La Shoah è uno spartiacque dopo il quale il mondo non è più come prima. La Shoah non è solo ebraica ma universale: l'abiezione dell'odio e del disprezzo per gli ebrei mostra l'infamia e l'imbecillità di odiare e disprezzare qualunque comunità. Claudio Magris, Quirinale, 27 gennaio da L'Unità
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mercoledì 28 gennaio 2009
Shoah
Diaz Olano
La Shoah è uno spartiacque dopo il quale il mondo non è più come prima. La Shoah non è solo ebraica ma universale: l'abiezione dell'odio e del disprezzo per gli ebrei mostra l'infamia e l'imbecillità di odiare e disprezzare qualunque comunità. Claudio Magris, Quirinale, 27 gennaio da L'Unità
La Shoah è uno spartiacque dopo il quale il mondo non è più come prima. La Shoah non è solo ebraica ma universale: l'abiezione dell'odio e del disprezzo per gli ebrei mostra l'infamia e l'imbecillità di odiare e disprezzare qualunque comunità. Claudio Magris, Quirinale, 27 gennaio da L'Unità
martedì 27 gennaio 2009
Mai dimenticare!
Van Gogh
Nel campo di sterminio, gli alleati trovarono molti bambini. Era contro la logica nazista. Ecco come vennero nascosti da un gruppo di prigionieri
Olocausto, gli angeli di Buchenwald"Così salvarono i piccoli ebrei"
Almeno mille ragazzini riuscirono a restare in vita graziead altri deportati di poco più grandi di loro. I documenti che svelano la vicendadal nostro inviato MARCO ANSALDO
BAD AROLSEN - "Mangiavamo la neve. Quello era il solo modo di nutrirci". Quando l'11 aprile del 1945 gli uomini del generale Patton entrarono a Buchenwald, varcando finalmente le porte di un Lager nazista, quel che trovarono fu, assieme a 21.000 detenuti stremati, anche un migliaio di bambini. La maggior parte adolescenti, tutti comunque sotto i 17 anni. Molti invece davvero piccoli, fra i 6 e i 12 anni. I due in più tenera età ne avevano appena 4. Come mai i gerarchi, soliti eliminare subito i prigionieri più giovani - la "forza inerme" considerata un costo vivo - risparmiarono la vita a questo gruppo di ragazzini, tutti maschi? La risposta emerge dall'incrocio di nuovi documenti usciti dal grande archivio nazista di Bad Arolsen, in Germania, che un anno fa ha aperto ai ricercatori i suoi 26 chilometri di uffici e sotterranei in cui custodisce le carte del Terzo Reich. I bambini superstiti di Buchenwald erano esattamente 904. "Mangiavamo la neve", ricorda appunto uno di loro oggi, Sol Luri. Nei faldoni impolverati si scorrono i nomi di detenuti giovanissimi. Alcuni diventeranno celebri. Come il 15enne Elie Wiesel, immortalato assieme agli altri nella celebre immagine scattata dal fotografo americano Henry Miller quando gli Alleati irruppero nel Lager, che sarà scrittore e premio Nobel. O come Meir Lau, 7 anni, futuro rabbino capo di Tel Aviv. Oppure come Stefan Jerzy Zweig, 4 anni, il prigioniero più piccolo. Gli americani trovarono i ragazzini soprattutto in due blocchi, il numero 8 e il 66, altri nel 23 e nel 49. A proteggerli, nutrirli, scaldarli, furono un pugno di detenuti, anch'essi molto giovani, che si batterono con tutte le forze contro i comandanti per assicurare i bambini nei blocchi speciali, e non spedirli sui vagoni piombati destinati a mete terminali come Auschwitz. Le SS addirittura temevano di entrare in alcune parti del campo, dove si diceva girasse il tifo. Ora alcuni storici, per quegli ultimi mesi di guerra stanno configurando l'ipotesi di una vera e propria resistenza nei Lager.
Un docente dell'Università del Michigan, Kenneth Waltzer, direttore del dipartimento di Studi ebraici, e selezionato dal Museo dell'Olocausto di Washington fra i primi 15 esperti incaricati di valutare i documenti su Buchenwald, sta studiando queste carte. "Nella nostra ricerca - dice Waltzer, di origine ebraica e che negli ultimi tre anni si è concentrato su una vicenda i cui file ha potuto avere in mano solo ora - abbiamo trovato qualcosa di unico: la storia di questi 904 bambini ancora vivi, in un campo di concentramento dove perirono più di 56.000 persone. A salvarli, un gruppo di prigionieri poco più grandi. E' quasi incredibile. Come è possibile che questi giovani detenuti fossero stati mantenuti in vita, quando la regola interna ai Lager voleva che venissero eliminati gli elementi non utilizzabili, a cui non poteva essere dato da mangiare perché non costituivano una 'forza lavoro'? La nostra conclusione è che esistesse un vero e proprio network di prigionieri 'anziani', in grado di agire in quella sorta di 'zona grigià fra i comandanti e i detenuti, capace di barricare quei bambini. Non solo hanno dato loro rifugio, ma hanno impartito loro alcuni rudimentali principi scolastici, come se si trovassero davvero in classe". Il lavoro di scavo di Waltzer è un "work in progress" che entro l'anno diventerà un libro dal titolo "The rescue of children and youth at Buchenwald" (Il salvataggio dei bambini e dei giovani a Buchenwald). Nell'archivio di Bad Arolsen i segreti del Terzo Reich emergono non appena ci si addentra nelle carte sepolte da più di sessant'anni. Il blocco 66 ospitò, negli ultimi tre mesi prima della liberazione, centinaia di ragazzi. Su uno scaffale una serie di volumi di colore giallo intitolati "Verlegungen innerhalben der Blocks" (Trasferimenti dentro il blocco) svelano la vicenda di quella storica baracca. Le stanze putrescenti e nude, con i letti accatastati uno sull'altro, erano già piene di detenuti a metà gennaio 1945. Ne arrivarono di nuovi, tanti giovani, fino a febbraio. Elie Wiesel era già lì. Tra gli ultimi ci fu invece Meir Lau, piazzato al vicino blocco numero 8. I copiosi trasferimenti di bambini evacuati da Auschwitz (nei giorni 22, 23 e 26 gennaio), portarono il 25 e 26 gennaio a un travaso colossale al blocco 66. Entrarono prima in 170, poi 180, dopo altri 95, infine 77. Tutti ai numeri 8 e 66. I blocchi della salvezza.
