mercoledì 25 aprile 2007

Donne e Resistenza: Settimia, Luciana e le altre

Quelle di Settimia e Luciana sono testimonianze importanti, un regalo per tutti coloro che respingono la teoria dello storico revisionista Ernst Nolte, secondo il quale «la storia deve essere libera dai condizionamenti di chi ha vissuto in prima persona certi eventi». Una tempra non comune quella di Settimia Spizzichino, Mimma per parenti e amici, penultima figlia nata nel 1921 di una famiglia ebrea con 5 figlie femmine e un solo maschio, per la maggior parte già sposati nell'autunno del `43. Con i genitori sono rimaste Settimia e Giuditta, che contribuiscono al ménage familiare lavorando come commesse. Quasi tutta la famiglia è riunita quando, alle 5,30 del 16 ottobre, le Ss irrompono nella casa paterna in via della Reginella, in pieno ghetto romano; Settimia non pensa a sé ma salva la sorella sposata Gentile con la sua piccola Letizia e la nipotina Rossana, figlia dell'altra sorella Ada, spiegando alle Ss che «loro non c'entrano, è la domestica con le sue bambine». Con Settimia sono arrestati i genitori e Giuditta perché gli altri - la sorella Ada, i cognati, il nipotino Davide - sono a fare la coda per le sigarette. Mentre sono spinti sui camion, il padre riesce ad allontanarsi per avvisare il fratello della retata, e così riesce a sfuggire alla cattura; Ada, invece, è arrestata in strada con la piccola Rossana, mentre si salvano il marito e il figlioletto Davide che si sono appena allontanati. Scampa alla cattura anche Enrica, la sorella di Tivoli che si trova a Roma per portare cibi acquistati a borsa nera, perché è avvisata in tempo.
Dal momento in cui mette piede ad Auschwitz, Settimia decide che ne sarebbe uscita viva: per tigna, per non darla vinta ai tedeschi, per testimoniare. Unica donna a ritornare dalla retata del 16 ottobre, confessa che non ce l'avrebbe mai fatta se non ci avesse fermamente creduto. Si ammala, passa qualche tempo nell'ospedale di Birkenau, quindi viene trasferita ad Auschwitz in una stanza a due letti con lenzuola, coperte, una camicia da notte, un vero bagno con vero sapone. E' diventata una cavia umana per la sperimentazione della scabbia, del tifo e di una dozzina di altre malattie; nello spazio di un mese è uno scheletro ricoperto di piaghe, così si descrive quando riesce a vedersi in uno specchio. Resiste fisicamente con il pane che le passano di nascosto alcuni operai greci; resiste psicologicamente leggendo i bigliettini inviati dall'ebreo tedesco Leopold (lui finirà a Mauthausen, lei a Bergen Belsen). Quando terminano gli esperimenti, rientra nella baracca e scopre che tutte le sue compagne sono state uccise. Lavora a riparare uniformi nella sartoria del campo, da cui sottrae pezzi di stoffa che lancia oltre i reticolati agli uomini per aiutarli a sistemare gli abiti a pezzi, o per bendare i piedi. Sfiora più volte la morte: sopravvive alla fame grazie all'aiuto del francese Réné che le offre del cibo, del romano Peppino che la protegge durante un bombardamento, di un cavallo che la riscalda durante una tappa della «marcia della morte». A Bergen Belsen, dove si arriva al cannibalismo per fame, si fa quasi ammazzare di botte per aver rubato più volte il cibo alla kapò; trova anche un po' di solidarietà nel gruppetto delle deportate italiane. La liberazione arriva il 15 aprile, giorno del suo 24° compleanno; è l'unica sopravvissuta della famiglia. Prima del rimpatrio - otto giorni di tradotta - respira aria di casa durante uno shabbat trascorso con i soldati della Brigata ebraica. Rilascia la sua prima testimonianza, che dura ore, in una tenda della Croce rossa; a Roma, dove rientra dopo un anno e mezzo di deportazione tra Polonia e Germania, è circondata da diffidenza e deve respingere l'accusa di essersi salvata per aver lavorato nella «casa delle bambole»; esperienza, questa, condivisa con altre sopravvissute. Mentre tutti tacciono - non si fanno domande, non si danno risposte - Settimia irrompe il 16 ottobre 1946 nella scuola ebraica di Roma, invano trattenuta dalle bidelle, e costringe alunni e docenti ad ascoltare la sua storia. Storia che ha continuato a raccontare - in giro per l'Italia o accompagnando centinaia di gruppi ad Auschwitz - fino alla sua morte avvenuta nel luglio del 2000. Spirito vitale, a lei bene si adatta la definizione di rav. Elazar ben Azarià: «albero dai pochi rami (la scarsa cultura) e dalle abbondanti e robuste radici (le molte opere), che nemmeno tutti i venti riuniti per soffiare contro di esso sarebbero riusciti ad abbattere». (La sua storia è raccontata in "Gli anni rubati", libro pubblicato dal comune di Cava dei Tirreni (che le ha offerto la cittadinanza onoraria) a cura di Teresa Avallone e Federica Clarizia, operatrici della Biblioteca comunale , e di Franco Bruno Vitolo, professore del locale liceo).


