venerdì 28 settembre 2007

Metafisica

La metafisica è quella parte della filosofia che si occupa degli enti in tutti quegli aspetti che prescindono dal loro aspetto sensibile (oggetto della fisica nel senso pre-scientifico di branca della filosofia che si occupa della natura nella sua realtà empirica, nonché, più modernamente, delle altre scienze particolari) secondo una prospettiva il più ampia e universale possibile. All'ambito della ricerca metafisica appartengono, fra l'altro, il problema dell'esistenza di Dio, dell'anima, dell'essere in sé (ciò che Kant chiama noumeno), nonché la questione della relazione fra l'Essere e l'ente (differenza ontologica) e la risposta alla domanda filosofica fondamentale "perché l'essere piuttosto che il nulla?". Il termine metafisica deriva dalla catalogazione dei libri di Aristotele, nell'edizione di Andronico da Rodi (I secolo AC), nella quale la trattazione dell'essenza della realtà fu collocata dopo (in greco "meta") quella della natura (che è la fisica). Il prefisso "meta" assunse poi il significato di "al di là, sopra, oltre". L'etimologia in questo caso può essere fuorviante per una disciplina che si occupa delle "cause prime". Il rapporto con l'ontologia Secondo alcuni la metafisica andrebbe suddivisa in Ontologia, che studia l'essere in quanto tale (nei suoi principi primi: l'essenza e la causa prima), e in metafisica vera e propria, la quale si occupa dell'essere nella sua generalità. Da questo punto di vista l'ontologia sarebbe una parte della metafisica. Questo, per quanto sia il più diffuso, è solo uno dei possibili approcci. Monismo e dualismo Una delle problematiche classiche della metafisica è la diatriba se l'essere sia meglio rappresentabile in termini di monismo o dualismo. I sostenitori del dualismo, dei quali Cartesio è un esempio classico, pensano che ciò che esiste sia suddivisibile in mondo sensibile e mondo spirituale (a cui nell'uomo corrisponderebbero corpo ed anima). I sostenitori del monismo, dei quali Spinoza potrebbe essere un esempio caratteristico, sostengono che un'unica essenza è alla base di tutto. Cenni storici
Da Socrate a Plotino Gran parte della metafisica occidentale è derivata, in forme più o meno velate, dal pensiero di Socrate, e in particolare dalla sua convinzione di «sapere di non sapere». Questa affermazione, pur ammettendo l'impossibilità di approdare a una forma di sapienza vera e certa, scaturiva dall'intima consapevolezza dell'esistenza di una verità ultima, rispetto alla quale egli si riconosceva appunto come ignorante. Partendo dal dubbio socratico, i filosofi successivi, Platone e Aristotele in primis, arguiranno che non si può affermare l'inconoscibilità di una realtà senza averla con ciò stesso implicitamente ammessa, seppure su un piano puramente ontologico, cioè della sola esistenza. Platone identificò la realtà ultima, oggetto dell'indagine di Socrate, col termine di idea, distinguendo nettamente il processo logico conoscitivo attraverso cui approdarvi (dialettica), dalla dimensione dell'essere, collocata su un piano trascendente. Aristotele, in seguito, definì più chiaramente la metafisica come filosofia prima, come la scienza che ha per oggetto l'ente in quanto tale, a prescindere dalle sue particolarità sensibili e transitorie. Anche secondo Aristotele, inoltre, non è il pensiero logico-deduttivo a dare garanzia di verità, bensì l'intuizione: essa consente di cogliere l'essenza della realtà fornendo dei principi validi e universali, da cui il sillogismo trarrà soltanto delle conclusioni coerenti con le premesse. Pur rivalutando l'importanza dei sensi, l'induzione empirica non ha per Aristotele un valore logicamente necessario, fungendo unicamente da avvio di un processo che culmina con l'intervento di un trascendente intelletto attivo. L'intuizione suprema è quindi per lui il "pensiero di pensiero", proprio dell'atto puro.
