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mercoledì 25 febbraio 2009

Una centrale nucleare ad Arcore

Victoria Cavendish 1916/De LaszloVilla San Martino è la residenza di Silvio Berlusconi
«Una centrale sia costruita ad Arcore»
L'emittente satellitare EcoTv lancia una petizione online dopo l'accordo italo-francese sullo sviluppo del nucleare
MILANO - Quattro nuove centrali nucleari in Italia? Bene, ma a patto che una sia piazzata ad Arcore, possibilmente vicino a Villa San Martino, residenza di Silvio Berlusconi. È la provocazione lanciata da
EcoTv, emittente satellitare (canale 906 di Sky) e online specializzata in temi legati all'ambiente e alla pace, dopo la firma dell'accordo italo-francese sul nucleare. Una provocazione che ha però un risvolto concreto: EcoTv ha lanciato una petizione online «affinché una delle quattro centrali nucleari che rientrano nell'accordo venga costruita nel comune di Arcore».
24 febbraio 2009 Corriere della Sera

lunedì 23 febbraio 2009

Undicietrenta di Roberto Cotroneo

De Laszlo/Duchessa di PortlandSanremo o Oscar, vincono gli affari
C’è uno scollamento ormai, di cui nessuno tiene più conto. Gli 8 Oscar a “The Millionare”, il film indiano su Bollywood, ha deluso i cinefili, che avrebbero voluto fossero premiati film più importanti. Sabato sera, una parte di spettatori del Festival di Sanremo, che ha avuto un trionfo di ascolti, sono rimasti delusi scoprendo che le tre canzoni in finale erano le più facili e le più popolari. Tra i big di Sanremo avrebbero preferito altri brani, non certo il ragazzino Marco Carta che cantava una canzone che fa il verso a un Baglioni d’annata: orecchiabile e banale. Per non parlare della canzone di Povia o quella di Sal Da Vinci. Ma bisogna tener conto che i premi importanti ormai obbediscono a una logica che è innanzi tutto di tipo commerciale, e non qualitativa. Vale per tutto. Si premia ciò che piace al pubblico, e i festival e i premi funzionano come amplificatori del successo. Al punto tale che il premio più importante al mondo, il premio Nobel per la letteratura, è rimasto l’ultimo premio marziano, e gli accademici di Svezia vengono considerati degli alieni che anziché scegliere i grandi nomi, importanti, di cui si parla molto, continuano a premiare scrittori di cui si sa poco e che pochissimi hanno letto. Ovvero Le Cleziò che prevale su Philip Roth.Dovrebbe funzionare come il Nobel, ma così non funziona più. A Los Angeles “The Millionare” batte "Il curioso caso di Benjamin Button" di David Fincher. E per tornare a Sanremo non vincono Patty Pravo o Francesco Renga che portano due canzoni sofisticate e non banali. Tra i giovani di Sanremo vince la deliziosa Arisa, con un brano che avrebbe potuto cantare il Trio Lescano cinquant’anni fa, e non quella straordinaria voce di Simona Molinari, forse la miglior scoperta di questo Festival di Sanremo. Ma è inutile continuare a pensare che i premi, i concorsi, i festival siano l’espressione di un élite di critici ed esperti che, pedagogicamente, segnala al pubblico la qualità dove il pubblico non ha gli strumenti per trovarla. Ma gli affari sono affari: si punta su quelli che venderanno. O perché fanno polemica sui gay, o perché hanno il bacino di ascoltatori di Gigi D’Alessio (Sal Da Vinci che cantava una sua canzone) o perché funziona il fenomeno “Amici” di Maria De Filippi per Marco Carta. E da domani “Amici” sarà il programma che ha trasformato in un big uno sconosciuto e gli ha fatto anche vincere Sanremo. E stupirsi vuol dire soltanto non saper leggere veramente gli eventi. Se tra venerdì e sabato scorso, a Festival ancora aperto, si andava sul più grande negozio on line di musica del mondo, iTunes Music Store, dove si comprano al computer canzoni e album, si scopriva che le canzoni di Povia e Marco Carta erano già prime in classifica tra i brani più scaricati. Quelli che cercano la qualità più alta devono trovare altre strade, come sempre. Nel cinema, nella musica, nella letteratura. E forse è giusto così. L'Unità

domenica 15 febbraio 2009

Mia stella mia stella

Kroyer Marie 1890Lasciò Casini per il Berlusconi I, poi approdò all'Unione e l'ha fatta cadere Meno di un anno più tardi, trova posto ancora una volta nel centrodestra
Il ping-pong di Clemente l'Indifferente da De Mita a Silvio con ritorno via Prodi
La moglie Sandra chiese un incontro al Cavaliere. Le fu negato. E lei: non mi si tratta così...di FILIPPO CECCARELLI
Dispiace, ma sul serio, esordire con gravi pensieri, o magari interrompere anche solo per un attimo, con pensose note, l'allegro festival del trasformismo. Ma nel circuito ormai sempre più tribale della politica la triste verità è che il ritorno di Clemente Mastella nel centrodestra assomiglia molto al ritorno del medesimo nel centrosinistra, non molti anni orsono. Con il che si può anche azzardare che questo suo eterno ping-pong, questo tipico e rapinoso abbandonarsi alle convenienze, questo assoluto indifferentismo del personaggio sotto l'una o l'altra bandiera, ecco, forse tutto questo rischia di dire molto più sugli schieramenti che non sullo stesso Mastella. Ritorno, poi, da che cosa? In fondo aveva solo saltato un giro. Erano mesi che si guardava intorno, riproponeva patti, minacciava di scrivere libri di memorie, comunque destinate a restare acerbe, perché per Mastella evidentemente la vita continua, destinazione Strasburgo. E subito, a proposito di Strasburgo, viene in testa una di quelle sue fantastiche confidenze: "Sa cosa mi ha confidato una volta Casini? Che a fine legislatura un deputato europeo può aver messo da parte anche un miliardo. Un miliardo, capito? Ecco perché vogliono tutti candidarsi". Era il 1999, anche allora era di ritorno da qualche sponda. Pure lui adesso si candida, ci mancherebbe: cosa sarebbe la vita pubblica italiana senza Mastella? Dopo tutto è rimasto fuori dal giro meno di un anno. All'indomani del melodrammatico affondamento prodiano, eseguito all'insegna dei sentimenti e dei Valori ("Tra l'amore per la mia famiglia e il governo, scelgo il primo"), Mastella aveva per qualche settimana ronzato attorno a Berlusconi. Ma invano: porta chiusa. Ai primi di marzo se n'era dovuta accorgere la signora Sandra, che aveva chiesto un appuntamento con il Cavaliere. "Impossibile" le aveva risposto la mitica Marinella. "E se permette - si era poi sfogata lei - non si tratta così una signora come me".
Ora è difficile ricostruire con esattezza quante volte Mastella è passato da una parte all'altra. Una diligente contabilità della spoletta dovrebbe comprendervi il periodo democristiano, pure assai agitato nella seconda parte del dramma, Edipo a Ceppaloni, una volta consumatasi cioè la rottura con De Mita, che di Mastella e del mastellismo applicato resta in ogni caso il provvido talent-scout. Quello cui di norma rendono ringraziamenti e tributi tutti quelli che dal personaggio prima o poi vengono abbandonati - e sono ormai parecchi, anche se nessuno dispera di trovarselo accanto, un domani. Per onestà va anche detto che, sebbene politicamente libertino, Clemente è un uomo molto simpatico, porta le mozzarelle, invita Baglioni, fa grandi feste e quasi mai lascia un cattivo ricordo. Quando la prima volta dovette dirgli addio, Berlusconi non ci voleva credere: "Ma come? Ti ho coccolato e vezzeggiato a pane burro marmellata e ricchi menu!". Mastella aveva già lasciato Pierfurby Casini a terra, avendo preso con destrezza il taxi dell'Udr, prima di assumere la guida dell'"ala concretista" della creatura cossighiana e di trasformarla quindi in Udeur. Sull'Udeur, partito insieme locale e coniugale, esistono diverse tesi, pure di laurea. Come inno il raggruppamento ha oggi una marcetta rock. Nel precedente, secondo una amena leggenda, il suo fondatore aveva fatto in modo che nel ritornello risuonasse "la mia stella, la mia stella", in modo che si capisse "Mastella" e "Mastella". L'invocatio nominis accompagnò l'ascesa del personaggio nel firmamento del centrosinistra. Di nuovo ministro, e promosso al delicato compito di Guardasigilli, Mastella non ha fatto molto più che litigare con Di Pietro. Ma se i processi degenerativi continuano spediti, nulla vieta una ennesima e bella rimpatriata, pure con Di Pietro, in un futuro al di là del bene e del male.
(15 febbraio 2009) Repubblica