Nelle carte si leggono i nomi dei protagonisti della resistenza, i salvatori dei bambini. Impegnati in un braccio di ferro mortale, ai margini del campo c'erano due giovanissimi: l'ebreo ceco Antonin Kalina, di Praga, comunista, e il suo vice, il polacco Gustav Schiller, proveniente da Lvov, detto "Gustavo il rosso". Insieme riuscirono a salvare centinaia di vite. La lista comprende piccoli detenuti polacchi, ungheresi, cechi, slovacchi, romeni, lituani, alcuni russi e ucraini, qualche zingaro, un solo greco. Molti passarono poi per l'Italia, per essere assistiti, prima di andare in Palestina. La resistenza venne organizzata soprattutto al blocco 66, nella zona più profonda del campo, una baracca non disinfestata, dove non venivano fatti gli sfibranti appelli mattutini. Furono Kalina e Schiller a salvare da morte certa i due internati più piccoli, 4 anni, Josef Shleifstein e Stefan Jerzy Zweig, rifiutandosi di far evacuare la baracca il giorno prima della liberazione, il 10 aprile, quando le SS fecero marciare tutti verso l'uscita principale. Scrive infatti Elie Wiesel ne "La Notte" (editore Giuntina): "Così venimmo ammassati nella grande piazza centrale, in file di cinque, aspettando che si aprissero le porte". Ma all'improvviso Kalina ordinò di rompere le righe e di correre indietro alle baracche. "Al blocco 8 - spiega ora Waltzer - i leader si chiamavano Franz Leitner, comunista austriaco di Vienna, e Wilhelm Hammann, comunista tedesco di Hesse, il cui ruolo è già stato riconosciuto dallo Yad Vashem, il Museo dell'Olocausto di Gerusalemme. Al 49 il capo era invece Walter Sonntag, anch'egli poi onorato. Al 22 il comunista Emil Carlebach. E al blocco 23 c'erano Yaakow Werber, Eli Grinbaum e Jack Handelsman". Altri nomi stanno adesso venendo fuori. Il pomeriggio dell'11 aprile, i soldati di Patton spezzarono i fili spinati, entrando nel campo. Una traccia di quelle ultime ore Zweig le ha lasciate nel suo romanzo, apparso poco tempo fa in Israele, dal titolo "Le lacrime non bastano". Il pianto amaro, però, è quello del rabbino Meir Lau. Fu accudito da un giovane russo di Rostov, di nome Fyodor, 18 anni, che gli regalò un cappello con paraorecchie, e nascose il piccolo Meir al blocco 8. "Fyodor rubava le patate per me, e mi cucinava una minestra calda", scrive nelle memorie del 2005, dal titolo "Non alzare le mani sul bambino". Lau ha passato una vita a cercarlo, "63 anni - dice - persino con appelli sul quotidiano Izvestija e tramite l'aiuto del Cremlino". Il mistero è stato risolto solo ora, grazie ai file ritrovati nell'archivio. C'erano almeno tre Fyodor al numero 8: uno di loro, si legge, era "Fyodor Michailicenko, nato nel 1927, prigioniero numero 35692, russo di Rostov, studente lavoratore". Era lui il suo salvatore. Il rabbino, che è anche presidente del Museo dell'Olocausto, ha saputo delle carte e ha contattato i parenti. Ma Fyodor, purtroppo, è morto tre anni fa. Repubblica
Nel campo di sterminio, gli alleati trovarono molti bambini. Era contro la logica nazista. Ecco come vennero nascosti da un gruppo di prigionieriOlocausto, gli angeli di Buchenwald"Così salvarono i piccoli ebrei"
Almeno mille ragazzini riuscirono a restare in vita graziead altri deportati di poco più grandi di loro. I documenti che svelano la vicendadal nostro inviato MARCO ANSALDO
BAD AROLSEN - "Mangiavamo la neve. Quello era il solo modo di nutrirci". Quando l'11 aprile del 1945 gli uomini del generale Patton entrarono a Buchenwald, varcando finalmente le porte di un Lager nazista, quel che trovarono fu, assieme a 21.000 detenuti stremati, anche un migliaio di bambini. La maggior parte adolescenti, tutti comunque sotto i 17 anni. Molti invece davvero piccoli, fra i 6 e i 12 anni. I due in più tenera età ne avevano appena 4. Come mai i gerarchi, soliti eliminare subito i prigionieri più giovani - la "forza inerme" considerata un costo vivo - risparmiarono la vita a questo gruppo di ragazzini, tutti maschi? La risposta emerge dall'incrocio di nuovi documenti usciti dal grande archivio nazista di Bad Arolsen, in Germania, che un anno fa ha aperto ai ricercatori i suoi 26 chilometri di uffici e sotterranei in cui custodisce le carte del Terzo Reich. I bambini superstiti di Buchenwald erano esattamente 904. "Mangiavamo la neve", ricorda appunto uno di loro oggi, Sol Luri. Nei faldoni impolverati si scorrono i nomi di detenuti giovanissimi. Alcuni diventeranno celebri. Come il 15enne Elie Wiesel, immortalato assieme agli altri nella celebre immagine scattata dal fotografo americano Henry Miller quando gli Alleati irruppero nel Lager, che sarà scrittore e premio Nobel. O come Meir Lau, 7 anni, futuro rabbino capo di Tel Aviv. Oppure come Stefan Jerzy Zweig, 4 anni, il prigioniero più piccolo. Gli americani trovarono i ragazzini soprattutto in due blocchi, il numero 8 e il 66, altri nel 23 e nel 49. A proteggerli, nutrirli, scaldarli, furono un pugno di detenuti, anch'essi molto giovani, che si batterono con tutte le forze contro i comandanti per assicurare i bambini nei blocchi speciali, e non spedirli sui vagoni piombati destinati a mete terminali come Auschwitz. Le SS addirittura temevano di entrare in alcune parti del campo, dove si diceva girasse il tifo. Ora alcuni storici, per quegli ultimi mesi di guerra stanno configurando l'ipotesi di una vera e propria resistenza nei Lager.
Un docente dell'Università del Michigan, Kenneth Waltzer, direttore del dipartimento di Studi ebraici, e selezionato dal Museo dell'Olocausto di Washington fra i primi 15 esperti incaricati di valutare i documenti su Buchenwald, sta studiando queste carte. "Nella nostra ricerca - dice Waltzer, di origine ebraica e che negli ultimi tre anni si è concentrato su una vicenda i cui file ha potuto avere in mano solo ora - abbiamo trovato qualcosa di unico: la storia di questi 904 bambini ancora vivi, in un campo di concentramento dove perirono più di 56.000 persone. A salvarli, un gruppo di prigionieri poco più grandi. E' quasi incredibile. Come è possibile che questi giovani detenuti fossero stati mantenuti in vita, quando la regola interna ai Lager voleva che venissero eliminati gli elementi non utilizzabili, a cui non poteva essere dato da mangiare perché non costituivano una 'forza lavoro'? La nostra conclusione è che esistesse un vero e proprio network di prigionieri 'anziani', in grado di agire in quella sorta di 'zona grigià fra i comandanti e i detenuti, capace di barricare quei bambini. Non solo hanno dato loro rifugio, ma hanno impartito loro alcuni rudimentali principi scolastici, come se si trovassero davvero in classe". Il lavoro di scavo di Waltzer è un "work in progress" che entro l'anno diventerà un libro dal titolo "The rescue of children and youth at Buchenwald" (Il salvataggio dei bambini e dei giovani a Buchenwald). Nell'archivio di Bad Arolsen i segreti del Terzo Reich emergono non appena ci si addentra nelle carte sepolte da più di sessant'anni. Il blocco 66 ospitò, negli ultimi tre mesi prima della liberazione, centinaia di ragazzi. Su uno scaffale una serie di volumi di colore giallo intitolati "Verlegungen innerhalben der Blocks" (Trasferimenti dentro il blocco) svelano la vicenda di quella storica baracca. Le stanze putrescenti e nude, con i letti accatastati uno sull'altro, erano già piene di detenuti a metà gennaio 1945. Ne arrivarono di nuovi, tanti giovani, fino a febbraio. Elie Wiesel era già lì. Tra gli ultimi ci fu invece Meir Lau, piazzato al vicino blocco numero 8. I copiosi trasferimenti di bambini evacuati da Auschwitz (nei giorni 22, 23 e 26 gennaio), portarono il 25 e 26 gennaio a un travaso colossale al blocco 66. Entrarono prima in 170, poi 180, dopo altri 95, infine 77. Tutti ai numeri 8 e 66. I blocchi della salvezza.