Nel periodo del tardo ellenismo
Plotino accentuerà la distinzione tra il piano della realtà metafisica (collocata al di là dell'opera mediatrice della ragione), e quello della realtà sensibile e terrena. Egli distinse vari gradi dell'essere: quello discorsivo-dialettico, identificato con l'Anima; quello intuitivo-intellettuale, identificato col Nous o Intelletto; e infine quello dell'Uno, irraggiungibile neppure dal pensiero intuitivo ma solo con l'estasi mistica, quando la coscienza naufraghi totalmente in Dio. Plotino formulò in tal modo una teologia negativa, secondo cui la fonte della conoscenza e della razionalità non può essere a sua volta razionalizzata: ad essa ci si può avvicinare solo per progressive approssimazioni, dicendo non cosa essa è, ma semmai cosa non è, fino a eliminare ogni contenuto dalla coscienza. L'Uno così da un lato risulta totalmente inconoscibile e ignoto, dall'altro però va ammesso come meta e condizione del filosofare stesso. Il pensiero infatti ha un senso solo se esiste una Verità da cui esso emana. Questa sarà la base della successiva teologia di Agostino, e poi anche di Tommaso d'Aquino, il quale concilierà il pensiero cristiano con la metafisica greca (quella aristotelica in particolare). Da Alberto Magno a Cusano Pure il filosofo e teologo Alberto Magno (maestro di Tommaso d'Aquino) si occupò di questi temi nella sua opera Metafisica, un commento all'opera di Aristotele, del quale cercava di conciliare il pensiero con le verità della fede cristiana. Ancora Cusano nel Quattrocento formulerà una metafisica basata sulla teologia negativa, affermando (come Socrate) che vero sapiente è colui che, sapendo di non sapere, possiede perciò una dotta ignoranza: da un lato cioè riconosce che Dio è al di là di tutto, persino del pensiero, ed è perciò irraggiungibile dalla filosofia; dall'altro però Dio va ammesso quantomeno sul piano dell'essere, perché è la meta a cui la ragione aspira. La filosofia deve culminare così nella religione. Tommaso Campanella L'opera più importante di Tommaso Campanella è la Metaphysica (1623), una fra le più importanti premesse di quel razionalismo moderno che troverà completa espressione nel pensiero di Cartesio (ferme restando le notevoli differenze tra i due filosofi). In quest'opera Campanella supera la visione sensistica di Telesio e dà una concezione dell'essere che risale a S.Agostino che vede nell'uomo il marchio della Trinità. Infatti, come per questo, anche per Campanella l'essere è strutturato nelle tre essenze primarie: potenza (Padre), sapienza (Spirito), amore (Figlio), che egli chiama le tre Primalità. Afferma Campanella: "ogni ente, potendo essere, ha la potenza di essere" ogni essere che è essere, è tale perché può essere: ogni essere veramente è, perché ha la potenza, la possibilità di essere. "cio' che può' essere sa di essere" è tale veramente quell'essere (che ha la potenza di essere), se ha la coscienza di essere, perché chi non sa di essere, per se stesso è come se non esistesse: esisterà per gli altri ma non per sé stesso. Il nosse è quindi costitutivo dell'esse. La condizione prima dell'essere è il sapere di essere. Avere coscienza di sé, il pensare (il cogito, dirà Cartesio) è la condizione prima dell'essere (ergo sum). Mentre tuttavia la filosofia campanelliana si limita a ricostruire ma non a riprodurre le condizioni che dal sapere portano all'essere, per Cartesio invece la filosofia stessa diventerà arbitra dell'essere. Per Campanella cioè, il modo in cui il sapere diventa costitutivo dell'essere non è mediato dalla ragione filosofica, né da alcun metodo. "se non avvertisse di essere non amerebbe se stesso e non sfuggirebbe il nemico che lo distrugge" cioè se non sa di essere va incontro a dei pericoli che potrebbero farlo perire perché non ama se stesso (non ha capacità di autoconservazione) . Il fatto di sapere di essere è provato dall'amore di se stesso, per cui chi non sa , non ama se stesso "e non seguirebbe l'ente