Il commento di Rodotà

Maria Antonia Proietti/Diaz OlanoIL COMMENTO
La nuova legge truffa
di STEFANO RODOTÀ
Torna un'espressione che sembrava confinata nel passato - "legge truffa". Ed è giusto che si dica così, perché non altrimenti può essere definito il testo preparato dalla maggioranza per introdurre nel nostro sistema le "direttive anticipate di trattamento" (o testamento biologico) e che, in concreto, ha l'opposto obiettivo di cancellare ogni rilevanza della volontà delle persone. Non solo per quanto riguarda il morire, ma incidendo più in generale sulla possibilità stessa di governare liberamente la propria vita. Poiché, tuttavia, si discute di fondamenti, appunto dello statuto della persona e del rapporto tra la vita e le regole giuridiche, bisogna almeno fare un tentativo di andar oltre la rozzezza delle argomentazioni che ci hanno afflitto in queste difficili settimane e che rischiano di trascinarsi anche nell'immediato futuro. Due ammonimenti dovrebbero guidare chi si accinge a legiferare sulla dignità del morire. Il primo viene da un grande giudice americano, Oliver Wendell Holmes: "Hard cases make bad laws", i casi difficili producono leggi cattive. Questa affermazione lapidaria è stata variamente interpretata e discussa, ma se ne può cogliere il nocciolo nell'invito a separare la legge dall'occasione, la creazione di una norma destinata a durare dall'emozione di un momento. Rischia di accadere il contrario. L'ossessione della turbolegge (ieri in tre giorni, oggi in tre settimane) possiede la maggioranza e frastorna il Pd. Non riflessione pacata, ma frettolosa imposizione di norme incuranti della loro coerenza interna e, soprattutto, della loro conformità alla Costituzione.
Il secondo ammonimento è nell'alta riflessione di Michel de Montaigne: "La vita è un movimento ineguale, irregolare, multiforme". Quest'intima sua natura fa sì che la vita appaia come irriducibile ad un carattere proprio del diritto: il dover essere eguale, regolare, uniforme. Da qui, da quest'antico conflitto, nascono le difficoltà che oggi registriamo, più intense di quelle del passato perché l'innovazione scientifica e tecnologica fa progressivamente venir meno le barriere che le leggi naturali ponevano alla libertà di scelta sul modo di nascere, vivere, di morire. L'occhio del giurista, e del politico, deve registrare questa difficoltà, e cogliere le novità del quadro. Da una parte, l'impossibilità di continuare ad usare il diritto secondo gli schemi semplici del passato, pena la sua inefficacia, la sua riduzione a puro strumento autoritario, la perdita di legittimazione sociale. E, dall'altra, l'ampliarsi delle possibilità di scelta che appartengono alla libertà individuale, che riguardano solo la propria vita, e che per ciò non possono essere sacrificate da mosse autoritarie, da imposizioni ideologiche, senza violare l'eguale libertà di coscienza. La legge, dunque, deve abbandonare la pretesa di impadronirsi d'un oggetto così mobile, sfaccettato, legato all'irriducibile unicità di ciascuno - la vita, appunto. Quando ciò è avvenuto, libertà e umanità sono state sacrificate e gli ordinamenti giuridici hanno conosciuto una inquietante perversione. Non a caso "la rivoluzione del consenso informato" nasce come reazione alla pretesa della politica e della medicina di impadronirsi del corpo delle persone, che ha avuto nell'esperienza nazista la sua manifestazione più brutale. L'autoritarismo non si addice alla vita, né nelle sue forme aggressive, né in quelle "protettive". Riconoscere l'autonomia d'ogni persona, allora, non significa indulgere a derive individualistiche, ma disegnare un sistema di regole che mettano ciascuno nella condizione di poter decidere liberamente. Non a caso, riflettendo proprio sul consenso informato, si è detto che questo strumento, sottraendo il corpo della persona alle pretese dello Stato e al potere del medico, aveva fatto nascere "un nuovo soggetto morale". Se il testo sul testamento biologico proposto dalla maggioranza dovesse diventare legge, sarebbe proprio questo soggetto a scomparire. Ma qui s'incontra un altro, e ineludibile, ammonimento, l'articolo 32 della Costituzione. Ricordiamone le ultime parole: "La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana". è, questa, una delle dichiarazioni più forti della nostra Costituzione, poiché pone al legislatore un limite invalicabile, più incisivo ancora di quello previsto dall'articolo 13 per la libertà personale, che ammette limitazioni sulla base della legge e con provvedimento motivato del giudice. Nell'articolo 32 si va oltre. Quando si giunge al nucleo duro dell'esistenza, alla necessità di rispettare la persona umana in quanto tale, siamo di fronte all'indecidibile. Nessuna volontà esterna, fosse pure quella coralmente espressa da tutti i cittadini o da un Parlamento unanime, può prendere il posto di quella dell'interessato. Siamo di fronte ad una sorta di nuova dichiarazione di habeas corpus, ad una autolimitazione del potere. Viene ribadita, con forza moltiplicata, l'antica promessa che il re, nella Magna Charta, fa ad ogni "uomo libero": "Non metteremo né faremo mettere la mano su di lui, se non in virtù di un giudizio legale dei suoi pari e secondo la legge del paese". Il corpo intoccabile diviene presidio di una persona umana alla quale "in nessun caso" si può mancare di rispetto. Il sovrano democratico, una assemblea costituente, ha rinnovato la sua promessa di intoccabilità a tutti i cittadini. La proposta della maggioranza si allontana proprio da questo cammino costituzionale. Nega la libertà di decisione della persona, riporta il suo corpo sotto il potere del medico, fa divenire lo Stato l'arbitro delle modalità del vivere e del morire. Le "direttive anticipate di trattamento", di cui si parla nel titolo, non sono affatto direttive, ma indicazioni che il medico può tranquillamente ignorare, con un grottesco contrasto tra la minuziosità burocratica della procedura per la manifestazione della volontà dell'interessato e la mancanza di forza vincolante di questa dichiarazione, degradata a "orientamento". La libertà della persona viene ulteriormente limitata dalle norme che indicano trattamenti ai quali non si può rinunciare e, più in generale, da norme che vietano al medico di eseguire la volontà del paziente, anche quando questi sia del tutto cosciente. Tutto questo ha la sua origine in una premessa che altera gravemente il quadro costituzionale, poiché si afferma che "la Repubblica riconosce il diritto alla vita inviolabile e indisponibile". Ora, se è ovvio che nessuno può disporre della vita altrui, altrettanto ovvio dovrebbe essere il principio che vuole ogni persona libera di rifiutare la cura, qualsiasi cura, disponendo così della sua vita. Proprio questo diritto viene illegittimamente negato quando si vieta al medico "la non attivazione o disattivazione di trattamenti sanitari ordinari e proporzionati alla salvaguardia della sua vita o della sua salute, da cui in scienza e coscienza si possa fondatamente attendere un beneficio per il paziente". Conosciamo, infatti, infiniti casi in cui persone hanno rifiutato interventi sicuramente benefici - dalla dialisi, alla trasfusione di sangue, all'amputazione di un arto - decidendo così di morire. Si introduce così un "obbligo di vivere", che contrasta proprio con i diritti fondamentali della persona. E' abusivo anche il divieto di rifiutare l'alimentazione e l'idratazione, definite "forme di sostegno vitale e fisiologicamente finalizzate ad alleviare le sofferenze", con una inquietante deriva verso una "scienza di Stato". Quella affermazione, infatti, è quasi unanimemente contestata dalla scienza medica, sì che un legislatore rispettoso davvero dei diritti delle persone dovrebbe, se mai, limitarsi a prevedere modalità informative tali da mettere ciascuno in condizione di valutare e decidere liberamente, davvero in "scienza e coscienza": ma, appunto, scienza e coscienza della persona, non del medico o di un legislatore invasivo. E si tratta pure di una affermazione puramente ideologica, che ha come unico fine quello di continuare a gettare un'ombra sulla conclusione della vicenda di Eluana Englaro. Inoltre, dietro il nominalismo della distinzione tra "trattamento" e "sostegno", si coglie la volontà di aggirare l'articolo 32, dove l'imposizione di trattamenti obbligatori è legata a situazioni particolari o eccezionali (vaccinazioni obbligatorie in caso di epidemia). Questa prepotenza legislativa si concreta anche in un trasferimento di enormi poteri ai medici, caricati di responsabilità che li indurranno ad assumere atteggiamenti fortemente restrittivi, così trasformando la proclamata "alleanza terapeutica" con il paziente in una situazione che prepara nuovi conflitti che, alla fine, saranno ancora i giudici a dover decidere. Delle molte sgrammaticature giuridiche di quel testo si potrà parlare in un'altra occasione. Ma qui conviene concludere con una domanda francamente politica. Nonostante il terrorismo mediatico, con le sue accuse al "partito della morte", una salda maggioranza di cittadini continua a dichiarare che debba essere solo la persona a dover decidere della sua vita. Chi li rappresenterà in Parlamento, vista la debolezza dimostrata finora dal Partito democratico?
(15 febbraio 2009) Repubblica

Undicietrenta di Roberto Cotroneo

BoldiniI Bronzi per compiacere il Principe di Roberto Cotroneo
È una cosa assurda. È di oggi la notizia che Silvio Berlusconi vorrebbe portare al vertice del G8, che si terrà a luglio alla Maddalena, i Bronzi di Riace. Prelevati da Reggio Calabria e trasportati fino a lì affinché i grandi della terra possano goderne, guardarli ed ammirare le due celebri statue. I Bronzi di Riace sono due statue difficili da trasportare, pena il rischio di comprometterne lo stato di conservazione. C’è bisogno di un parere tecnico e di procedure complesse per toglierle dal museo di Reggio Calabria e portarle fino in Sardegna. Il rischio che si possano danneggiare è alto.Ma siamo alle solite. È possibile considerare due capolavori archeologici come fossero un pezzo di arredamento? E per stupire i commensali, anche se i commensali sono i grandi della terra? Si possono considerare i due capolavori dell’arte ellenica come fossero due oggetti di design utile per abbellire una location del potere? La risposta più prevedibile sarebbe un’altra: li portiamo perché sono il simbolo della bellezza, della cultura e del patrimonio artistico italiano, e poiché i grandi della terra non andranno facilmente a Reggio Calabria a vedersele, meglio farle arrivare fino alla sede del summit. Insomma, se Obama non va dai Bronzi, i Bronzi vanno da Obama.In realtà in questo caso i Bronzi di Riace non sono il simbolo di un paese e della sua cultura. Non servono a dimostrare al mondo quanto è ricco il nostro patrimonio storico e archeologico. Ma servono a compiacere il principe, nel caso specifico Berlusconi, che pensa ai capolavori dell’arte come a qualcosa di utilizzare a propri fini. Metterli alla Maddalena è il suo modo per stupire e compiacere, per dimostrare il suo potere e alimentare il suo narcismo. Come un monarca assoluto di altri tempi, apre una porta e aspetta la sorpresa dei suoi commensali nel vedere apparire i due capolavori. Una cosa lontanissima da quanto accade nel resto del mondo. Dove le opere d’arte non sono un gadget a uso e consumo dei potenti, ma il tessuto culturale di una nazione. Stanno nei musei, e sono patrimonio dell’umanità, non di Berlusconi e i suoi ospiti. La cultura, la meraviglia, l’ammirazione per i Bronzi di Riace non è un modo di promuovere la cultura italiana.Basti solo guardare a come sono disastrati gli Istituti di cultura italiana all’estero per rendersene conto. Luis Zapatero potrà meravigliarsi dei Bronzi, ma – per fare un solo esempio – da pochi mesi il suo Istituto Cervantes (l’organismo del governo che pruomove la cultura spagnola nel mondo) ha acquistato una sede di 1500 metri quadrati a Francoforte, con 60 addetti, contro la sede culturale italiana di 200 metri quadrati, in affitto, e soli tre addetti. Se proprio Berlusconi vuole mostrare le risorse e la ricchezza del nostro paese, lasci perdere le statue a uso e consumo suo e dei potenti, e si occupi dei nostri Istituti nel mondo. Ma quella è cultura vera, non propaganda. L'Unità