Nelle carte si leggono i nomi dei protagonisti della resistenza, i salvatori dei bambini. Impegnati in un braccio di ferro mortale, ai margini del campo c'erano due giovanissimi: l'ebreo ceco Antonin Kalina, di Praga, comunista, e il suo vice, il polacco Gustav Schiller, proveniente da Lvov, detto "Gustavo il rosso". Insieme riuscirono a salvare centinaia di vite. La lista comprende piccoli detenuti polacchi, ungheresi, cechi, slovacchi, romeni, lituani, alcuni russi e ucraini, qualche zingaro, un solo greco. Molti passarono poi per l'Italia, per essere assistiti, prima di andare in Palestina. La resistenza venne organizzata soprattutto al blocco 66, nella zona più profonda del campo, una baracca non disinfestata, dove non venivano fatti gli sfibranti appelli mattutini. Furono Kalina e Schiller a salvare da morte certa i due internati più piccoli, 4 anni, Josef Shleifstein e Stefan Jerzy Zweig, rifiutandosi di far evacuare la baracca il giorno prima della liberazione, il 10 aprile, quando le SS fecero marciare tutti verso l'uscita principale. Scrive infatti Elie Wiesel ne "La Notte" (editore Giuntina): "Così venimmo ammassati nella grande piazza centrale, in file di cinque, aspettando che si aprissero le porte". Ma all'improvviso Kalina ordinò di rompere le righe e di correre indietro alle baracche. "Al blocco 8 - spiega ora Waltzer - i leader si chiamavano Franz Leitner, comunista austriaco di Vienna, e Wilhelm Hammann, comunista tedesco di Hesse, il cui ruolo è già stato riconosciuto dallo Yad Vashem, il Museo dell'Olocausto di Gerusalemme. Al 49 il capo era invece Walter Sonntag, anch'egli poi onorato. Al 22 il comunista Emil Carlebach. E al blocco 23 c'erano Yaakow Werber, Eli Grinbaum e Jack Handelsman". Altri nomi stanno adesso venendo fuori. Il pomeriggio dell'11 aprile, i soldati di Patton spezzarono i fili spinati, entrando nel campo. Una traccia di quelle ultime ore Zweig le ha lasciate nel suo romanzo, apparso poco tempo fa in Israele, dal titolo "Le lacrime non bastano". Il pianto amaro, però, è quello del rabbino Meir Lau. Fu accudito da un giovane russo di Rostov, di nome Fyodor, 18 anni, che gli regalò un cappello con paraorecchie, e nascose il piccolo Meir al blocco 8. "Fyodor rubava le patate per me, e mi cucinava una minestra calda", scrive nelle memorie del 2005, dal titolo "Non alzare le mani sul bambino". Lau ha passato una vita a cercarlo, "63 anni - dice - persino con appelli sul quotidiano Izvestija e tramite l'aiuto del Cremlino". Il mistero è stato risolto solo ora, grazie ai file ritrovati nell'archivio. C'erano almeno tre Fyodor al numero 8: uno di loro, si legge, era "Fyodor Michailicenko, nato nel 1927, prigioniero numero 35692, russo di Rostov, studente lavoratore". Era lui il suo salvatore. Il rabbino, che è anche presidente del Museo dell'Olocausto, ha saputo delle carte e ha contattato i parenti. Ma Fyodor, purtroppo, è morto tre anni fa. Repubblica
lunedì 26 gennaio 2009
Per non dimenticare
Lucy/De Laszlo
L'inferno e il ritorno alla vita: i racconti dei sopravvissuti
di Maria Serena Palieri
Si viveva in una specie di incomunicabilità: nessuno poteva raccontare, nessuno voleva sapere. Con le famiglie soprattutto... i miei cognati non mi hanno mai chiesto. Anzi, mi viene da ridere a pensare che mia cognata, se io dicevo “Di fame ne abbiamo patita molta”, lei ribatteva: “Ma non credere che anche noi qua non abbiamo patito fame”. Adesso, invecchiando e ripensando a quell’epoca, ne sono sempre più convinta: il linguaggio non offriva parole sufficienti. Cioè se la gente diceva “fame”, non era la “fame” nostra». Giuliana Fiorentino Tedeschi, ebrea milanese, racconta così l’ultima sofferenza da affrontare - l’impossibilità di comunicare - che aspettava chi, come lei, tornava da Auschwitz. Lo racconta nelle ultime pagine de Il libro della Shoah italiana di Marcello Pezzetti (Einaudi, pp. 490, euro 42,00): da queste pagine in cui i «salvati» ricordano il ritorno alle proprie case, con sentimenti che, sembra, solo delle metafore bibliche possono descrivere. «Ognuno che veniva era come se ritornava un Padreterno» commenta Mario Limentani. «Sento ‘n gran macello, mamma s’afaccia; quando m’ha visto, allora c’hanno fatto un passaggio, ha visto le acque quando si dividono?» ricorda, in romanesco, il suo riapprodo in ghetto Ester Calò, evocando il passaggio del Mar Rosso. Non è un lieto fine: «Noi non avremo mai la pace, mai. Solo quando moriremo. C’è una cosa che devo dire, con molta fatica: noi abbiamo un rimorso... perché noi siamo riusciti a vivere» confida Alberto Israel. Ed è anche, appunto, quella della deportazione, un’esperienza che sembra non trovare un’arena in cui essere comunicata, nell’Italia uscita dalla guerra. Italia alle cui città i sopravvissuti, nonostante tutto, vogliono in maggioranza fare ritorno, perché, come anche questo libro documenta, nel nostro Paese gli ebrei erano, storicamente, cittadini integrati, nella penisola da un paio di millenni, in più di un caso laici e, nell’Italia del vaticano «non expedit» per i cattolici, i più italiani di tutti. Fascisti perché «patrioti», alcuni, antifascisti per attaccamento a un’idea più alta di convivenza civile, altri. E infatti, se da questo finale si salta all’indietro alle pagine iniziali, lo stesso coro di voci sussurra - idealizza? - la rosea tranquilla vita serena che in famiglia, nel quartiere, nella comunità, si viveva «prima». Gli ebrei popolani o sottoproletari di Roma, straccivendoli, venditori ambulanti, commercianti di biancheria, così come quelli borghesi o altoborghesi di Milano o Trieste, imprenditori, medici, professori universitari, albergatori. Ma anche quelli di Rodi e Corfù strappati dall’occupazione alle loro isole. Il libro della Shoah italiana raccoglie le testimonianze di 105 sopravvissuti. Queste voci sono il risultato ultimo di una vicenda che, racconta Pezzetti, è durata decenni: agli inizi degli anni Trenta gli ebrei in Italia erano 45mila, l’uno per mille della popolazione; nei lager ne fu deportato un quinto, novemila circa; ne tornarono qualche centinaio; solo tra fine anni Ottanta e inizio anni Novanta la Fondazione Cdec (Centro di documentazione ebraica contemporanea) cominciò a raccogliere delle testimonianze audio; ma solamente nel 1992, di fronte a un rigurgito neo-fascista e antisemita - scritte sui negozi del ghetto della capitale - i sopravvissuti cominciarono a manifestare, quasi cinquant’anni dopo, la disponibilità a rompere il silenzio per testimoniare; così, dal primo colloquio con Rachele Levi, ebrea italiano-rodiota, effettuato il 15 giugno 1995, è cominciato un lavoro che ha toccato, con gli intervistati, tutti i luoghi topici della tragedia, Regina Coeli e San Vittore, la montagna da cui con i passeurs si tentava di fuggire in Svizzera e via Tasso, Auschwitz ma anche Israele. Ne sono derivati prima due film, Memoria e un documentario sul lager di Fossoli e, ora, questo volume tremendo ma bellissimo. Perché questo libro sia tremendo non c’è bisogno di spiegarlo. Il suo apice - così come era nei campi - è nella descrizione del «lavoro» del Sonderkommando, qui per voce di Shlomo Venezia, ebreo di Salonicco, comandato al compito ventunenne, con altri 873 compagni di sventura. Da pagina 218 a pagina 225 ecco il racconto in prima persona di chi aveva il compito di accompagnare alle camere a gas i candidati alla morte, - poteva capitare ci fosse tra loro il parente, l’amico - convincerli, mentendo, a spogliarsi, poi ascoltarne le urla, poi entrare in quel macello e doverne estrarre i corpi, per ricavarne ciò che poteva rendere - i capelli, i denti d’oro - e poi, i cadaveri, condurli ai forni crematori. Il «lavoro» raggiungeva ritmi di settecento, mille assassinii al giorno. Shlomo Venezia aggiunge un particolare, di quelli che rendono più di cento parole: ai cadaveri la pelle si staccava, perciò loro avevano escogitato un sistema per trasportarli meglio, «c’erano bastoni a volontà, lì, quelli che usavano i vecchietti, con questi bastoni prendevamo i cadaveri per il collo. In questa maniera praticamente non toccavamo più il morto. Lo trascinavamo» Perché Il libro della Shoah italiana sia bellissimo, invece, va spiegato. È un saggio corale, dove tutte le voci parlano, in successione, raccontando il prima, poi le leggi razziali, la guerra, l’occupazione, la deportazione ad Auschwitz-Birkenau (dove morirono la maggior parte degli ebrei italiani), Buchenwald, Bergen-Belsen, Ravensbrück, Mauthausen, Stutthof, Flossenbürg e Dachau. La liberazione e il rientro. Il ritorno alla vita. E il problema di come parlare del passato. E cosa i «salvati» si aspettassero dal futuro. Ci si affeziona a queste voci, ritrovandole da un capitolo all’altro. Si impara a capirne il carattere. Sono colte, come quelle di Luciana Nissim, compagna di prigionia di Primo Levi, e di Liliana Segre, oppure - per lo più - voci semplicissime di ebrei dei ghetti. Raimondo Di Neris, romano, nelle prime pagine racconta un’infanzia vestita di stracci e povera in un modo oggi inimmaginabile ed è lui che chiude con uno sguardo al futuro di una poeticità meravigliosa: «Io non ci sarò più nel mondo, perché c’ho un’età avanzata, ma io credo che un giorno ci sarà la pace internazionale... nun è vero?». Ora, sessant’anni dopo, grazie al loro coraggio, alle loro testimonianze, e alla possibilità che esse ci danno - un po’ - di condividere, è come se loro, i reduci dall’inferno, e noi, vivessimo di nuovo in un mondo comune.