che lo conserva come fanno tutti gli enti" "il sapere emana dal potere, noi non sappiamo infatti quel che non possiamo sapere e molto possiamo sapere [se abbiamo invece la potenza di sapere] che prima non sappiamo" [allora possiamo sapere quello che prima, non avendo la potenza, non potevamo sapere]; "l'amore profluisce dalla sapienza e dalla potenza". Cartesio Nel Seicento con Cartesio avverrà invece una svolta, nel tentativo, secondo alcuni interpreti del suo pensiero, di rompere appunto questo legame con la religione. Cartesio cercò di costruire un sistema metafisico autonomo, basato sulla ragione: presumendo di aver dimostrato logicamente l'esistenza di Dio, egli se ne servì come mezzo anziché come fine, per fondare a sua volta la logica stessa. In tal modo l'essere risulterà, in virtù del Cogito ergo sum, sottomesso alla ragione, la quale si assume così (tramite il Metodo) il compito di distinguere il vero dal falso. Ne derivò una frattura tra la dimensione gnoseologica (cioé della conoscenza) e quella ontologica, tra res cogitans e res extensa. Il sistema cartesiano subì per questo le critiche di alcuni suoi contemporanei. Successivamente Baruch Spinoza cercherà di ricomporre il dualismo cartesiano ricollocando l'intuizione al di sopra del pensiero razionale. Anche Gottfried Leibniz, pur suddividendo l'Essere in un numero infinito di monadi, affermerà che esse sono però tutte coordinate secondo un'armonia prestabilita da Dio. L'idealismo tedesco L'attenzione alla metafisica risulta poi predominante nella corrente filosofica dell' idealismo tedesco. Kant, con la sua intuizione del dualismo tra noumeno e fenomeno ha aperto la strada all'idealismo tedesco. L’Io penso trascendentale come datore di senso, unificatore dell’esperienza fenomenica che è oggetto di ricerca scientifica in Kant, diventa per gli Idealisti oggetto di ricerca metafisica. Fichte, che è considerato il fondatore, si interroga sul fondamento della realtà; la risposta metafisica prenderà le mosse ancora una volta dall’Io penso kantiano, trasformato, enfatizzato. Il pensiero Kantiano si è arenato nella duplice accezione di noumeno (positiva e negativa) ed è proprio da questa frattura che nasce l'idealismo. Fichte riesce ad individuare un punto di raccordo con il quale proseguire il pensiero Kantiano fino a stravolgerlo completamente; il mezzo del quale si avvale è il processo dialettico, che verrà ripreso in seguito anche da Hegel, il quale però metafisicamente assolutizzandolo ne farà non solo un mezzo, ma il fine stesso della filosofia.
Eliminazione della cosa in sè
Friedrich Heinrich Jacobi (1743-1819) fu il primo ad evidenziare le aporie di Kant: quest'ultimo infatti aveva cercato di spiegare come la categoria di causalità fosse applicabile legittimamente solo nell'ambito fenomenico e conoscitivo (rigorosamente disgiunto dalla cosa in sè), però poi aveva trattato la stessa cosa in sé come un qualcosa che "causa", in maniera oscura, l'emergere dell'esperienza. Se il noumeno, o cosa in sè, modifica i nostri organi di senso, che su di essa formano infatti il fenomeno, vuol dire che la cosa in sé agisce "causalmente" su di noi. L'errore di Kant consiste dunque nell'aver costruito tutto il processo conoscitivo umano intorno alla cosa in sè, pur essendo questa paradossalmente inconoscibile. Per salvare il kantismo allora, Karl Leonhard Reinhold (1758-1823), che era tra l'altro un grande estimatore di Kant, nel Saggio su una nuova teoria della facoltà umana della rappresentazione (1789) propose di unificare metafisicamente fenomeno e noumeno, materia e forma, vedendoli non più come i termini opposti di una contraddizione, ma originati dalla stessa attività unificatrice del soggetto. Secondo Reinhold, la cosa in sé non è pertanto qualcosa di esterno al soggetto, ma è un puro concetto (limite) appartenente alla sua stessa rappresentazione, la quale consta contemporaneamente sia di spontaneità (attiva), che di recettività (passività dei