mercoledì 11 febbraio 2009

Lettera di Veltroni

LefevbreLa lettera del segretario pd
Il pudore e l'amore di un padre
Veltroni: «Cosa sarebbe successo se una sola immagine di Eluana oggi fosse arrivata nelle tv o sui giornali?»
Caro direttore, sono giorni che penso che questa vicenda lascerà un segno profondo nella coscienza civile del Paese. Non so dire, ora, se essa avrà prodotto, attraverso la «cognizione del dolore», l'effetto di far fermare l'opinione pubblica, di farle sospendere, per un'ora o per un giorno, la bulimica corsa verso il niente che spesso riempie la solitudine di senso del nostro tempo. Il corpo di una ragazza, di quella ragazza sorridente, viva, allegra. Diciassette anni fa. Quel corpo che noi ricordiamo così. Noi, che l'abbiamo vista solo così. Il corpo di quella ragazza che il dolore e l'assenza di relazione vitale, che un tempo trascorso senza la gioia di sentire il rumore dei propri passi e di quelli degli altri, della propria voce e di quella degli altri, avrà reso irriconoscibile. Il pudore e l'amore di un padre hanno salvaguardato la riservatezza della mutazione di quel corpo. Anche al rischio che si potesse pensare, nel fuoco della orrenda campagna politico-mediatica, che Eluana fosse quel sorriso, quella vita neanche cominciata, quel progetto che diciotto anni portano in sé. E invece Eluana era quel corpo martoriato, un corpo muto, incapace di testimoniare il proprio dolore perché nascosto, coperto, tutelato dall'amore di un padre. Cosa sarebbe successo se una sola immagine di Eluana oggi fosse arrivata nelle tv o sui giornali? Quale effetto emotivo, uguale e contrario alle foto solari di un giorno di vacanza, si sarebbe determinato nell'opinione pubblica? Perché l'Eluana che se ne è andata è quella che il padre non ha voluto mostrare, sfidando ogni cinismo, ogni calcolo di opportunità, ogni convenienza. Essere padre, in una società che ha imparato a discutere ruolo e autorità di una figura determinante nella vita di ciascuno. Mi è capitato di scrivere molte volte, parole di romanzi, su questo tema. E ogni volta mi arrivavano valanghe di lettere. Una signora, un giorno, mi avvicinò e mi chiese qualcosa che mi scosse. Lo chiedeva a me, come fossi un esperto. A me, che non ho neanche una fotografia con mio padre. Mi chiedeva cosa doveva fare con il suo papà che stava morendo. Perché in tutta la loro vita non si erano mai, neanche una volta, abbracciati. E lei temeva che se lo avesse fatto lui avrebbe capito che la sua vita stava finendo. E' la storia di Eluana allo specchio, questa. E' la storia di Eluana che da quella sera che una lastra di ghiaccio la tradì è stata accompagnata dalle parole, dalle carezze, dalle lacrime di un padre e di una madre che si è consumata nel dolore. Per questo, lo dico con raccapriccio ma senza polemica (non qui, non ora), mi ha indignato come poche cose nella mia vita ascoltare un uomo politico, un uomo di governo dire che la battaglia di quel padre sembrava avere come obiettivo «togliere di mezzo una scomodità». Come si può mai parlare di una creatura come di una «scomodità»? Come si può ignorare che quei due esseri umani hanno curato e accudito quella ragazza silenziosa per seimiladuecentotrentatrè giorni? E' la storia di una famiglia italiana, quella degli Englaro. Ed è la storia di migliaia di famiglie che vivono la stessa angoscia. Qualcuna si aggrappa ad ogni speranza, per amore. Qualcuna pensa che il dolore che quel corpo vive debba finire, per amore. Che diritto abbiamo noi di polemizzare, urlare, inveire di fronte a questa abissale tragedia di amore? Noi, che abbiamo responsabilità, facciamo le leggi. Leggi giuste, meditate, umane. Leggi coscienti dei limiti invalicabili per uno Stato liberale. Ad esse i cittadini si atterranno. Il resto è inconoscibile. E' ciò che scorre nella mente e nel cuore di chi ama una persona che non può rispondere. Di chi da padre, o madre, vede il proprio figlio spegnersi nel silenzio, quando la natura vorrebbe il contrario. Questo e solo questo mi viene da dire, su Eluana Englaro, ragazza italiana. Che di amore e di dolore è stata circondata per seimiladuecentotrentatré giorni tristi e notti infinite.
Walter Veltroni 11 febbraio 2009 Corriere della Sera

Lettera di Quagliariello

FeuerbachLa lettera del vicecapogruppo pdl
Eluana, le mie accuse e una notte insonne
Quagliarello: «Ciò che è accaduto è una esasperazione della libertà che finisce per negare se stessa»
Caro direttore, da un po' di tempo penso che i temi della vita e della morte siano destinati a entrare nell'agenda della politica. Me ne sono convinto contro il mio stesso desiderio. Da liberale conservatore, infatti, ho sempre preferito che tali questioni restassero nella sfera privata. Ma se la vita, la morte e il confine che le separa vengono trascinati nello spazio pubblico, se si imbastiscono campagne mediatiche, se si sollecita l'intervento dei tribunali, alla politica non è dato mettere la testa sotto la sabbia. Pena smarrire il proprio ruolo e la propria nobiltà.In questo quadro la drammatica vicenda di Eluana Englaro segna un discrimine di civiltà, investendo la concezione stessa della vita e della libertà. La seguo da anni. Convinto che la sentenza della Cassazione abbia aperto tre vulnus — laddove ha stabilito che alimentazione e idratazione sono cure, che esse possono essere sospese in base a una volontà presunta ricostruita ex post, e che in mancanza di una precisa volontà al medico sia vietato intervenire — ho fatto tutto il possibile affinché a occuparsi di questo tema, con tutte le sue implicazioni, fosse il Parlamento.Dietro questa battaglia ci sono le mie convinzioni liberali, che io stesso ho riconsiderato dopo che lo shock dell'11 settembre mi ha posto di fronte a interrogativi radicali. Io non credo che qualcuno possa stabilire quando una vita è degna di essere vissuta, perché in caso contrario si rischierebbe di trasferire sul piano antropologico quella «presunzione fatale» che Raymond Aron ha mirabilmente descritto in ambito sociale. E non credo neppure che si possa presumere la volontà di chicchessia o ricavarla da stili di vita e testimonianze.Perché la vita è sempre una sorpresa, che mette la persona di fronte a situazioni che la mente e l'emozione non conoscono né possono immaginare, come può comprendere chiunque abbia avuto un figlio o abbia perso un genitore. Per questo ciò che è accaduto a Udine mi è sembrato una mostruosità: una esasperazione della libertà che finisce per negare se stessa. Per questo l'altro ieri, in preda all'emozione, ho affermato «Eluana non è morta, Eluana è stata ammazzata». Non è stato un comportamento razionale, e la notte successiva non ci ho dormito. Ieri però, rileggendo il resoconto del mio intervento in Senato, ho pensato di non aver fatto male. Perché il Parlamento è luogo sacro se si ha rispetto per le idee degli altri, ma anche per le proprie.Soprattutto quando si discute di questioni che riguardano il diritto alla vita, la dignità della persona, la libertà dell'essere umano, che precedono ogni Costituzione. Io ho chiamato le cose con il loro nome: togliere la vita per mancanza di acqua e cibo non è una morte naturale. E sono contento che questo governo e il mio partito la pensino come me. E' un buon inizio per fondare il PdL sulla roccia dei principi anziché sulle sabbie mobili di qualche convenienza occasionale. L'altro ieri sono tornato a casa distrutto e sfiduciato, confortato solo da un messaggino di mia figlia di tredici anni. Oggi sono più forte e sereno, e finalmente ho dormito.
Gaetano Quagliarello 11 febbraio 2009 Corriere della Sera