26 gennaio 2009 L'Unità
L'inferno e il ritorno alla vita: i racconti dei sopravvissuti di Maria Serena Palieri
Si viveva in una specie di incomunicabilità: nessuno poteva raccontare, nessuno voleva sapere. Con le famiglie soprattutto... i miei cognati non mi hanno mai chiesto. Anzi, mi viene da ridere a pensare che mia cognata, se io dicevo “Di fame ne abbiamo patita molta”, lei ribatteva: “Ma non credere che anche noi qua non abbiamo patito fame”. Adesso, invecchiando e ripensando a quell’epoca, ne sono sempre più convinta: il linguaggio non offriva parole sufficienti. Cioè se la gente diceva “fame”, non era la “fame” nostra». Giuliana Fiorentino Tedeschi, ebrea milanese, racconta così l’ultima sofferenza da affrontare - l’impossibilità di comunicare - che aspettava chi, come lei, tornava da Auschwitz. Lo racconta nelle ultime pagine de Il libro della Shoah italiana di Marcello Pezzetti (Einaudi, pp. 490, euro 42,00): da queste pagine in cui i «salvati» ricordano il ritorno alle proprie case, con sentimenti che, sembra, solo delle metafore bibliche possono descrivere. «Ognuno che veniva era come se ritornava un Padreterno» commenta Mario Limentani. «Sento ‘n gran macello, mamma s’afaccia; quando m’ha visto, allora c’hanno fatto un passaggio, ha visto le acque quando si dividono?» ricorda, in romanesco, il suo riapprodo in ghetto Ester Calò, evocando il passaggio del Mar Rosso. Non è un lieto fine: «Noi non avremo mai la pace, mai. Solo quando moriremo. C’è una cosa che devo dire, con molta fatica: noi abbiamo un rimorso... perché noi siamo riusciti a vivere» confida Alberto Israel. Ed è anche, appunto, quella della deportazione, un’esperienza che sembra non trovare un’arena in cui essere comunicata, nell’Italia uscita dalla guerra. Italia alle cui città i sopravvissuti, nonostante tutto, vogliono in maggioranza fare ritorno, perché, come anche questo libro documenta, nel nostro Paese gli ebrei erano, storicamente, cittadini integrati, nella penisola da un paio di millenni, in più di un caso laici e, nell’Italia del vaticano «non expedit» per i cattolici, i più italiani di tutti. Fascisti perché «patrioti», alcuni, antifascisti per attaccamento a un’idea più alta di convivenza civile, altri. E infatti, se da questo finale si salta all’indietro alle pagine iniziali, lo stesso coro di voci sussurra - idealizza? - la rosea tranquilla vita serena che in famiglia, nel quartiere, nella comunità, si viveva «prima». Gli ebrei popolani o sottoproletari di Roma, straccivendoli, venditori ambulanti, commercianti di biancheria, così come quelli borghesi o altoborghesi di Milano o Trieste, imprenditori, medici, professori universitari, albergatori. Ma anche quelli di Rodi e Corfù strappati dall’occupazione alle loro isole. Il libro della Shoah italiana raccoglie le testimonianze di 105 sopravvissuti. Queste voci sono il risultato ultimo di una vicenda che, racconta Pezzetti, è durata decenni: agli inizi degli anni Trenta gli ebrei in Italia erano 45mila, l’uno per mille della popolazione; nei lager ne fu deportato un quinto, novemila circa; ne tornarono qualche centinaio; solo tra fine anni Ottanta e inizio anni Novanta la Fondazione Cdec (Centro di documentazione ebraica contemporanea) cominciò a raccogliere delle testimonianze audio; ma solamente nel 1992, di fronte a un rigurgito neo-fascista e antisemita - scritte sui negozi del ghetto della capitale - i sopravvissuti cominciarono a manifestare, quasi cinquant’anni dopo, la disponibilità a rompere il silenzio per testimoniare; così, dal primo colloquio con Rachele Levi, ebrea italiano-rodiota, effettuato il 15 giugno 1995, è cominciato un lavoro che ha toccato, con gli intervistati, tutti i luoghi topici della tragedia, Regina Coeli e San Vittore, la montagna da cui con i passeurs si tentava di fuggire in Svizzera e via Tasso, Auschwitz ma anche Israele. Ne sono derivati prima due film, Memoria e un documentario sul lager di Fossoli e, ora, questo volume tremendo ma bellissimo. Perché questo libro sia tremendo non c’è bisogno di spiegarlo. Il suo apice - così come era nei campi - è nella descrizione del «lavoro» del Sonderkommando, qui per voce di Shlomo Venezia, ebreo di Salonicco, comandato al compito ventunenne, con altri 873 compagni di sventura. Da pagina 218 a pagina 225 ecco il racconto in prima persona di chi aveva il compito di accompagnare alle camere a gas i candidati alla morte, - poteva capitare ci fosse tra loro il parente, l’amico - convincerli, mentendo, a spogliarsi, poi ascoltarne le urla, poi entrare in quel macello e doverne estrarre i corpi, per ricavarne ciò che poteva rendere - i capelli, i denti d’oro - e poi, i cadaveri, condurli ai forni crematori. Il «lavoro» raggiungeva ritmi di settecento, mille assassinii al giorno. Shlomo Venezia aggiunge un particolare, di quelli che rendono più di cento parole: ai cadaveri la pelle si staccava, perciò loro avevano escogitato un sistema per trasportarli meglio, «c’erano bastoni a volontà, lì, quelli che usavano i vecchietti, con questi bastoni prendevamo i cadaveri per il collo. In questa maniera praticamente non toccavamo più il morto. Lo trascinavamo» Perché Il libro della Shoah italiana sia bellissimo, invece, va spiegato. È un saggio corale, dove tutte le voci parlano, in successione, raccontando il prima, poi le leggi razziali, la guerra, l’occupazione, la deportazione ad Auschwitz-Birkenau (dove morirono la maggior parte degli ebrei italiani), Buchenwald, Bergen-Belsen, Ravensbrück, Mauthausen, Stutthof, Flossenbürg e Dachau. La liberazione e il rientro. Il ritorno alla vita. E il problema di come parlare del passato. E cosa i «salvati» si aspettassero dal futuro. Ci si affeziona a queste voci, ritrovandole da un capitolo all’altro. Si impara a capirne il carattere. Sono colte, come quelle di Luciana Nissim, compagna di prigionia di Primo Levi, e di Liliana Segre, oppure - per lo più - voci semplicissime di ebrei dei ghetti. Raimondo Di Neris, romano, nelle prime pagine racconta un’infanzia vestita di stracci e povera in un modo oggi inimmaginabile ed è lui che chiude con uno sguardo al futuro di una poeticità meravigliosa: «Io non ci sarò più nel mondo, perché c’ho un’età avanzata, ma io credo che un giorno ci sarà la pace internazionale... nun è vero?». Ora, sessant’anni dopo, grazie al loro coraggio, alle loro testimonianze, e alla possibilità che esse ci danno - un po’ - di condividere, è come se loro, i reduci dall’inferno, e noi, vivessimo di nuovo in un mondo comune.