sensi). Fichte Johann Gottlieb Fichte (1762-1814) è il primo grande esponente (e fondatore) dell'idealismo tedesco. Egli, partendo dalle posizioni di Reinhold, intuisce che, se l'Io non è più limitato dal noumeno nella sua attività conoscitiva, cioè da un limite esterno che lo renda finito, allora è un Io infinito. Pur restando nell'ambito del kantismo, di cui si considera un prosecutore, Fichte cercherà di andare metafisicamente al di là delle aporie di Kant, costituite appunto dal dualismo tra fenomeno e noumeno, a favore di una visione completamente incentrata sull' Io, concepito non come una realtà di fatto, bensì come un atto, un agire dinamico, come attività pensante. Questa superiore attività (inconscia) costituisce l'unità originaria e immediata sia del soggetto che dell'oggetto, nella quale il noumeno, cioè il non-io, che di una simile attività è il prodotto, viene posto inconsciamente dal soggetto stesso, per rispondere a un'esigenza di natura altamente etica. La filosofia fichtiana, detta anche idealismo critico (che idealizza e trasfigura il dato nel soggetto trascendente), si contrappone pertanto al dogmatismo, nel quale invece il soggetto diventa immanente all'oggetto. Inizia così la stagione metafisica dell'idealismo tedesco. Gli altri idealisti tedeschi svilupperanno le loro filosofie a partire dalle considerazioni di Fichte. Schelling La filosofia di Fichte è una filosofia dell'infinito inteso non come estensione, ma come potenza spirituale e ideale: essa inaugurava una nuova epoca del pensiero, l'epoca dell'idealismo e del Romanticismo. Seguì questa strada il discepolo, e inizialmente suo ammiratore, Friedrich Wilhelm Joseph von Schelling (1775-1854), che occupò la cattedra dell'università di Jena quando Fichte diede le dimissioni. Schelling, personaggio di primo piano dell'idealismo e amico di importanti esponenti del Romanticismo tedesco (Goethe, Novalis, Schlegel, Hölderlin, Hegel), riprese da Fichte l'idea dell'infinità dell'uomo. Il filosofo però mostrò interesse anche per la natura e ben presto criticò l'Io fichtiano in quanto pura soggettività e pose a principio della sua filosofia l'Assoluto, concetto fondamentale della metafisica, quale unione immediata di spirito e materia, pensiero ed estensione, Ragione e Natura. Secondo Schelling, la tensione verso la trascendenza si ricompone nel momento estetico dell'arte, mentre secondo Fichte si ricomponeva invece nell'agire etico. Hegel George Wilhelm Friedrich Hegel (1770-1831) si considerava lui stesso il culmine della corrente, nella quale Fichte rappresenterebbe l' "idealismo soggettivo", Schelling l' "idealismo oggettivo", e quindi Hegel l' "idealismo assoluto", seguendo lo schema di "tesi-antitesi-sintesi" da lui stesso elaborato. L'unità di soggetto e oggetto, essere e pensiero, diventa però in Hegel non più un'unità immediata, bensì mediata dalla ragione dialettica. L'idealismo hegeliano segna infatti l'abbandono della logica formale di stampo parmenideo e aristotelico (detta anche logica dell'identità o di non-contraddizione), in favore di una nuova logica cosiddetta sostanziale. È l'apoteosi della metafisica razionale. L'essere non è più staticamente opposto al non-essere, ma viene fatto coincidere con quest'ultimo trapassando nel divenire. L'idealismo hegeliano, che risolve tutte le contraddizioni della realtà nella Ragione assoluta (e per questo sarà chiamato panlogismo) avrà un esito immanentistico, riconoscendo in se stesso, e non più in un principio trascendente, la meta e il traguardo ultimo della Filosofia. La ragione infatti si riconcilia con il reale non (come era in Fichte e Schelling) ritornando alla sua origine indistinta, ma all'interno e alla fine del percorso dialettico stesso. Portando a soluzione tutte le contraddizioni, Hegel finirà per risolvere e vanificare quella tensione ideale del finito verso l'infinito, dell'uomo verso Dio, tipica del Romanticismo, e con lui si chiude così la stagione dell'idealismo tedesco.
