovrebbe vedere la luce nelle prossime settimane e poi essere dato in pasto alle camere per essere esaminato e, eventualmente, anche lui modificato. In attesa del provvedimento, il record di attaccamento alla poltrona spetta proprio a Brescia, città di origine del ministro, profondo nord. Il secondo posto tra i rettori-sauri va a Gennaro Ferrara, alla guida dell'Università Napoli Parthenope dal 1986. Scadrà nel 2010, dopo aver regnato per 24 anni sulle sorti dell’ateneo. In due decenni e mezzo lui, ex mastelliano poi confluito nell'Udc, ha avuto modo di veder arrivare vincitori ai concorsi due generi e una figlia. La seconda moglie, una sua ex allieva, invece, si è inserita nel settore delle consulenze. Pasquale Mistretta siede da diciotto anni sulla poltrona di rettore dell’Università di Cagliari: sei mandati rinnovati senza troppo pensarci su, un figlio tra i docenti e nessun tipo di scrupolo. Anzi, è convinto che «esista un rapporto fiduciario che porta all’assunzione di figli». Augusto Marinelli, rettore dell'Università di Firenze al terzo mandato, per tre anni è stato nel mirino della magistratura, i giudici volevano vederci chiaro sull’assunzione di suo figlio Nicola, nel 2002 promosso ricercatore di Economia Agraria grazie ad un concorso bandito dalla facoltà di Medicina. Da Firenze l'inchiesta è passata a Trieste, e anche se il pm ha chiesto l'archiviazione, ha tenuto a precisare che nel sistema ci sono delle «anomalie». Qualcuno, dopo aver visto sottolineare le «anomalie» abbandona la poltrona. Come Giancarlo Pellacani, rettore dell’università di Modena scaduto lo scorso anno e padre di Giovanni, professore associato in dermatologia diventato ordinario in una prova bandita dal corso di laurea in odontoiatria a 36 anni. Ma sono molti di più quelli che restano e che reagiscono alle critiche. Pier Ugo Calzolari è rettore dell’Università di Bologna dal 2000. Dopo aver stilato un codice antinepotismo ha querelato chi gli ricordava che il figlio Giacomo era docente ad Economia: «E’ stato danneggiato dalla nostra parentela», ha avvertito. Guido Trombetti, dal 2001 Rettore dell'Università degli Studi di Napoli Federico II. La figlia nel suo stesso ateneo, la Federico II: «Tuttavia, finché si rispetta la legge non vedo quale sia il problema» perché «l'importante è che prevalgano sempre capacità e merito a prescindere dai cognomi». A Salerno non tutti hanno gradito la nomina a ricercatore il figlio di Raimondo Pasquino, rettore da nove anni: era l'unico candidato al concorso. Enrico Decleva è rettore dell’Università degli studi di Milano dal 2001. E’ anche presidente della Crui, la Conferenza dei Rettori. La moglie, Fernanda Caizzi, è stata condannata a un anno di reclusione per abuso d’ufficio e a uno d’interdizione dai pubblici uffici per aver danneggiato la professoressa Antonina Alberti durante un concorso. Luigi Frati non entra nella classifica dei rettori più resistenti perché solo da due anni ha sostituito l’inossidabile Ruggero Guarini alla guida dell’Università La Sapienza di Roma. In realtà ne ha fatto le veci a lunga prima della nomina ufficiale e in quanto a attaccamento familiare all’università si batte bene: a Medicina, la sua facoltà, lavorano la moglie Luciana Angeletti, il figlio Giacomo e la figlia Paola. La figlia nell’aula magna di Patologia ha voluto celebrare anche la festa di nozze. Ruggero Guarini, il suo predecessore, è scomparso dalle scene ma non senza essere stato iscritto nel registro degli indagati per abuso d'ufficio: la procura di Roma indaga su un possibile scambio di favori con l'architetto Leonardo di Paola, presidente della Cpc, la società che si è aggiudicata i lavori (8,8 milioni di euro) per la realizzazione del parcheggio della città universitaria, ma anche docente di Estimo e presidente della commissione che ha promosso Maria Rosaria Guarini, la figlia dell’ex rettore, a ricercatrice in Estimo. La secondogenita di Guarini, invece, si chiama Paola e insegna architettura degli interni: tutte e due erano state dipendenti amministrative prima di salire in cattedra. Come amava sottolinare Fabio Mussi quando era ministro dell’Università: «Certi consigli di facoltà sembrano Natale in casa Cupiello». La Stampa