26 gennaio 2009 L'Unità
martedì 6 gennaio 2009
Una massima
martedì 16 dicembre 2008
Nostalgia
Osborne
PSICOLOGIA
La nostalgia non è un male ha un potere terapeutico
Secondo uno studio inglese rimpiangere il passato aiuta gli adulti ad affrontare il presente. Considerata una malattia fino al secolo scorso, questa sensazione è stata rivalutata da Baudelaire di SARA FICOCELLI
PUO' riaffiorare mentre siamo felici, anzi, spesso è proprio stimolata da emozioni forti. La nostalgia torna a galla per ricordarci che abbiamo un passato. E che quello che abbiamo vissuto ha avuto senso per noi. Secondo il professor Constantine Sedikides, direttore del Centro di ricerca sull'identità personale dell'Università di Southampton, Regno Unito, non si tratta di una debolezza ma di una risorsa: "Le persone nostalgiche sono in realtà le più forti, perché capaci di rimettere insieme i pezzi del passato e fare della vita un percorso compatto". Con i colleghi del dipartimento di Scienze e psicologia, lo scienziato ha analizzato gli effetti della nostalgia su un gruppo di volontari. Tutti hanno reagito positivamente agli stimoli, raggiungendo uno stato di serenità rispetto a molte brutte esperienze passate. "La nostalgia ha un effetto terapeutico sulla salute mentale - si legge nel report dello psicologo inglese - ed è fonte di positività, importante per affrontare i fantasmi di ieri e vivere con energia il presente". La sensazione che si prova di fronte a una vecchia foto, a un tramonto o all'incontro con un ex compagno di scuola non occupa insomma lo spazio di un momento ma fa da ponte tra ciò che eravamo e ciò che siamo, regalandoci la sensazione che la nostra vita abbia avuto un percorso sensato, carico di esperienze ed emozioni, nel bene e nel male. "Ricordare e rimpiangere - spiega lo psicologo Fabio Guida, coordinatore del portale di psicologia Cpsico - contribuisce al mantenimento della salute mentale. Si innesca un meccanismo di liberazione che permette di superare traumi e ricordi sgradevoli. La zona del cervello che si attiva è la corteccia, ma sono implicate anche amigdala, talamo e ipotalamo: è qui che si attivano gli impulsi che danno il feedback positivo".
Studi simili sono stati condotti anche dalla Sun Yat-Sen University, in Cina. Questa ricerca ha dimostrato che le persone più sole sono anche le più nostalgiche e che proprio tale sentimento permette loro di combattere la sensazione di isolamento. Non tutti gli scienziati però concordano con questa interpretazione, Secondo i ricercatori della American Academy of Pediatrics, la nostalgia di casa non solo non ha affetti terapeutici ma rappresenta una malattia. Uno studio su bambini e adolescenti lontani dalla famiglia d'origine ha mostrato che la scarsa fiducia nella novità e l'incapacità di controllare le situazioni inaspettate possono portare i più piccoli ad "ammalarsi di nostalgia", con conseguenze per il loro equilibrio mentale. Ha dunque senso parlare di "potere terapeutico" di questa sensazione solo se a provarla sono persone adulte o comunque capaci di ripercorrere a ritroso la vita, attribuendo ai ricordi il giusto valore. "Come per tutto, è meglio non esagerare - continua Guida - una dose eccessiva di nostalgia può togliere preziosi spazi mentali e peggiorare la qualità di vita e i rapporti sociali, trasformandosi in patologia. Ci sono individui che non riescono a godere il presente e vivono in un costante passato". Il termine nostalgia deriva dal graco "nostos" (ritorno) e àlgos (dolore) ed è entrato nel vocabolario europeo solo nel XVII secolo grazie al medico svizzero Johannes Hofer. Era alle prese con una patologia diffusa tra i connazionali, costretti dall'arruolamento come truppe mercenarie: "nostalgia" era la designazione dotta del "dolore per la lontananza da casa", stato che talvolta portava i soldati alla morte. Da quel momento la parola è diventata sinonimo di disturbo psichico e solo grazie alle poesie di Baudelaire ha cominciato a essere interpretata sotto una luce diversa. Scriveva Antoine da Saint-Exupèry: "Se vuoi costruire una nave, non radunare uomini per raccogliere la legna e distribuire i compiti, ma insegna loro la nostalgia del mare ampio e infinito". Una spinta emozionale che, come confermano gli scienziati di oggi, nella giusta misura sa essere più efficace di tante medicine. Repubblica
PSICOLOGIALa nostalgia non è un male ha un potere terapeutico
Secondo uno studio inglese rimpiangere il passato aiuta gli adulti ad affrontare il presente. Considerata una malattia fino al secolo scorso, questa sensazione è stata rivalutata da Baudelaire di SARA FICOCELLI
PUO' riaffiorare mentre siamo felici, anzi, spesso è proprio stimolata da emozioni forti. La nostalgia torna a galla per ricordarci che abbiamo un passato. E che quello che abbiamo vissuto ha avuto senso per noi. Secondo il professor Constantine Sedikides, direttore del Centro di ricerca sull'identità personale dell'Università di Southampton, Regno Unito, non si tratta di una debolezza ma di una risorsa: "Le persone nostalgiche sono in realtà le più forti, perché capaci di rimettere insieme i pezzi del passato e fare della vita un percorso compatto". Con i colleghi del dipartimento di Scienze e psicologia, lo scienziato ha analizzato gli effetti della nostalgia su un gruppo di volontari. Tutti hanno reagito positivamente agli stimoli, raggiungendo uno stato di serenità rispetto a molte brutte esperienze passate. "La nostalgia ha un effetto terapeutico sulla salute mentale - si legge nel report dello psicologo inglese - ed è fonte di positività, importante per affrontare i fantasmi di ieri e vivere con energia il presente". La sensazione che si prova di fronte a una vecchia foto, a un tramonto o all'incontro con un ex compagno di scuola non occupa insomma lo spazio di un momento ma fa da ponte tra ciò che eravamo e ciò che siamo, regalandoci la sensazione che la nostra vita abbia avuto un percorso sensato, carico di esperienze ed emozioni, nel bene e nel male. "Ricordare e rimpiangere - spiega lo psicologo Fabio Guida, coordinatore del portale di psicologia Cpsico - contribuisce al mantenimento della salute mentale. Si innesca un meccanismo di liberazione che permette di superare traumi e ricordi sgradevoli. La zona del cervello che si attiva è la corteccia, ma sono implicate anche amigdala, talamo e ipotalamo: è qui che si attivano gli impulsi che danno il feedback positivo".