Le critiche alla metafisica Secolo XVIII La critica della metafisica iniziò con
John Locke. Come racconta lo stesso filosofo nella Epistola al lettore, posta come premessa al "Saggio sull'intelletto umano", trovandosi a discutere nella sua camera cinque sei amici su argomenti di morale e di religione rivelata «subito dovettero arrestarsi per le difficoltà che emergevano da ogni parte. Dopo esserci un po' tormentati, senza avvicinarci alla soluzione dei dubbi che ci angustiavano, mi venne in mente che avevamo preso una strada sbagliata, e che, prima di accingerci a ricerche di questa natura, era necessario esaminare le nostre capacità, e vedere quali oggetti le nostre intelligenze erano o non erano adatte a trattare. Proposi questo ai miei compagni, che prontamente furono d'accordo; perciò fu stabilito che questa sarebbe stata la nostra prima ricerca.» È dunque la scoperta dell'impossibilità conoscitiva della metafisica che porta Locke al criticismo che troveremo alla base della filosofia kantiana e dell'Illuminismo : la ragione instaurerà una sorta di tribunale e stabilirà quali argomenti rientrano nei suoi limiti e quali vanno esclusi e tra questi ogni ragionamento che riguardi la metafisica.
Proseguendo sulla strada tracciata da John Locke,
David Hume, considerava fallace non solo ogni metafisica ma anche la stessa pretesa delle scienze che con la presunta immutabilità delle leggi scientifiche credevano di andare oltre i limiti della ragione che rivelava come non necessariamente causale il rapporto, che sempre tale era stato considerato, tra appunto una causa e un effetto.
La necessità di trovare un fondamento teorico alla conoscenza scientifica (cfr.
Critica della Ragion pura) nasceva proprio dalla dottrina di Hume che aveva dimostrato con la sua critica al rapporto di causa-effetto, come fosse impossibile fare affermazioni su ogni realtà che andasse oltre i limiti dell'esperienza. Ne "I sogni di un visionario spiegati coi sogni della metafisica" (1764) Kant si riconosce debitore di Hume che lo ha fatto uscire dal dogma metafisico ma rifiuta il suo scetticismo secondo il quale gli stessi fatti empirici non sono certi, ma si riducono a semplici impressioni che poi si traducono in idee, copie sbiadite delle sensazioni, che conserviamo solo per l'utilità della vita. Hume quindi concludeva come fosse impossibile un sapere scientifico, un sapere autentico, stabile e sicuro, che Kant invece s'incarica di rifondare proprio nell' Estetica trascendentale. La validità della metafisica si ritrova per Kant" nei postulati della ragion pratica ": quelle che erano le tre idee della Ragione metafisica - l'esistenza di Dio, l'immortalità dell'anima, l'infinito - che non trovavano spiegazione nella dialettica trascendentale e che dimostravano l'illusorietà e l'inganno della metafisica quando pretendeva di presentarsi come scienza, ora quelle stesse idee fallaci sul piano teorico acquistano invece valore sul piano pratico, morale, divengono corollari della legge morale che voglia conseguire il "sommo bene" inteso come il bene più completo. (crf. Critica della ragion pratica) Secolo XIX Se la riflessione kantiana sull'inconoscibilità metafisica della cosa in sé fu dapprima ripresa dalla filosofia idealista romantica di Fichte e Schelling, i quali intravedevano tuttavia la possibilità di definire per via negativa l'Assoluto (accedendovi cioè indirettamente, definendo piuttosto cosa esso non è, tramite un progressivo avvicinamento secondo il metodo neoplatonico della teologia negativa), Hegel si propose invece di rifondare razionalmente la metafisica, credendo di poter racchiudere l'infinito in una definizione completa e definitiva. All'idealismo hegeliano si oppose, oltre allo stesso Schelling, anche Arthur Schopenhauer, il quale leggeva nella pratica accademica del tempo la mera affermazione di filosofie statali e oscurantiste, promosse e incentivate dal teismo e dalla religione cristiana. Successivamente la metafisica fu criticata dal positivismo di Auguste Comte, ed il pensiero