L'ultima carezza

Edelfelt 1877Da Lecco a Udine in macchina con la moglie, ma ha voluto che lei restasse fuori: "Non doveva vederla così"
L'ultima carezza di Beppino alla figlia "Voglio sparire, non andrò alla sepoltura"
dal nostro inviato PIERO COLAPRICO
UDINE - Cammina tra i poliziotti della Digos. Sotto la giacca a quadri, una polo blu, i pantaloni scuri, calza scarpe nere. La tomaia è allargata. Sono le classiche scarpe di chi ci ha camminato dentro a lungo. In effetti, ha percorso tanta strada, anche quella che sua figlia Eluana non poteva più fare. Adesso questa corsa non si ferma, rallenta, rallentano anche i battiti del cuore di papà Beppino: "Vederla è stato un impatto violentissimo, più di quanto potessi immaginare", dice, con il tono di voce basso, quasi un sussurro, all'uscita dalla cappella dell'ospedale civile di Udine. C'è rimasto dieci minuti, per vedere quel volto che conosceva a memoria e che non scorderà mai. Viene voglia di lasciarlo in pace solo a vederlo. Ma, in fin dei conti, sono tanti anni che ci si vede tra tribunali e cliniche, due chiacchiere si possono fare. "Mi fermo in Friuli - continua - lo stretto necessario, poi vado via. No, non vorrei nemmeno parlare del funerale di Eluana. Ne abbiamo ragionato in famiglia, alla fine mio fratello Armando, che con Eluana aveva un rapporto speciale, mi ha detto di seppellirla accanto a nostro padre. Massì, in ogni caso non penso proprio di andare alla cerimonia". La decisione è antica, presa sin da quando, dopo la sentenza della corte d'appello milanese, questo papà ha intravisto la possibilità di "liberare" sua figlia. E di uscire di scena. "E' anche una questione di coerenza, ma ne devo parlare con mia moglie, se sta un po' meglio lo faccio, forse lei vorrà andare". Guarda con gli occhi scuri, appuntiti: "Per un uomo - continua - le condanne più dure sono due. Dover dar voce a chi non ce l'ha, e lo faccio da tanti anni per Eluana, e ci hanno ascoltato. E dover decidere per chi non può, e nella notte ho deciso di non portare mia moglie in obitorio, non doveva vederla così. Quando Eluana non se n'era ancora andata sì, se fosse stato possibile. Ma ora no, non si poteva. Non sono due condanne tremende quelle che mi sono toccate. Perciò l'unico modo per ritrovare una dimensione umana, se potrò, è restare solo".
Solo con la moglie, solo con una montagna di giornali vecchi da leggere, solo con qualche orizzonte da guardare, sentendo accanto la sua Eluanina, questo sì, se lo deve concedere. Ce la farà? Sua moglie Sati stava ieri così male di salute da essere portata direttamente a Paluzza, solo Beppino è stato accompagnato a Udine. Con la polizia. Perché a forza di dargli dell'assassino, del padre crudele, a forza di parlare di figli ammazzati e condanne a morte, le forze dell'ordine si sono convinte che l'agguato di un pazzo, di un esaltato con la croce come una spada, non è da escludere. Una lettera anonima è stata trovata in clinica. Alla Procura sono arrivati quasi cinquecento esposti, che vengono valutati con attenzione, anche perché potrebbero trasformarsi in calunnie, faccende che causano anni di condanna. Questo padre che è il ritratto non del dolore, ma della resistenza al dolore, è stato infastidito dal dispiego di attacchi micidiali e fasulli: "Dentro ai deliri non mi ci tirano, ma ho bisogno di chiudere il rubinetto delle parole. Ho parlato tanto in questi anni per Eluana, che era il primo pensiero mio e di mia moglie. Ora mi piacerebbe il silenzio". Sarà difficile, lo sa per primo anche lui. E anche se non vuole più polemiche, "Non perdono la mancanza di rispetto verso mia figlia e noi", dice. Nei giorni scorsi, papà Beppino era stato "vivamente consigliato" dagli avvocati di far causa, lui non aveva detto né sì, né no. Ma ieri pomeriggio gli hanno accennato a un idea. Trasformare l'associazione "Per Eluana", dei medici e degli infermieri, in una fondazione senza fini di lucro. Le diffamazioni, le calunnie, i risarcimenti civili potrebbero far parte dell'attivo del bilancio sotto forma di donazione da parte delle vittime (lui, sua moglie Sati, il medico Da Monte). Per esempio, qualcuno ricorderà l'avvocato Giuseppe Lucibello. Gliene hanno dette di tutte, sinora ha ottenuto un risarcimento dell'onore pari a un milione e mezzo di euro. Non poco. Qua a Udine, nessuno vuole toccare il denaro di chi sarà condannato. Ma l'idea è offrire borse di studio nel nome di Eluana per chi vorrà diventare neurologo, provare a far crescere anche in Friuli Venezia Giulia una cattedra di medicina palliativa (in Italia non c'è), sostenere la ricerca sul cervello. Potrebbe funzionare: "Dal male che questa famiglia ha ricevuto gratis, dai sospetti lanciati sulla professionalità del primario, può scaturire qualche cosa di positivo" dice l'avvocato Massimiliano Campeis. Appena gli hanno accennato quest'ipotesi, papà Beppino ha per una volta allargato la bocca in un sorriso e gli si sono finalmente inumiditi gli occhi: sì, questo è forse un modo per ricordare sua figlia, per non scordare una morte accompagnata dalle polemiche. "Ora lei riposa in pace e io posso tacere", dice il papà. Ma oggi arriverà a Paluzza il feretro, poi ci sarà questa cerimonia, poi chissà, ma il tempo della battaglia è finito, è il tempo della quiete che non arriva per un padre e una madre, ma è arrivato solo per la loro figlia amata. E difesa.
(11 febbraio 2009) Repubblica

1°: Il grande fratello

BoldiniFronte del video di Maria Novella Oppo
Padre padrone padrino di Maria Novella Oppo
Il silenzio essendo la negazione della tv, lo strepito è stato clamoroso e spietato attorno a Eluana. E chi gridava più forte di volerla viva, voleva solo prolungare la sua morte infinita e infliggere ai genitori, con gli insulti, un’altra dose di dolore. Nella prima serata di lunedì, a difendere la propria dignità professionale e umana sono stati Gad Lerner, che ha condotto una discussione onesta e approfondita ed Enrico Mentana, che ne è stato impedito dalla logica del commercio. E cioè dall’interesse superiore del padrone delle ferriere televisive e politiche. Cosicché, mentre la destra si scatenava in Senato, ostentando ragioni etiche ma mettendo in atto spinte incostituzionali, su Canale 5 dilagavano le baruffe elettrodomestiche del Grande fratello. Dimostrando ancora una volta, se ce ne fosse stato bisogno, che l’etica di Berlusconi coincide col portafoglio.È lì che batte il suo cuore di padre, di padrone, di padrino e di presunto padreterno. L'Unità

martedì 10 febbraio 2009

Il ritratto di Dorian

BlancheLa foto che manca
di Giovanni Maria Bellu
Guardate bene quelle foto. I giornali domani ne saranno pieni. Le televisioni inonderanno le case degli italiani con l’immagine di Eluana. E taceranno il fatto che quella ragazza, la ragazza sorridente delle foto, non esiste più da diciassette anni.Il presidente del Consiglio, con la tempestività dello specialista di marketing, ha immediatamente avviato la seconda fase dell’operazione-Eluana. La sua prima dichiarazione è chiara fino alla spudoratezza. "E’ stata resa impossibile l'azione per salvarla".Guardate quella foto e osservate la curva dei sondaggi. Cinque giorni fa due italiani su tre condividevano la scelta di Beppino Englaro. Ieri il paese era diviso a metà. Nel mezzo c’è stata una delle più colossali operazioni di disinformazione del dopoguerra. Sarà interessante e istruttivo studiarla. Perché la campagna mediatica della tragedia di Eluana Englaro è la dimostrazione evidente dei danni che la cosiddetta “anomalia italiana” è in grado di produrre nella libera formazione del consenso.La tempestività con cui Silvio Berlusconi ha diffuso la sua dichiarazione chiarisce a tutti quelli che ancora non se n’erano accorti il senso dell’intera operazione: attribuire la morte di Eluana Englaro al capo dello Stato e all’intera opposizione. Con qualche venatura di “giallo” come ha potuto constatare chi, poco fa, si trovava davanti alla televisione e ha avuto la disgrazia di sentire Bruno Vespa.L’uso delle immagini della ragazza sarà, nei prossimi giorni, il proseguimento con altri mezzi della falsificazione operata attraverso i servizi sui risvegli dal coma (di persone in condizioni totalmente diverse da Eluana Englaro) o con l’utilizzo ossessivo di verbi quali “bere” e “mangiare” (spesso accompagnate da immagini di focacce e bottiglie d’acqua). Per questo è importante guardare bene, cioè in modo adulto e consapevole, quelle vecchie foto.Perché il loro uso e abuso richiamerà un’assenza. Richiamerà l’immagine mancante. Quella di Eluana nel letto di morte. L’immagine che, se solo avesse voluto, Beppino Englaro avrebbe potuto diffondere per mettere a tacere i suoi calunniatori. Non l’ha mai fatto. Non ha voluto farlo. Ma questo, state sicuri, le televisioni del premier non lo diranno.
09 febbraio 2009 L'Unità

L'asso nella manica

J.W.AlexanderMediaset accetta le dimissioni di Mentana
«Mediaset accetta le dimissioni presentate dal direttore Enrico Mentana e respinge tutte le sue motivazioni, nella convinzione di avere svolto come sempre il proprio ruolo di editore in modo tempestivo e completo». Questo lo stringato comunicato del Biscione che scarica con poche righe Chicco Mentana. Il giornalista aveva chiesto ieri di poter andare in onda su Canale5 con "Matrix" sul caso Englaro. Rifiuto dell'azienda, che ha invece trasmesso come da palinsesto "Il Grande Fratello" (per inciso campione d'ascolti con quasi 8 milioni di ascoltatori). Risultato: dimissioni accettate."Matrix" viene dunque sospeso.Sulla questione, molto imbarazzante e spinosa, è intervenuto il Cdr di Canale5. Il comitato di redazione del Tg5 che esprime «la propria convinta solidarietà ad Enrico Mentana e chiede un «incontro urgente» ai vertici dell'azienda per chiarire il ruolo dell'informazione. «Mentre Raiuno stravolgeva il palinsesto per uno speciale di Porta a porta - afferma il cdr del Tg5 in una nota - sugli schermi di Canale 5 le uniche lacrime che venivano versate erano quelle di Federica, nella casa del Grande Fratello. Un'immagine a dir poco imbarazzante, non degna di una grande rete generalista quale è Canale 5, che ha il dovere di informare i propri telespettatori, pur nel rispetto delle logiche della tv commerciale. Una scelta che ancora una volta, di fronte a un dramma che ha scosso il paese, segue in modo cieco le logiche dell'audience e toglie credibilità alla programmazione anche di una rete che vive di pubblicità». «Di fronte alla scelta di non modificare i programmi della rete ammiraglia, impedendo di fatto a Matrix e al Tg5 di andare in onda nonostante fossero pronti a farlo - continua il cdr - Mentana ha deciso di lasciare. Sconcerta la decisione dell'azienda di accettare su due piedi le dimissioni di uno dei più autorevoli giornalisti italiani, patrimonio di Mediaset, fondatore del Tg5 e di Matrix, autore di successi che hanno dato lustro, credibilità e anima alla nostra televisione. La decisione poi di non mandare in onda Matrix neanche a mezzanotte come previsto, appare come una vera e propria ritorsione. Noi giornalisti del Tg5 chiediamo ai vertici aziendali Piersilvio Berlusconi e Fedele Confalonieri, un incontro urgente per chiarire se abbiamo ancora un ruolo e se l'informazione è ancora una delle priorità dell'azienda per la quale lavoriamo». Quello che comunque si è visto in tv ieri sera rasenta lo sconcertante. Le reti Mediaset hanno dato il peggio di sé. Da una parte Emilio Fede a celebrare la liturgia funebre, con le campane a morto in sottofondo, insultando Beppino Englaro. Il direttore del Tg4 lo ha detto chiaro: "Il clamore voluto da Englaro ha coinciso con le manchette pubblicitarie del suo libro". Una vergogna. Sulla rete ammiraglia della Rai, Bruno Vespa ha accolto come prologo di "Porta a Porta" le lacrime della sottosegretaria al Welfare, Roccella, che tra un sospiro e un singulto ha dichiarato: "Peccato essere arrivati in ritardo". Un peccato, semmai, non essersi mai interessati dell'argomento e usarlo a proprio piacimento. Medievale l'approccio: primi piani su fiaccolate, preghiere, poche riprese rispetto allo schifo andato in onda nell'Aula del Senato (meno male che Sky c'è, invece, che ha trasmesso la bagarre) con il centrodestra che ha trasformato il minuto di silenzio in memoria di Eluana in un'arena circense. Interessante anche il look dei necrofori catodici. Anche stamane, su Raiuno, alle scollature vistose è stato preferito il sobrio tailleur nero da funerale. E non è un caso che vinca la partita "Il Grande fratello": questa è l'Italia voluta da Silvio Berlusconi. Da una parte l'arroganza e l'insulto, dall'altra l'occhio nel buco della serratura. Una parodia da reality davanti a una vera tragedia.
10 febbraio 2009 L'Unità