Studi simili sono stati condotti anche dalla Sun Yat-Sen University, in Cina. Questa ricerca ha dimostrato che le persone più sole sono anche le più nostalgiche e che proprio tale sentimento permette loro di combattere la sensazione di isolamento. Non tutti gli scienziati però concordano con questa interpretazione, Secondo i ricercatori della American Academy of Pediatrics, la nostalgia di casa non solo non ha affetti terapeutici ma rappresenta una malattia. Uno studio su bambini e adolescenti lontani dalla famiglia d'origine ha mostrato che la scarsa fiducia nella novità e l'incapacità di controllare le situazioni inaspettate possono portare i più piccoli ad "ammalarsi di nostalgia", con conseguenze per il loro equilibrio mentale. Ha dunque senso parlare di "potere terapeutico" di questa sensazione solo se a provarla sono persone adulte o comunque capaci di ripercorrere a ritroso la vita, attribuendo ai ricordi il giusto valore. "Come per tutto, è meglio non esagerare - continua Guida - una dose eccessiva di nostalgia può togliere preziosi spazi mentali e peggiorare la qualità di vita e i rapporti sociali, trasformandosi in patologia. Ci sono individui che non riescono a godere il presente e vivono in un costante passato". Il termine nostalgia deriva dal graco "nostos" (ritorno) e àlgos (dolore) ed è entrato nel vocabolario europeo solo nel XVII secolo grazie al medico svizzero Johannes Hofer. Era alle prese con una patologia diffusa tra i connazionali, costretti dall'arruolamento come truppe mercenarie: "nostalgia" era la designazione dotta del "dolore per la lontananza da casa", stato che talvolta portava i soldati alla morte. Da quel momento la parola è diventata sinonimo di disturbo psichico e solo grazie alle poesie di Baudelaire ha cominciato a essere interpretata sotto una luce diversa. Scriveva Antoine da Saint-Exupèry: "Se vuoi costruire una nave, non radunare uomini per raccogliere la legna e distribuire i compiti, ma insegna loro la nostalgia del mare ampio e infinito". Una spinta emozionale che, come confermano gli scienziati di oggi, nella giusta misura sa essere più efficace di tante medicine. Repubblica
sabato 15 dicembre 2007
Chico Mendes
Chico Mendes , nome completo Francisco Alves Mendes Filho (Xapuri, 15 dicembre 1944 – Xapuri, 22 dicembre 1988) è stato un sindacalista e politico brasiliano. Raccoglitore di caucciù (seringueiro), è stato Segretario generale del Sindacato dei lavoratori rurali di Brasiléia (Sindicato dos Trabalhadores Rurais) dal 1975 e promotore della nascita del sindacato a Xapuri (1976), lega il proprio nome alla lotta contro il disboscamento della foresta amazzonica, condotta dai contadini con metodi assembleari ed utilizzando con successo la pratica dell'empate ("impedimento, stallo"). Nel 1978 è eletto vice presidente del consiglio comunale a Xapuri (l'anno seguente è presidente). Tende a trasformare il consiglio (Câmara Municipal) in un'assemblea permanente in cui partecipano tutte le componenti politiche, sociali e religiose della città, non ricevendo l'appoggio delle formazioni politiche ufficiali, incluso il proprio partito, il Movimento Democratico Brasiliano (MDB). Viene pubblicamente minacciato dai possidenti della zona e cominciano le repressioni violente degli empates, che perdono l'efficacia iniziale, e le carcerazioni extragiudiziali di centinaia di contadini per tutto il decennio successivo; in quest'anno anche Chico Mendes viene arrestato e torturato. Il sindacato dei lavoratori rurali conosce però una forte espansione diventando il maggiore dello stato di Acre. Dal 1979 con Lula (Luis Inàcio da Silva, anch'egli acreano), Josè Ibrahim e altri partecipa alle assemblee che porteranno alla nascita nel 1980 del Partido dos Trabalhadores (PT, Partito dei Lavoratori), un organismo che darà appoggio politico alle rivendicazioni della CUT, la federazione sindacale generale di cui faceva parte il sindacato dei lavoratori rurali. Nello stesso anno viene arrestato e processato per l'omicidio di Wilson Pinheiro, leader sindacale di un'organizzazione avversaria, ma il processo rivela la montatura dell'accusa, per la quale sono invece condannati 40 possidenti di Xapuri. Nei tre anni seguenti affronterà altri due processi per istigazione alla violenza, essendo in entrambi prosciolto per insufficienza di prove. Dal 1981, Mendes è segretario della CUT a Xapuri, carica che manterrà fino alla morte pur continuando l'attività politica nel PT; nel 1982 perde le elezioni per un seggio a deputato nel parlamento statale di Acre. Nel 1985 guida il primo congresso nazionale dei seringueiros, durante il quale viene creato il Consiglio Nazionale dei Seringueiros (CNS, Conselho Nacional do Seringueiros), che diventerà il soggetto politico e sindacale che porterà le rivendicazioni di Mendes, dei contadini e delle popolazioni indigene dell'Amazzonia all'attenzione dei media internazionali. Nel 1987 una delegazione delle Nazioni Unite verifica direttamente a Xapuri le accuse rivolte alle grosse finanziarie statunitensi che appoggiano progetti di disboscamento che causano la disoccupazione forzata dei seringueiros, l'esilio forzato dei contadini indios dell'Amazzonia ed un danno ecologico di dimensioni planetarie; in seguito a 40 giorni di campagna negli Stati Uniti, durante i quali Chico Mendes parla anche di fronte al Senato statunitense, la BID (Bank of Interamerican Development) ritira i propri investimenti in Amazzonia. Nel 1988 Mendes lavora con successo alla creazione di una "riserva estrattiva" di caucciù nel seringal Cachoeira, espropriato dallo Stato alla famiglia latifondista Alves da Silva che l'aveva a sua volta illegalmente acquisito da dei piccoli proprietari terrieri. È l'anno in cui nasce l'União Democrática Ruralista (Unione democratica rurale o UDR) un sindacato che compie in realtà azioni paramilitari in tutto lo stato, minacciando ripetutamente Chico Mendes, che denuncerà alla polizia i nomi dei suoi futuri sicari. Nel terzo congresso della CUT Mendes denuncia nuovamente i delitti della UDR, ed espone la tesi congressuale "In difesa del popolo della foresta" davanti ai 6000 delegati che lo eleggeranno segretario generale per acclamazione. Il 22 dicembre 1988 viene ucciso davanti alla porta di casa dai fratelli Alves da Silva, precedenti proprietari del seringal Cachoeira. Riguardo l'arresto del killer e dei mandanti, nonostante fossero ben noti, furono considerati fuori dalla portata giudiziaria per le loro connessioni politiche ed il loro potere economico. Forti pressioni nazionali ed internazionali riuscirono a far arrivare il caso in tribunale. Nel dicembre del 1990, Darly Alves da Silva, proprietario terriero e allevatore locale, con il quale Chico si era scontrato più volte per l'ottenimento del titolo di "reservas extractivistas" per la sua regione, ricevette una condanna a 19 anni di prigione per essere stato il mandante dell'omicidio; suo figlio, Darci, ricevette la stessa condanna per esserne stato l'esecutore materiale. L'entusiasmo iniziale fu molto, sia a livello internazionale e mediatico che regionale, ma non appena i media spostarono i loro riflettori, gli omicidi continuarono. Dagli ultimi anni del '70, di centinaia di omicidi di leaders sindacali e protestanti per i diritti della terra, l'unico che fu investigato completamente e porto' ad una condanna fu quello di Chico Mendes. La condanna a Darly Alves da Silva fu annullata nel febbraio del 1992 a Rio Branco dalla corte d'appello statale. Angelo di Leonardo Da Vincimartedì 16 ottobre 2007
martedì 9 ottobre 2007
lunedì 8 ottobre 2007
martedì 11 settembre 2007
11 settembre 1973, Cile
IL GOLPE CILENO11 settembre 1973
di Matteo Liberti
L'undici settembre del 1973, trent'anni prima dell'ultimo 11/9, prese velocemente forma un tragico evento nella storia del Cile e di tutto il Sudamerica.