martedì 31 marzo 2009

Sempre meglio

KlimtClinton: «I diritti delle AFGHANE motivo di preoccupazione». FRATTINI: «KABUL CHIARISCA»
«Afghanistan, pronta la legge che obbliga le donne a concedersi ai loro mariti»
Polemiche sulla norma che secondo fonti Onu legalizza lo stupro nel matrimonio
KABUL - Mentre all'
Aja la comunità internazionale discute del futuro dell'Afghanistan, scoppia la polemica, a Kabul e non solo, per una legge recentemente approvata dal parlamento afghano che, secondo l'interpretazione di fonti delle Nazioni Unite e di diverse associazioni per i diritti delle donne, obbliga le mogli ad avere rapporti sessuali con il marito e vieta loro di cercare lavoro, istruirsi o farsi visitare da un medico, senza aver prima il permesso del consorte. «I diritti delle donne in Afghanistan sono un motivo di «assoluta preoccupazione» per gli Stati Uniti, ha detto il segretario di Stato Usa Hillary Clinton, in un incontro stampa all'Aja. «Non si può sviluppare un paese se metà della sua popolazione viene oppresso», ha aggiunto la Clinton, senza citare la legge al centro delle polemiche.
IL NO DELL'ITALIA- La legge ha causato una levata di scudi anche in Italia: «Non possiamo girare lo sguardo dall'altra parte ed essere indifferenti a quanto sta accadendo in Afghanistan, un Paese che, anche se lontano, ha di fatto legalizzato la barbarie nei confronti delle donne»: ha detto il ministro per le pari opportunità, Mara Carfagna. «Siamo sdegnati» ha aggiunto la parlamentare del Pdl, Souad Sbai. Il governo afghano deve «smentire o chiarire» la questione della legge sulle donne che, secondo fonti di stampa britanniche, sarebbe stata recentemente firmata dal presidente Hamid Karzai, ha osservato il ministro degli Esteri, Franco Frattini.
POLEMICHE - Il provvedimento, bollato dalla parlamentare afghana Humairi Namati come «peggiore di quelli dei talebani», è stato votato alla fine del mese di marzo, ed è stato
reso noto dal Guardian. Duro il commento del «Fondo di Sviluppo delle Nazioni Unite per le Donne», che mette in guardia da questa legge, non ancora pubblicata ufficialmente, ma confermata dal ministro dell'interno afghano, che affida al padre e, in seconda battuta al nonno, la custodia dei figli in caso di separazione dei consorti. Un altro aspetto fortemente criticato da chi si oppone al provvedimento è la velocità con la quale si è giunti all'approvazione, limitando al minimo la discussione in parlamento. Shinkai Zahine Karokhail, un'altra parlamentare che si è opposta al provvedimento, non ha esitato a denunciare che il presidente Hamid Karzai ha approvato questa legge per garantirsi il sostegno della minoranza hazara (sciiti), che rappresenta circa il 10 per cento della popolazione, in previsione delle elezioni presidenziali che si terranno ad agosto. La costituzione afghana, infatti, riconosce agli sciiti concessioni in materia di diritto di famiglia molto simili a quelle che sono state adottate dal Parlamamento.
IL CONSENSO DEGLI SCIITI - Grande soddisfazione è emersa tra i politici di etnia hazara alla notizia dell'approvazione della legge. «Gli uomini e le donne hanno gli stessi diritti in base all'Islam, ma ci sono differenze nel modo in cui sono stati creati», ha affermato il leader del partito politico hazara, Ustad Mohammad Akbar, il quale ha poi aggiunto che la donna può rifiutare di avere rapporti sessuali con il marito se è indisposta o ha un'altra ragionevole "scusa". Secondo quanto scrive il quotidiano inglese, Karzai è diventato assai impopolare tra la popolazione afghana e starebbe cercando di riguadagnare il consenso degli sciiti in vista della scadenza elettorale che si preannuncia molto combattuta. Gli hazara, infatti, sono considerati dagli analisti politici l'ago della bilancia nella corsa alla Presidenza. Il portavoce di Karzai, interrogato in merito al nuovo provvedimento, non ha voluto rilasciare dichiarazioni.
31 marzo 2009 Corriere della sera