domenica 8 febbraio 2009

Kennedy disse

Io credo in un’America dove la separazione di Chiesa e Stato sia assoluta. Dove nessun gruppo religioso cerchi di imporre i suoi voleri direttamente o indirettamente sulla popolazione o sugli atti pubblici dei suoi funzionari. John Fitzgerald Kennedy, 12 settembre 1960 da L'Unità

venerdì 6 febbraio 2009

Battisti

Mme Neyt/DuranTensione anche al Senato di Brasilia
Caso Battisti, l'Europarlamento interviene con il Brasile
«Tenga conto delle sentenze italiane». Un minuto di silenzio a Strasburgo per le vittime del terrorista
STRASBURGO - Il Parlamento europeo ha invitato il Brasile tenere conto delle sentenze italiane sulla
mancata estradizione di Cesare Battisti. La mozione è stata approvata con 46 voti a favore e otto contrari. È una decisione di segno opposto di quella della Commissione europea, che lo scorso 29 gennaio aveva reso noto di «non avere la competenza» per intervenire sul caso. L'assemblea di Strasburgo si è fermata per un minuto di raccoglimento in memoria delle vittime del terrorista. Il minuto di silenzio è stato chiesto in modo irrituale dalla capo delegazione di Alleanza nazionale, Roberta Angelilli, che ha chiesto di utilizzare il suo tempo di parola per questo omaggio. La richiesta è stata rispettata da tutti i pochi presenti, che si sono alzati in piedi.
PROCEDURE - La rappresentanza permanente del Brasile presso l'Ue aveva in precedenza fatto sapere che il governo brasiliano ritiene che tutte le procedure per la concessione dello status di rifugiato a Cesare Battisti siano in linea con la legislazione brasiliana, sottolineando il principio alla base del diritto internazionale dei rifugiati, secondo il quale la concessione di questo status non costituisce un atto di ostilità tra Stati.
TENSIONE - Il caso Battisti e la reazione italiana provoca tensioni anche nel Parlamento brasiliano. Mercoledì sera al Senato di Brasilia c'è stato un battibecco tra Eduardo Suplicy, del partito del presidente Lula che in queste settimane ha difeso lo status di asilo politico concesso all'ex terrorista italiano, e Demostenes Torres, del Partito conservatore all'opposizione. Torres ha detto che «il Brasile stia diventando» un Paese disposto a concedere l'asilo politico a «delinquenti che hanno commesso delitti di sangue». Lo scambio di accuse è proseguito per alcuni minuti, fino a quando il presidente dell'aula ha deciso di staccare il microfono a entrambi. Corriere della Sera

Sempre su Eluana

Millais/Kate Dolan in PortiaIntervista al cantante-medico
Caso Eluana, parla l'ateo Jannacci: allucinante fermare le cure
«La vita è importante anche quando è inerme e indifesa. Fosse mio figlio mi basterebbe un battito di ciglio»
MILANO - Ci vorrebbe una carezza del Nazareno» dice a un certo punto, e non è per niente una frase buttata lì, nella sua voce non c'è nemmeno un filo dell'ironia che da cinquant'anni rende inconfondibili le sue canzoni. Di fronte a Eluana e a chi è nelle sue condizioni — «persone vive solo in apparenza, ma vive » — Enzo Jannacci, «ateo laico molto imprudente», invoca il Cristo perché lui, come medico, si sente soltanto di alzare le braccia: «Non staccherei mai una spina e mai sospenderei l'alimentazione a un paziente: interrompere una vita è allucinante e bestiale».
È un discorso che vale anche nei confronti di chi ha trascorso diciassette anni in stato vegetativo? «Sono tanti, lo so, ma valgono per noi, e non sappiamo nulla di come sono vissuti da una persona in coma vigile. Nessuno può entrare nel loro sonno misterioso e dirci cosa sia davvero, perciò non è giusto misurarlo con il tempo dei nostri orologi. Ecco perché vale sempre la pena di aspettare: quando e se sarà il momento, le cellule del paziente moriranno da sole. E poi non dobbiamo dimenticarci che la medicina è una cosa meravigliosa, in grado di fare progressi straordinari e inattesi». Ma una volta che il cervello non reagisce più, l'attesa non rischia di essere inutile? «Piano, piano... inutile? Cervello morto? Si usano queste espressioni troppo alla leggera. Se si trattasse di mio figlio basterebbe un solo battito delle ciglia a farmelo sentire vivo. Non sopporterei l'idea di non potergli più stare accanto». Sono considerazioni di un genitore o di un medico? «Io da medico ragiono esattamente così: la vita è sempre importante, non soltanto quando è attraente ed emozionante, ma anche se si presenta inerme e indifesa. L'esistenza è uno spazio che ci hanno regalato e che dobbiamo riempire di senso, sempre e comunque. Decidere di interromperla in un ospedale non è come fare una tracheotomia...». Cosa si sentirebbe di dire a Beppino Englaro? «Bisogna stare molto vicini a questo padre». Non pensa che ci possano essere delle situazioni in cui una persona abbia il diritto di anticipare la propria morte? «Sì, quando il paziente soffre terribilmente e la medicina non riesce più ad alleviare il dolore. Ma anche in quel caso non vorrei mai essere io a dover "staccare una spina": sono un vigliacco e confido nel fatto che ci siano medici più coraggiosi di me». Come affronterebbe un paziente infermo che non ritiene più dignitosa la sua esistenza? «Cercherei di convincerlo che la dignità non dipende dal proprio stato di salute ma sta nel coraggio con cui si affronta il destino. E poi direi alla sua famiglia e ai suoi amici che chi percepisce solitudine intorno a sé si arrende prima. Parlo per esperienza: conosco decide di ragazzi meravigliosi che riescono a vivere, ad amare e a farsi amare anche se devono invecchiare su un letto o una carrozzina». Quarant'anni fa la pensava allo stesso modo? «Alla fine degli anni Sessanta andai a specializzarmi in cardiochirurgia negli Stati Uniti. In reparto mi rimproveravano: "Lei si innamora dei pazienti, li va a trovare troppo di frequente e si interessa di cose che non c'entrano con la terapia: i dottori sono tecnici, per tutto il resto ci sono gli psicologi e i preti". Decisero di mandarmi a lavorare in rianimazione, "così può attaccarsi a loro finché vuole"... ecco, stare dove la vita è ridotta a un filo sottile è traumatico ma può insegnare parecchie cose a un dottore. C'è anche dell'altro, però». Che cosa? «In questi ultimi anni la figura del Cristo è diventata per me fondamentale: è il pensiero della sua fine in croce a rendermi impossibile anche solo l'idea di aiutare qualcuno a morire. Se il Nazareno tornasse ci prenderebbe a sberle tutti quanti. Ce lo meritiamo, eccome, però avremmo così tanto bisogno di una sua carezza».
Fabio Cutri 6 febbraio 2009 Corriere della Sera