Era un martedì, affondato nel cuore della Guerra Fredda. Era di mattina, e quel che accadde fu che alcuni corpi speciali dell’esercito del Cile, comandati dal generale Augusto Pinochet, diedero vita ad un violento colpo di stato volto a destituire il presidente Salvador Allende ed il suo governo (democraticamente eletto) legato alla coalizione di Unidad popular. Il palazzo presidenziale (el Palacio de la Moneda) venne bombardato con all’interno lo stesso Allende ed alcuni tra i suoi ministri e consiglieri. Il presidente cileno morì quella mattina, dopo aver gridato attraverso Radio Magallanes le sue ultime parole: “Viva il Cile!, Viva il popolo!, Viva i lavoratori!”. Dopo di lui iniziarono ad essere eliminati altri militanti e simpatizzanti del movimento operaio. Ma ancora era solo l’inizio. Quel che stava per cominciare era una dittatura militare che sarebbe durata per quasi vent’anni. E che non trascurò di trasferire nel proprio ricordo, tra le altre cose, omicidi e deportazioni di massa: furono circa diecimila i cileni torturati, e centinaia le migliaia di persone costrette all’esilio. La distruzione delle istituzioni democratiche fu veloce e capillare. A tutto si sostituì il dominio militare. Salvador Allende aveva vinto le elezioni tre anni prima della sua morte, il 5 settembre del 1970. Per pochissimi voti aveva battuto il candidato voluto dai partiti della destra, l'ex presidente Jorge Alessandri. Quello che iniziava i suoi lavori era il primo governo di sinistra eletto democraticamente in Cile ed in tutto il Sudamerica.
All’ordine del giorno c’era l’avvio di un processo di nazionalizzazione dell'economia, tipico delle politiche economiche dei paesi sudamericani. In Cile, particolarmente importante era la produzione di rame, ma, purtroppo per il popolo cileno, nel settore avevano i loro forti interessi gli Stati Uniti d’America, i quali, sia per gli interessi sul rame che per il contesto disegnato dalla Guerra Fredda, non potevano accettare di buon grado la nuova politica del presidente Allende. Il nuovo governo cileno dovette così molto presto affrontare un crescente fronte oppositore fomentato dagli Stati Uniti. Allende tra le prime cose nazionalizzò i monopoli, con lo stato che prese il controllo dei prezzi. A ciò aggiunse una scelta di politica estera favorevole alla relazione con altri stati socialisti. D’altro canto gli scontenti iniziarono ad emergere sia a sinistra che a destra: i gruppi rivoluzionari pressavano affinché il governo prendesse decisioni di stampo più radicale, mentre la destra era complessivamente in profondo disaccordo con tutto il progetto governativo. In ogni caso il primo anno di governo del nuovo presidente si chiuse con una forte crisi economica (dettata anche da fattori legati alla situazione internazionale) e con un netto calo di investimenti e nella produzione. Alla fine dell'anno vennero riscattate molte aziende in fallimento, ma senza riuscire ad amministrarle in maniera realmente produttiva. Alla fine del 1971 le manifestazioni di protesta furono numerose; tra queste si ricorda la cosiddetta protesta delle casseruole, messa in atto dalle donne della borghesia e soprattutto lo sciopero dei camionisti, il cui sindacato riuscì all’inizio del nuovo anno a paralizzare l’intero paese. Sempre nel 1971, dopo una visita ufficiale di Fidel Castro, Allende annunciò con orgoglio il ripristino delle relazioni diplomatiche con lo stato cubano. Questo nonostante il divieto posto nell’ambito dell’Organizzazione degli Stati americani e, ovviamente, il nuovo disappunto degli Stati Uniti. L'amministrazione del presidente americano Richard Nixon cominciò ad esercitare una pressione economica sempre più crescente attraverso molti canali, illegali e non, e che andarono dall'embargo al finanziamento degli oppositori politici all'interno del Congresso.
Lo stesso sindacato dei camionisti, prima dello sciopero, ricevette sostanziosi finanziamenti dagli Stati Uniti. Cercando nuovi alleati per far fronte alla crisi aperta da congiuntura economica e pressioni statunitensi, Salvador Allende si rivolse anche, suo malgrado, ad un fidato generale dell'esercito.
Nome, Augusto Pinochet. A lui venne affidato il comando delle forze armate, e sempre a lui il presidente cercherà di chiedere aiuto durante l’assedio dei carri armati al palazzo presidenziale della Moneda, senza sapere di chiedere aiuto al proprio carnefice. Carnefice dietro al quale avevano agito, come abbiamo visto, gli Stati Uniti del presidente Richard Nixon e soprattutto del segretario di stato Henry Kissinger.
Pochi giorni dopo la vittoria elettorale di Allende nel settembre del 1970, i due già stavano cospirando nella Stanza Ovale. Loro il piano e la volontà di rovesciare il governo cileno, attraverso un’azione attentamente preparata dai servizi segreti. Nei tre anni successivi all'elezione di Allende, la CIA aveva scientemente organizzato forme di sabotaggio economico e di guerra psicologica contro quel governo così restio a mettersi in riga con i dettami di Washington, ossia: non permettere ai partiti comunisti di entrare nell’esecutivo; non espropriare le proprietà degli Stati Uniti; perseguire un economia di libero mercato ed evitare, come già detto, ogni relazione con Cuba. Alla fine si passò a forme più dirette, ed i militari cileni poterono procedere alla distruzione del sistema bicamerale dello stato, delle istituzioni democraticamente elette, dei sindacati e dei liberi mezzi di comunicazione. Più generalmente, furono cancellate tutte le libertà civili già conquistate dai cileni. Con la benedizione degli Stati Uniti.
Fu americano l’assenso al formarsi della dittatura, un vero regno del terrore, e fu americana la responsabilità di aver permesso che questa dittatura, riassunta nella figura del generale Augusto Pinochet, potesse durare più di quanto durò quella hitleriana. Peraltro l’atteggiamento americano fu, negli anni successivi al colpo di stato, di sostanziale estraneità alle cose cilene, mostrandosi non coinvolti con quel regime militare che si andava caratterizzando per la repressione, l'autoritarismo ed il blocco di tutte le politiche economiche di matrice marxista. Solo di recente il segretario di Stato Colin Powell ha ammesso che l’affare cileno non è stata una pagina della storia americana di cui andare orgogliosi.