domenica 29 marzo 2009

Com'è lontano l'8 marzo

LefevbreIL REPORTAGE / La battaglia delle afgane che lavorano: "Con loro nessun accordo""Dicono che non possiamo lavorare, ma come facciamo a mantenere i figli da sole?"
Tra le poliziotte e le maestre di Kabul"Se tornano i Taliban per noi è la fine"
dal nostro inviato FRANCESCA CAFERRI
KABUL - Dietro la sciarpa nera che le nasconde il viso, la voce di Wahida suona dolce e tranquilla. "Il mio lavoro è occuparmi della sicurezza. Vigilo che tutti indossino casco e scarpe, perché nessuno si faccia male in cantiere". Mentre parla, intorno a lei si muovono decine di operai. Tutti uomini. Qualcuno le passa accanto e lancia sguardi di fuoco: lei finge di non vedere. Wahida è un nome falso. La giovane madre venticinquenne che parla nascosta dalla sciarpa è una delle due donne sugli 850 operai che stanno costruendo, con fondi americani, la nuova centrale elettrica di Kabul. Ogni giorno viene al lavoro insieme a suo marito, Sahid. Ogni giorno riceve minacce di morte. "Sono le persone con cui lavoro. Sono anche Taliban certo, ma qualcuno qui dentro li aiuta", dice. Mentre parla arriva un sms, Wahida lo apre e poi mostra il telefono: "Vede? Anche ora. Dicono che mi uccideranno se continuo a lavorare. Ma io non mi fermo. Il nuovo Afghanistan ha bisogno delle sue donne. E i politici che parlano di dialogo con i Taliban dovrebbero ricordarselo". La forza e il coraggio di donne come Wahida sono una delle prime cose che colpiscono quando si arriva in Afghanistan: dimenticati i proclami del 2002, quando si diceva che avessero buttato via i burqa e fossero pronte a prendere in mano il paese, la maggior parte delle donne qui vive ancora in una condizione di inferiorità. Poche fuori da Kabul osano andare in giro a viso scoperto. Poche vanno a scuola, meno ancora lavorano. Poi ci sono le eccezioni, come Wahida e la sua collega. O come le poliziotte Malika e Dilbar. O le studentesse Roobina, Parveen e Lida. Ragazze forti, che studiano, lavorano e sperano nel futuro. Donne che oggi hanno un motivo in più per avere paura. Messo alle strette dall'approssimarsi della scadenza elettorale - il voto è previsto ad agosto - e dal calo di popolarità, il presidente Hamid Karzai è tornato a proporre nelle settimane scorse un accordo ai Taliban moderati.
Finora la proposta è stata rifiutata, ma molte qui in Afghanistan temono che prima o poi le trattative si apriranno, e che gli ex studenti di religione possano tornare sulla scena. I diritti delle donne, a quel punto, potrebbero diventare merce di scambio della partita politica, proprio come è accaduto nella valle pachistana dello Swat. E i pochi passi in avanti verrebbero cancellati. "Non lo accetteremo, mai. Non torneremo indietro" dice Roobina. Gli occhi a mandorla tipici della popolazione hazara, il velo celeste, la ragazza, 18 anni, studia inglese e informatica al Kabul vocational center, probabilmente la scuola migliore della città. Essere ammessa è stata dura, ma lei, come le sue amiche, spera che sia una carta in più per il futuro: "Voglio diventare maestra - racconta - e insegnare alle ragazzine. Come hanno fatto con me quando non potevo andare a scuola a causa dei Taliban. Quel periodo per noi ragazze è stato orribile e non permetteremo che qualcuno ci porti di nuovo indietro. Neanche il presidente". Parveen e Lida annuiscono. Ma a Kabul parlare è più semplice. La capitale è sempre stata il luogo più tollerante dell'Afghanistan e anche ora che le cose non sembrano volgere al meglio resta, per le donne, il posto più semplice dove vivere. Kunduz, nel nord, è un'altra storia: in quella che fu una delle ultime roccaforti Taliban a cedere nel 2001, solo uscire di casa a volto scoperto è una sfida. Arruolarsi nella polizia poi, è un disonore e una follia che si può pagare con la vita. Malika, 25 anni, e Dilbar, 20, lo sanno bene: fra gli 840 allievi del centro di formazione per poliziotti sono le uniche donne. E anche se gli istruttori - afgani, tedeschi e americani - non fanno differenza fra loro e i maschi, appena si allontanano gli insulti e le minacce dai colleghi sono la regola. "Dicono che una donna non dovrebbe fare questo - racconta Malika - ma cosa dovrebbe allora fare una che ha 5 figli e un marito che l'ha abbandonata?". Malika ha scelto di sfidare i luoghi comuni in nome dei 100 dollari al mese del salario di poliziotta: sa che lavorare sarà difficile e sa che se, come si dice in giro, quelli che stavano con i Taliban torneranno al potere a Kunduz, per lei, che ha osato infrangere due barriere - schierandosi con la legge e mischiandosi con gli uomini - la vita diventerà un incubo. "Confido nel governo - dice timida - accetterò quello che faranno. Ma non posso credere che ci sacrificheranno, non di nuovo", aggiunge prima di andare via. A Malika è meglio non dirlo, ma le sue parole non sono troppo diverse da quelle che le ragazze della valle dello Swat affidavano alla stampa internazionale qualche settimana fa. Poi il governo di Zardari ha deciso di cedere ai Taliban e di permettere che nell'area fosse introdotta la sharia in cambio di una tregua. E le donne hanno perso la voce.
(29 marzo 2009) La Repubblica