mercoledì 4 febbraio 2009

6 bugie su Eluana

Leonardo da VinciLe sei bugie sul caso Englaro. Ecco come stanno le cose di Luca Landò
1. «Eluana soffrirà»Il cervello di Eluana è stato irrimediabilmente compromesso la notte del 18 gennaio 1992 quando la sua auto slittò sul terreno ghiacciato e andò a sbattere contro un muro. L’incidente lasciò intatte le parti del cervello che controllano le funzioni fisiologiche primarie, come la respirazione e il battito cardiaco, che si trovano nel cosiddetto tronco encefalico. I danni più gravi riguardarono invece la corteccia cerebrale, una sorta di “cuffia” che avvolge il cervello e nella quale vengono elaborate funzioni più complesse come la parola, la visione, la percezione del dolore ma anche la fame e la sete. Quando i medici della clinica di Udine inizieranno a ridurre progressivamente l’idratazione e l’alimentazione artificiale, Eluana non si accorgerà di nulla, così come è da 17 anni che non avverte né fame, né sete, né dolore.
2. «Potrebbe risvegliarsi»Dire che Eluana si possa riprendere dalla situazione in cui si trova (stato vegetativo permanente) è come dire che il treno su cui viaggiamo deraglierà sicuramente o che la casa in cui ci troviamo crollerà tra cinque minuti: tutto è possibile, ma le probabilità che simili eventi accadano sono talmente basse da non poter essere prese in considerazione ai fini delle nostre decisioni (altrimenti non viaggeremmo sui treni o non abiteremmo dentro case).
3. «È come Terry Schiavo»Eluana è stata definita la Terry Schiavo italiana, con riferimento alla giovane americana su cui si è accesa una violenta battaglia giuridica. Come scrive Maurizio Mori nel suo libro («Il caso Eluana Englaro», Pendragon Editore), «l’analogia è corretta per quanto riguarda l’aspetto clinico (in entrambi i casi si parla di stato vegetativo permanente), è invece sbagliata per quanto riguarda i risvolti giuridici». La vicenda di Terri Schiavo divenne una “caso” per via della fortissima divergenza tra i famigliari. Il marito asseriva che lei non avrebbe mai voluto restare in stato vegetativo e chiedeva la sospensione dell’alimentazione e idratazione artificiali; al contrario, il padre, la madre e il fratello della donna sostenevano che quella non era la volontà di Terri.«Il caso Eluana - ricorda Mori, che ben conosce la famiglia - non ha mai presentato alcun contrasto tra i famigliari. Anzi, la situazione è diametralmente opposta: i genitori Englaro sono perfettamente concordi circa la sospensione dei trattamenti».Il caso Terri Schiavo, semmai, insegna un’altra cosa: l’autopsia eseguita subito dopo la morte della donna rivelò che il cervello si era irrimediabilmente atrofizzato al punto da pesare soltanto 615 grammi (circa la metà del normale). Quell’esame stabilì senza ombra di dubbio che le sue condizioni erano «irreversibili e che nessun tipo di terapia o cura riabilitativa avrebbero potuto cambiare le cose», come disse il dottor John R. Thogmartin, patologo del sesto distretto giudiziario della Florida che condusse l’autopsia.
4. «Morirà di sete»Dicono: interrompere l’idratazione e l’alimentazione artificiale ad Eluana è come togliere il pane e l’acqua a una persona. L’analogia fa effetto ma è sbagliata: si tratta infatti di trattamenti sanitari che richiedono un intervento del medico sia per quanto la modalità di somministrazione (nel caso di Eluana un sondino nasogastrico) sia per il tipo sostanze inserite (non un frullato di frutta preparato in cucina ma una miscela di proteine, vitamine e quant’altro indicate dietro rigorosa prescrizione medica). Se si decide di interrompere ogni forma di accanimento terapeutico, come in questo caso, è giusto sospendere anche questi trattamenti artificiali.
5. «È un omicidio»Maurizio Gasparri, presidente dei Senatori PdL, ha detto ieri che «è iniziato l’omicidio di Eluana», frase che si accompagna a quella di Enrico La Loggia, vicepresidente del Gruppo PdL alla Camera («A Udine si sta per compiere un vero e proprio omicidio») e a quella del cardinale Barragan («Fermate quella mano assassina»). Infine l’associazione cattolica «Scienza & Vita», lo scorso anno, ha lanciato un appello che iniziava con queste parole: No alla prima esecuzione capitale della storia repubblicana».Prima di usare simili espressioni, pronunciate al solo scopo di stimolare emozioni e attirare attenzione, sarebbe bene riflettere su alcuni punti:1) l’articolo 32 della Costituzione dice che «Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario» e che «La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana». Proprio di recente, una donna a cui si è prospettata la necessità di amputare un arto, ha deciso di rifiutare l’intervento anche se questa scelta le è costata la vita;2) il padre di Eluana ha percorso tutto l’iter del nostro sistema giudiziario prima di ottenere l’autorizzazione a interrompere i trattamenti artificiali di alimentazione e idratazione che da 17 anni tengono in vita il corpo di Eluana. I giudici hanno riconosciuto: a) che il padre ha svolto il ruolo di tutore delle volontà della figlia (che non avrebbe voluto vivere in condizioni di stato vegetativo); b) che i trattamenti artificiali di alimentazione e idratazione sono trattamenti medici e, come tali, rientrano in questo caso nella fattispecie di accanimento terapeutico3) l’omicidio, il più grave dei reati, è punito con le pene più alte: il medico che interrompe, dietro volontà del paziente o del suo tutore, una situazione di accanimento terapeutico non è punito dalla legge; al contrario, lo sarebbe se si ostinasse a curare il paziente contro la sua volontà (abuso di ufficio).4) a parte la scelta di ignorare il dramma di una famiglia (ma anche quello di altre 2500 nella stessa condizione) gli esponenti di Scienza & Vita hanno deciso di non riconoscere la figura dei giudici della Corte di Appello e della Corte di Cassazione che hanno sentenziato sul caso Englaro. La condanna capitale in Italia è infatti vietata dalla Costituzione (art. 27): cosa intendevano sostenere gli autori dell’appello, che in Italia i giudici non rispettano la Costituzione?6. «Si tratta di eutanasia»La Cei ha detto ieri che «togliere idratazione e alimentazione ad Eluana è eutanasia».Va notato come nella frase, ripresa dalle agenzie, manchi l’aggettivo “artificiale”: come spiegato sopra, l’alimentazione e l’idratazione artificiali sono, in questo caso, trattamenti sanitari e, dunque, da interrompere per volontà del padre che, come riconosciuto dalla legge, rappresenta quella della figlia. L’eutanasia viene praticata in alcuni Paesi, l’Olanda ad esempio, per alleviare le sofferenze di pazienti terminali. La morte viene indotta con la somministrazione, prima di un sedativo, poi di una sostanza che blocca il battito cardiaco o interrompe la respirazione: è dunque un intervento attivo che viene effettuato dietro volontà del paziente e dopo la decisione di un giudice. Eluana non è una paziente terminale: non ha un male che la consuma giorno dopo giorno. Nessuno, inoltre, ha mai parlato di interrompere il suo battito cardiaco ricorrendo a farmaci. Eluana si trova invece in una situazione vegetativa permanente che si protrae nel tempo solo per i trattamenti di idratazione e alimentazione artificiali. Secondo quanto detto dal padre e dai giudici dopo 12 anni di valutazione del caso, questi trattamenti sono stati sempre effettuati contro la sua volontà.
04 febbraio 2009 L'Unità

sabato 31 gennaio 2009

Battisti e il Brasile

Sorelle Bellini/DegasL'artista italocileno fuggito dal regime argentino, visse a lungo in Brasile
di MALCOM PAGANI
Marco Bechis è a Rotterdam. Dall’Olanda, il 52enne regista italo cileno, autore di spietate istantanee sulla dittatura militare in Argentina, assiste con sconcerto al duello tra governo italiano e giurisdizione brasiliana. In Brasile, Bechis visse a lungo. Su Cesare Battisti ha le idee chiare: «Dovrebbe ritornare in Italia e affrontare il processo. Oggi come oggi, Battisti è indifendibile. Però questa querelle col Brasile, ha uno strano sapore». Secondo fonti brasiliane, Berlusconi sarebbe in procinto di annullare la visita di stato prevista per il quattro marzo. «Non ci credo neanche se lo vedo. Mettere in dubbio la legislazione di un’altra nazione, apre scenari indefinibili. Tra l’altro, con lo stato sudamericano, una delle economie più floride dell’intera area, intratteniamo solidi rapporti di reciproca convenienza. Sulla fascinazione carioca nei confronti del latitante ho una mia idea». Dica. «Sono convinto che nasca da un equivoco retaggio degli anni ‘70. Per i brasiliani, i movimenti politici extraparlamentari che in Italia attraversarono la nostra storia, da Lotta Continua a Prima Linea, sono equiparabili alle associazioni coeve che in Brasile furono perseguitate dalla dittatura». È così? «Certo che no ma la visione è quella. C’è una confusione che nasce da un abbaglio. È una distorsione dei termini della questione, una nostalgia incasellata nell’armadio sbagliato e un problema culturale. Ma è un’impressione radicata. Ribaltarne il senso, non è così semplice».Come si trova la chiave adatta? «Liberandoci dalla sensazione che i brasiliani ci stiano facendo un dispetto gratuito e lavorando sulla diplomazia». Intanto, mentre l’Uruguay fa i conti con una dittatura infinita che portò dal ‘73 all’84, migliaia di giovani a contatto con morte, tortura e privazioni, la nostra Repubblica nega l’estradizione per l’Astiz di Montevideo, Jorge Troccoli, ufficiale della Marina colpevole della scomparsa di sei cittadini italiani. «Anche questo è grave. Troccoli va riconsegnato immediatamente. La memoria ha bisogno di verità, di pene certe, di un’analisi in profondità. Senza fughe o oblii, senza indulgenze».
30 gennaio 2009 L'Unità