filosofico contemporaneo ha criticato ogni filosofia che avesse la pretesa di spiegare in modo definitivo ed universale tutta la realtà. Altre critiche distruttive alla metafisica provengono dal filosofo tedesco Friedrich Nietzsche, seguendo la vena critica più indiretta, ma non meno efficace dei suoi predecessori Montaigne e Emerson. Egli individuò la genesi di ogni metafisica in Platone, ovvero nel tentativo filosofico di promulgare una duplicazione del reale, sostanziata nella creazione di una prospettiva oltremondana (l'ideale platonico), attraverso cui valutare, o meglio svalutare, la prospettiva mondana, terrena, reale. Nietzsche individua nella metafisica (e nella religione che egli chiama metafisica per il popolo) null'altro che la proiezione verso l'esterno di incertezze connaturate al genere umano, quindi una forma di opposizione passiva alla vita, nonché una reazione fisiologica all'impossibilità di sopportare l'angoscia di un mondo che "danza sui piedi del caos" e obbliga l'uomo a cercare un senso che stia fuori dal mondo, piuttosto che in esso. La metafisica recupera una collocazione per così dire lecita nel Pragmatismo, secondo cui idee e valori avrebbero una legittimità aprioristica fondata sul loro immediato interesse pragmatico, ovvero concretamente spendibile nell'esperienza. Quindi seppure le concezioni metafisiche non siano passibili di verificabilità empirica, avrebbero comunque il merito pratico di guidare concretamente l'azione dell'uomo, di orientare le sue decisioni. Secolo XX Il Novecento filosofico porterà, seppur per vie diverse e sulla base di teorizzazioni eterogenee o fra loro incompatibili, altri pesanti attacchi alla metafisica. Tra i più illustri antimetafisici va indubbiamente ricordato Ludwig Wittgenstein, che muovendo dall'elaborazione della logica di Frege e Bertrand Russell, e cercando di sancire definitivamente i limiti del linguaggio, individuò nella prassi metafisica la trascendenza dei limiti di significanza del linguaggio umano; celebre è la sua definizione di metafisica, indicata come qualcosa che sorge "quando il linguaggio fa vacanza". Tradotto in termini immediati, Wittgenstein riteneva che le questioni trattate dalla metafisica non potessero avere in nessun modo una soluzione definitiva, in quanto più che problemi filosofici esse concernevano problemi linguistici, sorti sulla base di un fraintendimento logico delle pertinenze del linguaggio stesso. Da cui la convinzione wittgensteiniana che i problemi metafisici non fossero nemmeno problemi, poiché un problema per essere posto, deve essere chiaramente e inequivocabilmente formulato. L'antimetafisica di Wittgenstein verrà raccolta poi dal Circolo di Vienna e dal Positivismo logico, che ne approfondirà ed integrerà alcuni aspetti impliciti, nel tentativo di edificare una filosofia il più possibile fondata su teorie e pratiche della scienza formale; formulazione che si sostanzia nella teoria del verificazionismo. In seguito alcuni filosofi tra cui principalmente Karl Popper, sconfesseranno la stessa teoria verificazionista (fondata sull'assunto che ogni enunciato filosofico dovrebbe essere passibile di verifica empirica), come pura metafisica. La verifica di tutti i casi positivi non può in nessun caso provare alcunché, né può essere praticamente applicata; molto più utile alla metodologia scientifica è la ricerca di casi falsificanti, ovvero sconfessanti la teoria originaria. Popper assumerà nei riguardi della metafisica un atteggiamento più moderato rispetto ai neopositivisti logici, sostenendo che essa può trovare cittadinanza presso la pratica filosofica, a patto che dalla speculazione filosofica sia poi possibile desumere teorie scientifiche falsificabili. Le proposizioni metafisiche per Popper hanno tra l'altro perfettamente un senso, nella misura in cui seguono il metodo rigoroso della logica formale, cioè mostrano di essere interiormente coerenti. Non hanno dunque soltanto un mero valore suggestivo o soggettivo. Da un altro punto di vista muove la critica