venerdì 28 settembre 2007

Esistenza

L’esistenza è l’argomento ontologico per eccellenza. Nella filosofia angloamericana (ma questa voce andrebbe arricchita con un resoconto del panorama offerto dalle altre tradizioni di pensiero), probabilmente la questione più dibattuta intorno all’esistenza è “di che tipo di concetto si tratti”, ovvero quale funzione svolga nel linguaggio, sia quello naturale sia quello formale. Un altro importante (ma meno del precedente) argomento di discussione è se la parola 'esistenza' o 'esistere' possa essere esaminata dal punto di vista filosofico, o definita oppure spiegata e, in quest’ultimo caso, quale spiegazione possa darsene. Forse il senso più diffuso del termine riguarda l’essere in un certo momento, nel presente, piuttosto che nel passato o nel futuro. Frege e Russell, tra gli altri, hanno sostenuto, per ragioni simili, che 'esistere' non è un predicato della logica o, più precisamente, non è un predicato del primo ordine (ciò che implica che l’esistenza non è una proprietà che sia possibile attribuire ad un oggetto o individuare in esso). Questa è diventata la visione dominante (anche se non l’unica) nell’ambito della filosofia angloamericana del ventesimo secolo. Tuttavia, G. E. Moore ha recentemente rimesso tutto in questione a questo proposito, a partire dalla constatazione dell’enorme difficoltà offerta dalla materia. Miller ha dal canto suo offerto una dimostrazione formale (soltanto ora ampiamente accettata) dei modi nei quali l’esistenza si configura come predicato. Ulteriori informazioni sono contenute nello “Stanford essay” indicato nel seguito. Le parole (e i concetti) 'esistenza' e 'essere' sono trattati in maniera piuttosto diversa dalla filosofia occidentale. Aristotele ha evidenziato che esistono vari modi in cui le cose possono "essere”, dando così luogo all’ontologia, campo fondato sulle relazioni tra le varie categorie dell’essere, tra cui la sostanza e gli attributi. Le cose, tuttavia, sono un po’ cambiate con il tempo, ed oggi si tende generalmente (ma, anche qui, non universalmente) a considerare l’esistenza con un significato più univoco (l’esistenza degli oggetti fisici, la loro presenza nel mondo materiale). In quest’ottica, assume poco senso discutere dell’esistenza di numeri, possibilità e proprietà (non assenti dall’attuale dibattito filosofico). Nell'ambito della contrapposizione tra "essenza" ed esistenza, il teologo Anselmo d'Aosta riteneva che la prova dell'esistenza di Dio, fosse riposta nella sua perfezione giacché è implicito nel concetto di perfetto, l'esistenza, che è parte fondamentale dell'essenza stessa. Nella filosofia contemporanea vari sono stati i contributi a questo termine. Si ricordino, tra le altre, le posizione di Martin Heidegger e di Jean-Paul Sartre. Heidegger sostiene infatti che l'essenza preceda l'esistenza ossia che l'uomo è prima di esistere giacché l'esistenza non è che un attributo dell'essenza. In quest'ottica risulta fondamentale allora il recupero di alcune tesi metafisiche di Aristotele. Sartre, contrapponendosi nettamente alle posizioni ontologiche di Heidegger, sottolineava l'originarietà dell'esistenza, sostenendo che l'uomo esiste prima di essere e che, in seguito a ciò, mentre può essere ciò che vuole, non può decidere di non esistere. La tesi proposta da Sartre sposta il termine esistenza nuovamente nel campo dell'esistenziale piuttosto che in quello dell'ontologico. Sebbene spesso la discussione non si sia incentrata sull’esistenza, la disputa tra il realismo, il fenomenalismo, il fisicalismo e varie altre scuole di pensiero, riguarda quelli che potrebbero essere chiamati i criteri dell’esistenza.
L’esistenza di oggetti fisici Ma se l’esistenza può avere diversi significati, cosa vuol dire che un oggetto fisico “esiste”? Si potrebbe tentare di darne una definizione, ponendola al posto dei puntini all’interno della frase: "Un oggetto esiste se e solo se ...". Ma si ritiene in generale che la questione non possa essere posta in questi termini, e che semplicemente l’esistenza non possa essere definita (almeno non in termini così rigorosi). Del resto, poiché comunemente è comunque comprensibile cosa si intenda per “esistenza fisica”, si ritiene che una definizione tanto rigorosa non sia necessaria. Tuttavia, tale impresa non è neanche impossibile: i tentativi per riuscirvi sono riportati nel seguito di questa voce. George Orwell ha definito l’esistenza nel suo celebre romanzo 1984. O'Brien, uno dei personaggi, spiega a Winston (il protagonista) che la verità risiede in ciò che si crede, e che l’esistenza non è altro che una delle tante convinzioni che gli uomini possono avere: così, basterà uccidere Winston e rimuovere il suo nome dagli archivi affinché non solo egli non esista più, ma affinché egli non sia mai esistito. L’ultimo baluardo dell’esistenza è a quel punto solo la memoria di chi lo ha conosciuto (il che riduce l’esistenza ad un “fatto” della coscienza). Si potrebbe assumere questo punto di partenza per definire l’esistenza in negativo: possiamo dire che un oggetto è reale se non è semplicemente frutto dell’immaginazione di qualcuno, o che esso fa parte del presente in quanto non appartiene né al passato né al futuro. Il