venerdì 30 gennaio 2009

Sfuggiti alla giustizia

Menzel L'esercito degli anni di piombo è sparso in vari paesi, nascosto ma non troppo Ecco perché L'Italia non chiude la partita e perché non ce li consegnano
Il catalogo dei latitanti irriducibili Quei 76 terroristi in giro per il mondo
di CARLO BONINI
Perché non li consegnano? Il conto con una Storia di piombo che non ha conosciuto alcuna forma di riconciliazione, che tra il 1969 e il 2003 ha fatto 170 morti per mano rossa e nera, è oggi ridotto al profilo sbiadito di settantasei, tra uomini e donne, che gli archivi di polizia e le banche dati del ministero di Giustizia indicano ancora latitanti perché inseguiti da condanne definitive e mai eseguite. Un drappello di ombre, fissate in ingiallite foto segnaletiche, che rende quel passato eterno e, ciclicamente, torna ad allargarne le ferite mai cicatrizzate. E che tuttavia vive ormai per buona parte alla luce del sole. Perché di almeno uno su due di questi uomini e di queste donne si conoscono indirizzo, numero di telefono, professione. Perché i luoghi della loro latitanza - come mostra la mappa pubblicata in queste pagine sulla base dei dati noti agli uffici antiterrorismo delle nostre forze di polizia - hanno smesso da tempo di essere un segreto, in una dimensione e un dibattito pubblici che hanno trasformato la loro condizione di fuggiaschi in quella di "rifugiati" o "riparati", con un'accezione lessicale che svela il cuore dell'argomento politico che oggi ne protegge la libertà. E che dimostra come il caso di Cesare Battisti non sia in fondo un'eccezione o un cortocircuito diplomatico. Perché se è vero che la caccia alle ombre non è mai finita, è altrettanto vero che, negli anni, il suo esito ne è stato segnato. Tra il 2002 e oggi, tre dei nove latitanti individuati e catturati all'estero dall'Ucigos della polizia di Stato e dai carabinieri del Ros, sono tornati in libertà perché la loro estradizione è stata negata. Consegnando alla cronaca storie che si somigliano come gocce d'acqua. Leonardo Bertulazzi (ex br della colonna genovese "28 marzo", una condanna a 27 anni per attentato e per il sequestro di persona dell'armatore Pietro Costa) viene fermato alla frontiera tra Argentina e Salvador il 3 novembre del 2002. Dopo una latitanza durata 22 anni, rimane in una cella del carcere di Buenos Aires pochi giorni, il tempo di dichiararlo "non estradabile perché condannato in contumacia".
Germano Fontana, ex Prima Linea, quindi padre con Cesare Battisti dei "Proletari armati per il comunismo", arrestato nell'aprile del 2004 in Spagna dopo venticinque anni di ricerche, torna in libertà perché gli otto anni e due mesi della condanna per banda armata e associazione sovversiva che deve ancora scontare sono prescritti. Cesare Battisti, nel 2007, viene catturato in Brasile, dove vive con falso nome dopo essere fuggito da Parigi la notte in cui la magistratura francese si prepara ad estradarlo. E anche per lui, come racconta la cronaca di questi giorni, l'esito è noto. Dunque e di nuovo: perché non li consegnano? Eugenio Selvaggi, oggi sostituto procuratore generale in Corte di Cassazione, ha diretto nella seconda metà degli anni '90 l'ufficio estradizione del ministero di giustizia e ha quindi presieduto il Comitato per la cooperazione giudiziaria in Europa. Alla domanda allarga le braccia, sciogliendosi in un sorriso amaro. "Per stare alla sola Europa - dice - dove pure esiste ormai uno spazio di cooperazione giuridica comune e il processo di consegna dei ricercati è ormai governato da un rapporto esclusivo tra le autorità giudiziarie, il pezzo di Storia di cui stiamo parlando, e dunque i condannati chiamati a rispondere di reati commessi tra l'inizio degli anni settanta e la fine degli anni '80, è in buona parte sottratto alla nuova disciplina del mandato di arresto europeo. Basti pensare che la Francia, il Paese dove continua a risiedere il maggior numero dei nostri latitanti, applica le nuove norme del mandato soltanto per i reati commessi dopo il 1993. Il risultato è che la consegna dei latitanti per quei fatti lontani segue ancora le regole dei trattati di estradizione e dunque resta un atto di segno fortemente politico.
Senza contare che politico è di fatto anche il tratto attribuito alla maggior parte dei reati commessi da chi ancora è all'estero. E va da sé che quando due Stati affrontano la discussione sulla natura politica o meno di un reato, difficilmente trovano un punto di accordo". Un alto dirigente del ministero di giustizia conferma e rafforza l'analisi di Selvaggi. Dice: "Con i responsabili dei reati dei nostri anni di piombo, abbiamo vinto nel tempo la nostra partita giudiziaria. Ma abbiamo drammaticamente perso quella politica. Fuori dall'Europa, a cominciare dai Paesi di Centro e Sudamerica, per non dire di quelli di common law, tribunali e governi continuano a modellare le loro decisioni sulle posizioni francesi. Come dimostra il caso Battisti". La Francia, dunque, e la sua dottrina come collante primo e ultimo del diaframma che sottrae le ombre della nostra stagione di piombo al loro destino processuale. Battezzata da Mitterrand come no inderogabile alla consegna di ricercati o condannati per reati di natura politica ed ammorbidita nel tempo (con l'assenso all'estradizione di quanti, sia pure per ragioni politiche, si fossero macchiati di reati di sangue), la posizione di Parigi può oggi riassumersi nel termine con cui viene familiarmente indicata dagli addetti ai lavori. "Purgazione della contumacia". E' il principio che da oltre un secolo prevede che un cittadino francese, condannato in sua assenza ("contumace") abbia diritto, una volta arrestato, all'annullamento del verdetto di colpevolezza e a un nuovo processo. E' un principio che ha un suo reciproco nei Paesi di common law (dove il contumace non può essere processato e il suo dibattimento si congela, insieme alla prescrizione dei reati, fino a quando non compare, volontariamente o perché arrestato). Che ha governato per anni la giurisprudenza della Corte di Strasburgo e che è stato peraltro assunto nella stessa disciplina del mandato di arresto europeo (secondo la quale, la consegna del latitante condannato in contumacia da un Paese all'altro dell'Unione è possibile solo se esiste la garanzia di un nuovo processo). E' soprattutto un principio che per oltre mezzo secolo è rimasto sconosciuto al nostro codice e a cui, faticosamente e parzialmente, il nostro Parlamento si è adeguato solo nel 2005, riconoscendo al contumace la possibilità di impugnare a determinate condizioni la sua sentenza di condanna definitiva. E' il principio a cui Cesare Battisti si è appellato a Parigi prima, a Brasilia poi, facendo leva sulla presunta irregolarità dei processi che lo avevano visto condannato in contumacia in Italia. Lo stesso cui il fitto drappello di latitanti dentro e fuori i confini francesi continua a fare ricorso. Che vivano in Nicaragua, o in Argentina, o in altri angoli di mondo, poco importa. Certo, c'è stato un tempo (gli anni '90) in cui l'argomento opposto dal nostro Paese - e cioè che essersi sottratti al proprio processo sia stata per molti latitanti una scelta consapevole per fuggire la giustizia e non possa dunque essere oggi invocata come una lesione dei propri diritti - è sembrato fare breccia. Proprio a Parigi. Nel marzo '89, la Chambre d'Accusation esprimeva parere favorevole all'estradizione di Giovanni Alimonti (ex br), sia pure in relazione solo ad alcuni dei reati di cui era accusato. Nel marzo dell'anno successivo, identica decisione veniva presa con Enzo Calvitti (br). Nel gennaio del 1995, con Roberta Cappelli (br), Maurizio Di Marzio (br) ed Enrico Villimburgo (br). Ma, a distanza di 14 anni, non uno dei decreti ministeriali necessari a dare corso a quelle decisioni è stato firmato. L'ultima consegna al nostro Paese di un latitante riparato a Parigi data ormai sette anni. Era il 2002 e, con assoluta sorpresa delle nostre autorità, visti i precedenti, Paolo Persichetti, ex brigatista rosso, condannato a 22 anni e 6 mesi per l'omicidio del generale dell'Aeronautica militare Licio Giorgieri (1987), attraversava in manette la frontiera con la Francia diretto al carcere di Viterbo. Un percorso che non avrebbero condiviso né Marina Petrella (ex colonna romana delle Br, condannata con sentenza definitiva per il sequestro e l'omicidio di Moro e il cui no all'estradizione per ragioni di salute è stato ufficialmente ribadito nell'ottobre scorso da Nicolas Sarkozy), né, appunto, Cesare Battisti. Anche lui, a meno di improvvisi capovolgimenti, non tornerà. Il Brasile sarà la sua nuova casa. Come, da trent'anni, lo è per Achille Lollo. Arse vivi i fratelli Mattei a Primavalle il 16 aprile 1973. E' un "rifugiato politico".
(30 gennaio 2009) Repubblica

giovedì 29 gennaio 2009

Il commento di Gad Lerner

Marie di Romania/De LaszloIL COMMENTO
Quel vescovo non è un alieno
di GAD LERNER
"Nel dire nuova, Dio ha reso antiquata la prima alleanza. Ma ciò che diventa antiquato e che invecchia è prossimo alla scomparsa" (Lettera agli ebrei 8, 13). La profezia contenuta in questo testo apostolico tuttora inserito a pieno titolo fra le lettere di Paolo (benché l'attribuzione sia controversa) ha subito la smentita di diciannove secoli di storia. Sopravvissuti a innumerevoli persecuzioni e tentativi di sterminio, nel Novecento gli ebrei hanno rifondato uno Stato nella loro terra d'origine e sono tornati in milioni a parlare una lingua che pareva morta, a lungo rinchiusa nelle sole funzioni liturgiche. Un enigma, un miracolo, un accidente fastidioso? Il mondo fatica a rispondere, e con esso la Chiesa che si era concepita come Nuova Israele. "Se infatti la prima alleanza fosse stata irreprensibile, non se ne sarebbe cercata una seconda" (8, 7), minacciava ancora gli ebrei quella Lettera contenuta nel Nuovo Testamento. Riecheggiando il celebre passo paolino della Lettera ai Romani in cui "l'indurimento" della parte d'Israele restia a inchinarsi di fronte al Messia, comporterebbe la sua conversione come passaggio necessario alla salvezza universale. La crisi del dialogo ebraico-cristiano decisa ieri dal rabbinato d'Israele in seguito alla mancata sanzione del vescovo Richard Williamson, scaturisce certo da un comportamento maldestro del Vaticano, ma evidenzia la difficoltà di Benedetto XVI nel trovare risposta al mistero della persistenza ebraica. Egli fa i conti con un vuoto di dottrina o, se si vuole, un'inadempienza teologica dentro cui i tradizionalisti lefebvriani hanno buon gioco a inserirsi, esprimendo un umore diffuso ben oltre il loro minuscolo drappello. Basti pensare alla potente voce antisemita di Radio Maria in Polonia.
In coerenza con insigni dottori della Chiesa, come Ambrogio e Agostino, riconoscendosi in secoli di predicazione del disprezzo nei confronti dell'imperfezione e della colpevolezza ebraica legittimata da quella "teologia sostitutiva" (la Nuova Israele che soppianta la vecchia), costoro approfittano della mancata trasposizione teologica dei deliberati conciliari. Negli ultimi quarant'anni i pontefici hanno revocato l'accusa di deicidio, hanno compiuto importanti gesti d'amicizia verso gli ebrei, hanno perfino riconosciuto (solo nei discorsi, mai in un documento teologico) la validità dell'alleanza contratta da Abramo e ribadita sul Sinai. Ma qui, sull'orlo dell'incognito, si sono fermati. È stato il cardinale Ratzinger nell'agosto 2000, con la "Dominus Jesus", a delimitare la portata della richiesta di perdono agli ebrei voluta da Giovanni Paolo II; precisando che non vi è salvezza possibile senza il riconoscimento del Cristo. La reintrodotta preghiera latina del venerdì santo per "l'illuminazione" degli ebrei, cioè per la loro conversione, è stato il passo successivo che ha indotto i rabbini italiani a sospendere il dialogo. Nel frattempo il Vaticano ha sposato una vulgata storica che separa nettamente l'antigiudaismo cattolico dall'antisemitismo nazifascista, con ciò escludendo - a dispetto di ogni evidenza - che vi sia stata anche una responsabilità cristiana nel concimare il terreno su cui hanno agito gli sterminatori. Basti pensare, solo un mese fa, alla reazione stizzita dell'"Osservatore Romano" nei confronti del presidente della Camera riguardo alle leggi razziali. Fa male riconoscere che il vescovo Williamson non è un marziano, ma il prodotto degenere di una corrente di pensiero più vasta. Chi, sulla base di una dottrina legittimata dal Nuovo Testamento, vede l'ebreo come un essere imperfetto che ha misconosciuto la Verità fiorita sulla sua radice, necessariamente ha vissuto la nascita dello Stato d'Israele come evento sospetto, se non malefico. Patisce come incomprensibile la riduzione a piccola minoranza dei cristiani nella terra di Gesù. Guarda con ostilità alla trasformazione delle vittime di sempre in combattenti (e ciò spiega anche i riferimenti offensivi a Gaza come "lager"). Infine, non può che rifiutare l'attribuzione di un significato provvidenziale al ritorno degli ebrei nella Terra Promessa. Questo è un punto delicatissimo, sul quale rischiano di insorgere equivoci pericolosi. Perché non si tratta certo, per la Chiesa, di mescolare le scelte politiche e diplomatiche mediorientali alla riflessione teologica, in un esplosivo cortocircuito: come la teoria degli evangelici apocalittici che indicano nel ritorno degli ebrei in Terrasanta un passaggio preliminare dell'Armageddon, la guerra distruttiva da cui scaturirà la loro conversione e dunque la salvezza. Per carità, c'è già abbastanza fanatismo integralista in giro. Ma pure è indubbio che la Chiesa stia faticando a elaborare una visione pacificata e amorevole d'Israele anche perché non ha risolto il problema teologico della persistenza ebraica nel mondo, senza conversione. La netta condanna espressa ieri da Benedetto XVI del negazionismo e del riduzionismo infiltrati nella corrente tradizionalista della Chiesa, giunge benefica a limitare i danni. Ma l'irrisolta questione teologica del suo rapporto con gli ebrei rende evidente come sia dannosa la limitazione proposta dal papa nella sua insolita lettera a Marcello Pera: il dialogo interreligioso derubricato a "dialogo interculturale"; per giunta impraticabile "senza mettere tra parentesi la propria fede". Uno stop che potrà anche piacere a certi rabbini, preoccupati di evitare a loro volta ogni contaminazione intorno alla figura del Gesù ebreo. Ma così si rinuncia a quel dialogo che per divenire efficace comporta la disponibilità a rimettersi in discussione grazie, e non contro la propria fede. Assai preferibile è la disposizione d'animo di Amos Oz che scherzando, ma non troppo, confida: "Gesù non è mai andato in Chiesa, non si è mai fatto il segno della croce. Vedo in lui uno dei nostri fratelli". Fu proprio lo zio di Oz, lo studioso gerosolimitano Joseph Klausner, a pubblicare nel 1922 il primo libro su Gesù scritto in ebraico senza intenti di proselitismo. Guardando oltre il male perpetrato nei secoli dai cristiani a danno dei suoi confratelli, Klausner li sollecitava a riconoscere la funzione benefica esercitata da Gesù come diffusore universale delle idee del giudaismo. Quando il dialogo ebraico-cristiano riprenderà, speriamo presto, ne avvertiremo gli effetti dirompenti che scaturiscono dal significato autentico della Bibbia. Il Libro che ci sollecita a cambiare, se vogliamo restare fedeli a noi stessi.
(29 gennaio 2009) Repubblica