di Heidegger alla metafisica, che tuttavia va piuttosto considerata come una prospettiva di interpretazione storico-filosofica, piuttosto che una critica volta a negarne le ragioni e la necessità. In particolare, Heidegger concepisce la storia della metafisica come una manifestazione nel pensiero della storia dell'essere stesso: l'essere si da', si rivela nel pensiero attraverso le definizioni che di esso hanno via via dato i vari pensatori, le varie forme culturali, concependolo ad es. come Idea, come Valore, come Ente supremo, come Monade, come Volontà di potenza, fino a ridurlo a Niente, cioè letteralmente al non-ente, a un che di ignoto e inconoscibile (nichilismo). La critica di Heidegger alla metafisica è quindi in realtà un tentativo di ripensare l'Essere nella sua originarietà, riportandosi al di qua di tutta la tradizione filosofica che, da Platone in poi, elaborando la metafisica ha condotto l'Essere al suo oblio: la metafisica diviene così uno dei modi entro cui si è manifestato, storicamente, l'Essere stesso, paradossalmente mediante il suo proprio nascondimento concettuale. Una certa pertinenza con il tema delle critiche alla metafisica (e più in generale alla filosofia tradizionale) nate in ambito neopositivista, ha l'articolo di Rudolf Carnap, "Il superamento della metafisica tramite l'analisi logica del linguaggio (1931)". Carnap sostiene che in un linguaggio deve essere presente un vocabolario ed una sintassi, ovvero un gruppo di parole e delle regole che permettano la costruzione di enunciati e ne legiferino la costruzione stessa; concordemente a ciò egli sostiene che dal linguaggio è anche possibile trarre "pseudo-proposizioni" ovvero enunciati correttamente formati, ma contenenti parole prive di significato, oppure enunciati composti di parole in sé significanti, ma costruiti nella violazione delle regole sintattiche. Carnap analizza nel suo articolo un paragrafo del libro "Cos'è la metafisica?" del filosofo tedesco Martin Heidegger: Ma allora perché ci preoccupiamo di questo niente? La scienza appunto rifiuta il niente e lo abbandona come nullità [...] La scienza non vuol saperne del niente [...] Che ne è del niente? [...] C'è il niente solo perché c'è la negazione? Oppure è vero il contrario, ossia che c'è la negazione e il non solo perché c'è il niente? Il niente è la negazione completa della totalità dell'ente. [...] L'angoscia rilvela il niente. L'analisi di Carnap sostiene che non è possibile trarre un enunciato osservativo che possa verificare le proposizioni contenute in questo paragrafo. Inoltre Carnap accusa Heidegger di utilizzare la parola "nulla" come se corrispondesse ad un oggetto, essendo invece essa la negazione di una proposizione possibile. In linea generale la critica rivolta da Carnap alla metafisica è dunque quella di esprimersi per "pseudo-proposizioni", ovvero proposizioni solo apparentemente dotate di significato. La svalutazione della metafisica non viene tuttavia generalizzata da Carnap, il quale le riconosce un grande ruolo ad esempio nelle varie arti, ciò che le nega è la possibilità di avere una funzione cognitiva, e dunque conoscitiva. Ancora, nel '900 russo, la metafisica venne interpretata secondo i termini di una originale metafisica concreta dal pensatore e mistico Pavel Aleksandrovič Florenskij. Rapporti tra scienza e metafisica Karl Popper intravedeva nella falsificabilità, cioè nella possibilità di essere contraddetta dall’esperienza sensibile, il criterio di demarcazione tra scienza e metafisica. Egli tuttavia, nel suo itinerario filosofico, andò sempre più rivalutando il ruolo della metafisica, attribuendole una funzione di stimolo al progresso della scienza stessa. Tutte le teorie, scientifiche e non, partono secondo Popper da assunti metafisici: non scaturiscono cioè da procedimenti induttivi originati dalla sperimentazione della realtà, ma nascono da processi mentali intuitivi espressi in forma deduttiva. Il controllo empirico, che per Popper resta comunque fondamentale, ha valore non in quanto