senso comune dispone tuttavia di un significato più intuitivo: un oggetto fisico esiste se ricade all’interno del complesso spazio-temporale con il quale l’umanità è sempre a diretto contatto in un certo momento. È allora possibile dare le seguenti definizioni: Un oggetto fisico O esiste se, e solo se, O è, nel momento attuale, collocato spazialmente all’interno dell’universo con il quale siamo in contatto. Questa è la definizione che deriva dal senso comune dell’esistenza. Tuttavia, sono ben pochi i filosofi che vi si sono rifatti (perlopiù infatti è la corrente del materialismo ad averla ripresa; ma tutto il resto della storia del pensiero non ha potuto fare a meno di rilevare la non rigorosità e la problematicità di questa visione: infatti, come posso essere sicuro che “ci siano” degli oggetti e che non si tratti di una mia illusione? Già l’antichissima filosofia indiana si interrogava sul problema della percezione illusoria. E poi: quand’è che qualcosa può essere veramente definito “oggettivo”? Come uscire dal circolo vizioso per cui l’esistenza di un certo oggetto fra i tanti presuppone – e non dimostra – l’esistenza di una realtà esterna alla coscienza? Esiste la coscienza, e solo la coscienza?). Tuttavia Bruce Aune, ad esempio, ha basato la sua indagine filosofica proprio su una definizione simile. In maniera piuttosto interessante, inoltre, Raimon Panikkar ha riflettuto sulla relazione tra l’esistenza degli oggetti e quella della coscienza, ritenendole inseparabili.
COGITO ERGO SUM: La locuzione cogito ergo sum (lett. "Penso quindi esisto") è l'espressione con cui Cartesio (Principia philosophiae 1, 7 e 10) esprime la certezza indubitabile che l'uomo ha di sé stesso in quanto soggetto pensante. La filosofia di Cartesio è incentrata sulla ricerca di un metodo che dia la possibilità all'uomo di distinguere il vero dal falso, non soltanto per un fine strettamente speculativo, ma anche in vista di un'applicazione pratica nella vita. Per scoprire tale metodo, il filosofo francese adotta un procedimento di critica totale della conoscenza, il cosiddetto dubbio metodico, consistente nel mettere in dubbio ogni affermazione, ritenendola almeno inizialmente falsa, nel tentativo di scoprire dei principi ultimi o delle massime che risultino invece indubitabili e su cui basare poi tutta la conoscenza.
Cartesio sostiene che nemmeno le scienze matematiche, apparentemente certe, possono sottrarsi a tale scetticismo metodologico: non avendo una conoscenza precisa e sicura della nostra origine e del mondo che ci circonda, si può ipotizzare l'esistenza di un "genio maligno" che continuamente ci inganni su tutto, anche su di esse. Si giunge così al dubbio iperbolico, estremizzazione limite del dubbio metodico.
A prima vista, quindi, per l'uomo non c'è alcuna certezza. Eppure, quand'anche il "genio maligno" ingannasse l'uomo su tutto, non può impedire che, per essere ingannato, l'uomo deve esistere in qualche modo. Non è certo detto che l'uomo esista come corpo materiale, perché egli non sa ancora nulla della materia. Ma l'uomo è sicuro di esistere in quanto è un soggetto che dubita, cioè che pensa.
COSCIENZA: Anticamente con Coscienza si intendeva qualcosa di molto diverso da ciò che si ritiene oggi nell'ambito psicologico e filosofico. Il termine deriva dal latino "Cum-scire" "sapere insieme" ed indicava uno stato interiore preciso. Non tutti gli antichi dividevano l'uomo in Mente e Corpo. Anzi era molto diffusa l'idea (oggi tornata alla ribalta) che l'uomo avesse Tre funzioni relativamente indipendenti chiamate "Centro intellettivo", "Centro motore-istintivo" e "Centro Emozionale", collocate rispettivamente: in una parte dell'encefalo, nella parte terminale della colonna vertebrale e nella zona del plesso solare, in quelli che sono oggi chiamati "gangli del parasimpatico". Ebbene "Coscienza" indicava quello stato interiore di sintonia tra i tre centri (sapere insieme) che, se raggiunto, permetteva all'uomo di elevare la propria Ragione. La psicologia tradizionale indica con coscienza una funzione generale propria della capacità umana di assimilare la conoscenza. All'inizio vi è consapevolezza, cioè constatazione attiva della nuova conoscenza, quando a questa segue la permeazione definitiva del nuovo come parte integrante del vecchio, si può parlare di coscienza. Questa funzione, applicata al susseguirsi di fenomeni di conoscenza (non solo sensoriali) genera il fenomeno della coscienza. Come fenomeno dinamico che si protrae nel tempo può essere identificata come un vero e proprio processo. A seconda dell'ambito nel quale viene osservata, la coscienza viene intesa: In ambito neurologico coscienza è lo stato di vigilanza della mente contrapposta al coma. In ambito psicologico, coscienza è lo stato o l'atto di essere consci contrapposta all' inconscio. In ambito psichiatrico, coscienza come funzione psichica capace di intendere, definire e separare l' io dal mondo esterno contrapposta al disturbo di coscienza che si chiama schizofrenia. In ambito etico, coscienza come capacità di distinguere il bene e il male, per comportarsi di conseguenza contrapposta all'incoscienza. Wikipedia-Dipinto di Redon

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