martedì 27 gennaio 2009

Undicietrenta di Roberto Cotroneo

Flandrin/La moglieBattisti, una partita italiana di Roberto Cotroneo
Non c’è nulla da fare, la vicenda di Cesare Battisti non è più un problema diplomatico tra Italia e Brasile, sta diventando qualcosa di molto più grave. Oggi l’ambasciatore italiano in Brasile tornerà in Italia per consultazioni. È un atto durissimo, e per certi aspetti clamoroso. La tensione tra due paesi con una lunga tradizione di buoni rapporti diplomatici, in questo momento, appare perlomeno sorprendente. A questo punto finirà certamente che Battisti rimarrà rifugiato politico in Brasile perché nessun paese al mondo si espone con un parere del suo presidente e poi torna indietro sulle sue decisioni. Ed è francamente impensabile, essendo il Brasile una delle più grandi potenze del mondo, che l’Italia interrompa le relazioni diplomatiche.Ma non è in Brasile che da questo momento in poi si gioca la partita, bensì in Italia. Perché il caso Battisti riaprirà il nodo della soluzione politica sul terrorismo degli anni Settanta in Italia. Ed è un nodo che nessuno è in grado di tagliare o di sciogliere. Cosa fare? Accettare che un paese sovrano e importante conceda e legittimi gli omicidi di Battisti riconoscendo che quegli omicidi non erano altro che la parte più estrema e violenta di una guerra civile, di un progetto politico? Non era così e non può essere così. L’unica argomentazione sarebbe questa: passati trent’anni, avendo cambiato vita, diventando un signore che fa lo scrittore, che senso ha riaprire un caso del genere? Può essere non condivisibile, ma ha una logica. Peccato, e qui c’è davvero il problema, che Battisti non chieda una soluzione politica sulla base di una riflessione dolorosa e lucida sulla lotta armata. Tutti sappiamo che non ha mai detto una sola parola sulle sue vittime, non ha mai chiesto scusa ai familiari, ma in qualche modo, complice questa vicenda, è diventato un testimonial dell’inevitabilità della lotta armata in Italia, e del fatto che quella lotta armata poteva portare all’omicidio.Tutto questo è davvero inaccettabile, e lo è ancora di più perché è avallato da un paese sovrano, importante, tra i più grandi del mondo. Accettare questa decisione significa una sconfitta per tutti noi, e forse qualcosa di più: implica l’idea che prendere le armi contro un paese, un’intera società civile, contro cittadini comuni, può essere un male inevitabile o peggio una necessità. La vicenda Battisti allontana per sempre la soluzione politica sul terrorismo degli anni Settanta dai nostri scenari, ci fa tornare indietro, ci annichilisce. Non servono più a niente anni e anni di riflessioni di tutti i protagonisti della lotta armata in Italia, le parole di perdono che hanno speso per i familiari delle vittime, i pentimenti autentici di chi ha vissuto quegli anni e ha provocato vittime, la riflessione critica dei dissociati o anche soltanto di chi ha voluto scontare fino in fondo i suoi conti con la giustizia. È tutto azzerato, in quel sorriso beffardo che Battisti mostra davanti ai flash dei fotografi.L'Unità

lunedì 26 gennaio 2009

Domiciliari o no?

Bernardino Luini 1525La politica inganna l'opionione pubblica sul caso dello stupratore di capodanno
Il violentatore non se l'è cavata
La custodia cautelare non è affatto l'anticipazione del futuro «castigo» che il «colpevole » meriterà
È crudele che la politica inganni l'opinione pubblica alimentando nei cittadini l'equivoco alla base delle polemiche sugli arresti domiciliari chiesti dalla Procura di Roma per il violentatore di una ragazza a Capodanno, come se costui l'avesse fatta franca per il solo fatto di essere oggi agli arresti a casa invece che in carcere.
Nell'ordinamento vigente, infatti, la custodia cautelare non è affatto l'anticipazione del futuro «castigo» che il «colpevole » meriterà per il delitto commesso, non è un antipasto della punizione, non è il modo di risarcire la parte lesa per il male patito e la collettività per l'infrazione alle regole. La punizione per il dolore arrecato alla vittima, la pena equa per il delitto commesso, la sanzione che potrà disattendere le giustificazioni «buoniste» abbozzate dall'indagato (ero drogato, non ero in me, sono pentito), vanno chieste alla sentenza del processo, non adesso, alla carcerazione del giovane. La custodia cautelare in carcere, invece, è solo uno strumento utilizzabile dai magistrati, per un limitato periodo di tempo e se ve ne sia motivo ricavato da specifici elementi, per tutelare la genuinità delle indagini dal pericolo di inquinamento delle prove, per neutralizzare il pericolo che l'indagato fugga, per contenere il rischio che ricommetta il reato.
Tre esigenze cautelari che, nel caso dell'indagato romano (reo confesso, incensurato, facilmente controllabile nell'abitazione dei genitori) il pm ha valutato soddisfatte già dagli arresti in casa in attesa del processo. Soluzione che, ad esempio, potrebbe invece non essere percorribile per un italiano con precedenti penali specifici; o per lo straniero sospettato di uno stupro, che potrebbe restare in carcere a motivo non di un discrimine etnico, ma dell'assenza di un domicilio certo che lascerebbe permanere il pericolo di irreperibilità e quindi di reiterazione del reato. Tutto ciò la politica sa benissimo, ma si guarda bene dallo spiegarlo ai cittadini. Anzi continua a smarrirli e disorientarli, per esempio alimentando l'illusione per cui, se «è la legge sbagliata», allora «la si cambierà» in modo che per reati gravi come lo stupro la carcerazione prima del processo «sia obbligatoria»: è una presa in giro, giacché chi la propone sa bene che la Consulta ha più volte rimarcato che contrasterebbe con i principi costituzionali qualunque norma che stabilisse per alcuni reati l'automatica applicazione della custodia cautelare in carcere, ribadendo invece che in base a quei principi deve essere sempre lasciato al giudice uno spazio di valutazione dell'indagato-concreto nel caso-concreto. Ma l'assurdità e al tempo stesso la contraddizione più clamorose arrivano da quella politica che, negli arresti domiciliari all'indagato per stupro, censura l'assenza di «pene esemplari senza pietà » (come da destra il ministro delle Pari opportunità Mara Carfagna), o si duole che «così passi un messaggio di non gravità dello stupro» (come da sinistra la sua collega del Pd, il ministro-ombra Vittoria Franco).
Assurdo, perché il compito dei magistrati non è lanciare «messaggi» sui «fenomeni», e nemmeno produrre «esemplarità», ma giudicare singole persone in casi concreti. E contraddittorio, perché una magistratura che lanciasse «messaggi», o producesse «esempi», farebbe non il proprio lavoro ma supplenza della politica o della sociologia: cioè proprio quello che la politica critica, e a ragione, quando è la politica a subire quella «messaggistica» o quegli aneliti di «esemplarità» che talvolta affiorano nelle pieghe di provvedimenti giudiziari confusi, sovrabbondanti, sproporzionati. Più utile forse del rituale invio di ispettori ministeriali alla Procura di turno, forse sarebbe dare concretezza ai tante volte annunciati, e altrettante volte rimandati o tenuti a bagnomaria, interventi pratici per velocizzare la celebrazione dei processi. Anche nel caso dello stupro romano, infatti, è su questo terreno che si giudicherà davvero la capacità dello Stato di dare una reale risposta alla ragazza violentata: non sulla manciata in più o in meno di giorni in carcere preventivo per il suo violentatore adesso, ma sulla rapidità di approdare al dibattimento, di celebrarne con le ordinarie garanzie il giudizio, e di assicurare l'effettività della pena definitiva.
Luigi Ferrarella 26 gennaio 2009 Corriere della Sera