Luciana Pavia, invece, nasce nel 1918 a Milano in una famiglia di artigiani. Nonostante la precoce scomparsa del padre, Luciana continua a studiare, in una scuola che alleva al culto del fascismo e del suo capo; subisce il fascino di Mussolini al punto tale che, dopo aver ricevuto una sua carezza durante un viaggio-premio a Roma, non si lava il viso per molti mesi per conservarne la traccia. Al liceo Berchet Luciana, che è diventata una bella morettona slanciata, stringe amicizia con Liliana, una ragazza ebrea che ha un fratello di cui presto si innamora. Per superare gli ostacoli frapposti dalla famiglia del giovanotto perché Luciana non è ebrea, i due giovani vanno a vivere insieme in attesa di sposarsi e nel 1939 mettono al mondo un figlio. Ma non hanno fatto i conti con le leggi razziali che vietano i matrimoni misti. Di fronte al dilemma «se è denunciato dal padre, il bambino viene registrato come appartenente alla razza ebraica», «se è denunciato dalla madre viene registrato come figlio di padre ignoto», i due giovani scelgono quello che allora appare come male minore: il fascismo cade sei anni dopo, ma Aldo sarà bollato ancora a lungo come «figlio di N.N.», anche se il padre rilascia a un notaio una dichiarazione in cui si assume la paternità e le famiglie dei nonni iniziano a frequentarsi. Nel 1942 il giovane padre, munito di documenti falsi e facendo tappa in Francia, cerca di raggiungere l'Inghilterra convinto di farsi raggiungere dai suoi, ma a Parigi rimane coinvolto nella grande «riffle» del Vélo d'Hiver. Alcuni ex-deportati francesi ricordano il giovane italiano su un vagone piombato, ma di lui ad Auschwitz si perdono completamente le tracce. Quando, nel 1943, sono catturati e deportati anche i genitori e la sorella di 23 anni del suo compagno dopo essere stati respinti dalla Svizzera, Luciana Pavia entra nella Resistenza unendosi alle «Fiamme verdi», una formazione cattolica. Comincia a fare la staffetta, poi diventa agente di collegamento dell'Oss, i servizi segreti alleati: stabilisce i contatti con le formazioni partigiane, con una radiotrasmittente guida i bombardieri alleati sugli obiettivi militari (a Lecco fa bombardare la fabbrica di armi Fiocchi) aiuta gli ufficiali alleati che vengono paracadutati. Nella primavera del `44 Luciana, insieme a Bianca Jesi, attraversa Milano con due pistole nella borsa della spesa da portare alla Chiesa dei Francescani, base di rifornimento dei partigiani. A un posto di blocco evita la perquisizione per un soffio perché un ufficiale tedesco urla «Nein, nein, spatziren, bella ragazza andare»; appena girato l'angolo della strada, mentre corre disperatamente verso i giardini pubblici, si accorge di essersela fatta addosso dallo spavento. Ma Luciana non demorde: spesso nella sua cucina si riuniscono i membri del Cln, protetti dalla portinaia che segnala i movimenti sospetti.
Arrestata nell'ottobre del `44 e portata a San Vittore, Luciana è interrogata da Theo Savecke che le incrina la mascella con una sberla; sviene, non parla e dopo venti giorni è liberata per intercessione dell'amante del generale Wolff. Nasconde per due mesi a casa sua Jack, ufficiale carrista inglese evaso dal campo di Fossoli che lei riesce a portare in Svizzera, dove si reca con altri membri del Cln per incontrare emissari di Wolff in vista della resa (Jack, che si è riunito al suo reparto, ricompare alla liberazione di Milano alla guida di un tank: quando riconosce il palazzo in cui ha vissuto in clandestinità, esce dalla colonna e... entra direttamente nel portone. A Luciana Pavia tocca pagare i danni). A guerra finita, Luciana rifiuta di raccontare la sua storia al figlio, di cui ignora le sofferenze patite a scuola per la sua nascita irregolare e di cui respinge le pressioni per sapere chi è; quando finalmente parla, ammonisce il ragazzo - che ha ormai dodici o tredici anni - di ascoltare bene le sue parole perché non sarebbe più tornata sull'argomento. Luciana mostra anche il riconoscimento di paternità e prospetta la possibilità di cambiare cognome: proposta che il figlio, finalmente pacificato, respinge rendendo in questo modo onore a sua madre. da:
http://www.ecologiasociale.org/pg/dum_guerra_resistenza.html la rosa è di Scavullo

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