conferma la teoria metafisica, ma viceversa per la possibilità di smentirla. La sperimentazione svolge dunque una funzione importante, ma unicamente negativa: non costruisce, bensì demolisce. Il compito di costruire è affidato invece al pensiero, all’immaginazione, ovvero alla metafisica.Popper giunse a queste conclusioni soprattutto dopo essere stato impressionato dalla formulazione della teoria della relatività da parte di Albert Einstein: questi l'aveva elaborata non a seguito di esperimenti pratici, ma sulla base di calcoli fatti unicamente a tavolino, i quali successivamente non furono smentiti dagli eventi. Popper si spinse persino ad affermare che le stesse osservazioni empiriche sono impregnate di teoria, e dunque l’elemento metafisico è un aspetto ineliminabile anche di ogni approccio presunto “empirico”; ad esempio, di fronte al tramonto del sole, due pensatori opposti come Tolomeo e Copernico, pur avendo la stessa visione oculare, avrebbero due percezioni diverse: il primo, sostenitore del geocentrismo, vedrebbe il sole muoversi fino a scendere giù e sparire dietro la terra, il secondo invece (sostenitore dell’eliocentrismo) vedrebbe l’orizzonte salire pian piano fino a coprire il sole.
I
mre Lakatos, allievo di Popper, da cui riprende il nucleo del suo pensiero, rivalutò ulteriormente il ruolo della metafisica nella scienza, evidenziando come le teorie scientifiche siano costituite da nuclei fondamentali non sperimentabili, né tantomeno falsificabili. Egli cioè distinse nettamente una teoria dalle sue implicazioni empiriche. Esempi di ipotesi metafisiche sono per Lakatos la teoria meccanica di Newton, o la teoria della relatività di Einstein. Queste furono elaborate solo per la capacità di spiegare meglio la realtà, ma i fatti in sé non furono per Lakatos determinanti nel produrre tali formulazioni nella mente di quegli scienziati. Il progresso scientifico è dovuto invece all’inventiva dell’uomo, grazie a cui una nuova ipotesi può prendere il posto di un’altra. Talvolta neppure i singoli fatti empirici sono ritenuti determinanti per causare l’abbandono di una teoria, perché la messa in discussione della verità scientifica riguarderebbe solo un aspetto marginale di essa, non il suo nucleo centrale, che pur risultando indebolito nella sua certezza complessiva, continuerebbe ad essere accettato per vero. Egli cioè ritiene che, quando un programma è progressivo e razionale, gli scienziati lo adeguino alle anomalie riscontrate modificando le ipotesi ausiliarie. Quando invece un programma è degenerativo, può essere 'falsificato' e superato da un programma di ricerca migliore (più progressivo). È necessario quindi, secondo Lakatos, affinché una teoria generale sia abbandonata, che si progetti un nuovo programma complessivo di ricerca scientifico che sappia meglio rendere ragione degli eventi al fine di sostituire una teoria precedente da cui si traevano conclusioni rivelatesi incoerenti coi fatti. Così ad esempio la teoria generale della relatività di Einstein poté sostituire il meccanicismo di Newton. Ferma restando l’importanza dei controlli sperimentali, scienza e metafisica sono in un certo senso per Lakatos un tutt’uno poiché la scienza non si limiterebbe a recepire l’evidenza fisica dei fenomeni, ma tenderebbe a ricercarne la causa prima in un tentativo che l'accosterebbe alla ricerca metafisica. Quanto sostiene Lakatos nell'assimilare la scienza alla metafisica, si potrebbe accettare interpretandolo, secondo l'insegnamento kantiano, ripreso anche da Popper, nel senso che quando la ricerca scientifica si pone di raggiungere obiettivi finali "metafisici", non lo fa perché ritenga che possano essere veramente conosciuti - e d'altra parte anche la filosofia vi ha da tempo rinunciato - ma si serve di essi come stimolo per spingere sempre più lontano il fine di raggiungere verità sempre più approfondite. Sarà sempre e comunque la verifica sperimentale a dire l'ultima parola. Wikipedia Una vecchia cartolina

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