sabato 28 marzo 2009

Turchia, la strage delle ragazze costrette al suicidio per onore

Casas CarboORA CHE l'Ue punisce gli omicidi dei clan, centinaia di casi soprattutto nelle zone curde
Un tempo venivano uccise dal fratello più giovane che se la cavava con qualche anno di galera
A Derya, 17 anni, la sentenza di morte è arrivata via sms: «Hai infangato il nostro nome — scriveva uno dei tanti zii — ora o ti uccidi o ti ammazziamo noi». A Nuran Unca, 25 anni, l'hanno detto i genitori, entrambi insegnanti. Lei ha resistito per un po', poi si è impiccata nel bagno di casa. Elif, invece, non ce l'ha fatta a togliersi la vita e ha deciso di scappare. Da otto mesi vive come una clandestina, costretta all'anonimato da un'assurda sentenza di morte emessa per aver rifiutato un matrimonio combinato. Sono solo alcuni dei tanti nomi di ragazze costrette al suicidio per motivi d'onore in Turchia. Un tempo venivano uccise dal fratello più giovane che se la cavava con qualche anno di galera, grazie alla sua età e alla legge che prevedeva forti attenuanti in casi del genere. Ma nel 2005, per avvicinarsi all'Europa, Ankara ha riformato il codice penale prevendendo l'ergastolo per il delitto d'onore. Così le famiglie sono corse ai ripari e, per non perdere due figli, hanno pensato di indurre le giovani ad uccidersi.
In poco tempo le percentuali dei suicidi si sono impennate. Soprattutto nel sud-est del Paese, l'area abitata dai curdi, profondamente influenzata dall'Islam più conservatore. Batman, una cittadina grigia e polverosa di 250mila anime, vanta il triste primato di morti sospette, tanto da essere citata da Orhan Pamuk nel romanzo Neve in cui un giornalista investiga sulla strana epidemia di suicidi tra le adolescenti. Ma il fenomeno dilaga ormai anche nel resto del Paese. Nella moderna Istanbul, per esempio, si conta un delitto d'onore a settimana. Sui suicidi dati certi non ce ne sono, si parla di centinaia di casi. Gli esperti sostengono che l'emigrazione dei curdi verso le grandi città porta a un'esasperazione del conflitto tra modernità e tradizione.
Le teenager scoprono Mtv, i jeans stretti, le feste, l'amore. Basta un'occhiata a un ragazzo o una gonna troppo corta e il loro destino è segnato: il consiglio di famiglia si riunisce e le condanna a morte. «Questo scontro di civiltà — ha spiegato a una troupe della britannica Channel Four Vildan Yirmibesoglu, capo del dipartimento dei diritti umani a Istanbul - sta rendendo la situazione ancora peggiore. Aumenta la pressione sulle donne perché rispettino i dettami conservatori della tradizione. E, chiaramente, ci sono più tentazioni». Ogni giorno decine di giovani bussano alla porta di Ka-mer, il centro fondato nel 1997 da Nebahat Akkoc per aiutare le donne in pericolo. La sede di Diyarbakir ha le pareti color corallo e una poltrona di pelle dove le ragazze sprofondano raccontando la loro storia. L'associazione le aiuta a trovare una casa-rifugio e a rivolgersi a un tribunale. Per rendere le cose più facili è stata creata anche un'hotline, ma telefonare e denunciare la propria famiglia può diventare improponibile nella regione curda dove, secondo i dati delle Nazioni Unite, si stima che il 58% delle donne sia vittima di abusi e che il 55% sia analfabeta. Vista da qui l'Europa appare ancora più lontana.
Monica Ricci Sargentini 28 marzo 2009 Corriere della Sera