D'altronde, ha anche ricordato Powell, Allende aveva commesso il grave errore, in tempi di guerra fredda, di ammettere all’interno della sua coalizione di Unidad popular il partito comunista cileno…
Che Nixon e Kissinger volessero davvero salvare il Cile, come confidarono a Richard Helms (ex direttore della CIA)? Sebbene Mosca non diede un significativo aiuto ad Allende, il dogma ideologico di Nixon e Kissinger fu sufficiente a motivare il sostegno al golpe. Lo stesso Helms confidò in alcuni suoi appunti di aver ricevuto l'esplicito ordine di rovesciare il governo del Cile, senza preoccuparsi degli eventuali rischi connessi. Ma l’atteggiamento americano in Cile, è bene ricordarlo, non fu un fatto isolato. Si possono purtroppo menzionare altre intromissioni laddove si presentasse lo spauracchio del pericolo comunista. Successe con il Nicaragua, successe ad Haiti e successe, come sappiamo, a Cuba, dove grazie al famigerato Emendamento Platt le forze armate poterono occupare l'isola in diverse occasioni, oltre ad impiantarvi una propria base nella Baia di Guantanamo. Ma all’inizio del secolo le truppe americane non si erano risparmiate interventi (per contrapporsi a movimenti rivoluzionari locali) in Colombia, in Honduras, nella Repubblica Dominicana, a Panama, in Messico ed in Guatemala e Costarica. Addurre come scusante per gli eventi cileni la Guerra Fredda significa voler ignorare i significativi antecedenti interventisti della politica estera degli Stati Uniti durante tutto il ventesimo secolo, in Sudamerica e altrove. Quel che fece la CIA durante la Guerra Fredda fu agire in piena violazione di una serie di trattati firmati dagli stessi Stati Uniti e che escludevano l'intervento negli affari interni delle altre nazioni. A quindici anni di distanza dal golpe venne organizzato un plebiscito per sapere se la popolazione desiderava che continuasse il governo di Pinochet. La risposta fu no. Nel 1990 l'addio politico di Pinochet, con l'elezione di Patricio Aylwin, del Partito Democratico Cristiano. Il generale dittatore venne accusato per l'esecuzione di terribili crimini e violazioni contro i diritti umani, ma non fu giudicato. Si dichiarò che soffriva di demenza vascolare. Da due anni il generale sanguinario è agli arresti domiciliari, la Corte Suprema ha dichiarato non valida la sua immunità per demenza, ma il giudizio per i suoi crimini ancora non è stato emesso.http://www.instoria.it/home/golpe_cile_73.htm
Flamingos è di Rousseau
lunedì 3 settembre 2007
Never forget: Zyklon B
Zyklon B (o Zyclon B) era il nome commerciale di un pesticida che venne usato come agente tossico nelle camere a gas di alcuni campi di concentramento e sterminio nazionalsocialisti. Anche se utilizzato solo in un numero limitato di campi, principalmente ad Auschwitz e Majdanek, lo Zyklon B è oggi ricordato come uno dei simboli più significativi dell'Olocausto. Il pesticida, sviluppato originariamente negli anni '20 da Fritz Haber, un ebreo tedesco che fu costretto a emigrare nel 1934, fu usato dalla Germania nazista nelle camere a gas dell'olocausto nei campi di sterminio di Auschwitz e Majdanek. Era composto da piccole palline o dischetti, di polpa di legno o terra diatomacea che venivano impregnate con acido cianidrico (conosciuto anche come acido prussico), uno stabilizzatore ed una sostanza irritante d'allarme. Le palline rilasciavano l'acido cianidrico in forma di gas quando venivano rimosse dai loro contenitori sottovuoto. Lo Zyklon B fu inizialmente usato nei campi di concentramento per lo spidocchiamento e il controllo del tifo. Fu sperimentato per la prima volta su 600 prigionieri di guerra russi e 300 ebrei il 3 settembre 1941, nel campo di Auschwitz I. Lo Zyklon B era fornito dalle ditte tedesche Degesch (Deutsche Gesellschaft für Schädlingsbekämpfung mbH - che significa Società tedesca antiparassitari s.r.l.) e Tesch u. Stabenow Hamburg Internationale Gesellschaft für Schädlingsbekämpfung mbH, comunemente nota col nome "TESTA", due società del gruppo della I.G. Farben, colosso dell'industria tedesca, amministratore della quale era il professor Karl Wurster, che deteneva il brevetto. I nazisti ordinarono alla Degesch di produrre lo Zyklon B senza l'avviso di pericolo chimico, contravvenendo alle leggi tedesche. Dopo la seconda guerra mondiale, due direttori della Tesch vennero processati da una corte militare britannica e vennero giustiziati per aver preso parte nella fornitura del materiale. Dai bonifici effettuati dalle SS a questa società si deduce che furono forniti al campo di concentramento di Auschwitz:2.211 kg Zyklon B nel 1942
5.000 kg Zyklon B nel 1943
500 kg Zyklon B nel 1944
Per uccidere un uomo erano necessari circa 70 milligrammi.
Cinque o sette chili di questo acido, fatto cadere nella camera della morte attraverso un'apertura nel soffitto, consentivano di uccidere 1.000 - 1.500 persone nel giro di pochi minuti. L'azione tossica si deve allo ione CN-, il quale si lega agli enzimi ossidanti preposti alla respirazione cellulare, in particolar modo all'enzima citocromo-ossidasi, provocando l'anossia. I sintomi da intossicazione erano la perdita di coscienza e le convulsioni e dopo circa 15 minuti sopraggiungeva la morte nel 100% dei casi. Laddove l'uso di tale metodo si fosse rivelato antieconomico, i nazisti preferivano utilizzare iniezioni di fenolo: ad Auschwitz veniva utilizzata una soluzione acquosa di fenolo, iniettata direttamente nel ventricolo sinistro, la quale causava la morte entro 10-15 secondi. L'uso della parola zyclon (tedesco per ciclone) continua a sollevare reazioni furenti da parte di gruppi ebraici. Nel 2002 sia la Bosch Siemens Hausgeraete che la Umbro furono addirittura costrette a ritirare i loro tentativi di usare o registrare il termine per i loro prodotti. Wikipedia-Bocklin/Isola dei morti
sabato 1 settembre 2007
Never forget: Gino Lucetti
(Carrara, 31 agosto 1900 – Ischia, 17 settembre 1943) è stato un anarchico italiano.Durante la prima guerra mondiale presta il servizio militare nei reparti d'assalto. Dopo la guerra, come accadde ad una parte degli Arditi d'Italia, che poi furono il nucleo fondatore degli Arditi del Popolo, maturò una coscienza politica che lo portò ad opporsi al fascismo.
Originario di Carrara, emigrò in Francia da cui rientrò con il proposito di attentare alla vita di Mussolini. L'11 settembre 1926, sul piazzale di Porta Pia a Roma, lancia una bomba contro l'automobile su cui viaggiava il dittatore. La bomba rimbalza sulla macchina ed esplode a terra. Lucetti venne arrestato e in commissariato dichiarò: «Non sono venuto con un mazzo di fiori per Mussolini. Ero intenzionato di servirmi anche della rivoltella qualora non avessi ottenuto il mio scopo con la bomba». Venne processato nel giugno 1927 e condannato all'ergastolo (la pena di morte venne reintrodotta nell'ordinamento italiano solo in seguito). Con lui vennero condannati a vent'anni come complici anche Leandro Sorio e Stefano Vatteroni, ma sull'organizzazione dell'attentato non è mai stata fatta piena luce. Una parte della storiografia, ha avanzato l'ipotesi che il gesto di Lucetti fosse stato accuratamente preparato e l'organizzazione avesse coinvolto numerose persone di varie città italiane. Comunque sia, in seguito, Vincenzo Baldazzi, uno dei massimi esponenti degli Arditi del Popolo e poi della Resistenza romana, fu condannato per aver fornito la pistola a Lucetti, in seguito lo stesso Vincenzo Baldazzi fu nuovamente condannato per un aiuto finaziario fornito alla moglie di Lucetti. Nel 1943 Lucetti fu liberato dagli Alleati ma morì poco dopo ad Ischia a causa di un bombardamento il 17 settembre 1943. A Gino Lucetti fu intitolato una Brigata partigiana anarchica: il battaglione Lucetti, che combatté nel carrarese. Ne parla, fra gli altri, Maurizio Maggiani nel Coraggio del Pettirosso. wikipedia (fiori di Van Gogh)
venerdì 24 agosto 2007
Never forget: William Wilberforce
Nacque il 24 agosto 1759 a Hull, in Inghilterra da famiglia benestante. Orfano di padre, frequentò il St. John’s College a Cambridge. Per scherzo nel 1780 a soli ventuno anni si candidò e fu eletto alla Camera dei Comuni ed ebbe per cinquant'anni un impegno politico. Il 30 aprile 1797, all’età di trentasette anni, si sposò con Barbara da cui ebbe quattro figli. Di famiglia Anglicana, vissuto senza avere interessi biblici, a seguito di un incontro casuale con un amico di infanzia e la lettura di un libro trovato in una casa per le vacanze, incominciò ad avere una netta visione biblica su Dio, su Cristo e sull’uomo. Leggendo gradualmente il Nuovo Testamento ebbe una conversione profonda all’ Evangelo che cambio radicalmente le priorità della sua vita portandolo alla nuova nascita. Nel 1787 annunciò alla Camera dei Comuni che avrebbe posto alla loro attenzione una mozione per l’abolizione del commercio degli schiavi. L’opposizione durò vent’anni ma nonostante le minacce ricevute, continuò la sua battaglia. Nel 1807 la Camera, con applausi e ovazioni a Wilberforce, approvò con 267 voti su 283 l’abolizione de commercio degli schiavi. Se il commercio fu abolito, non era cosi per la schiavitù. Nel 1833 presentò un’ ultima petizione: il 26 luglio fu approvata l’abolizione della schiavitù nelle colonie britanniche e dopo tre giorni William Wilberforce si spense. wikipedia-fiori di Van Gogh
Never forget: AktionT4
L'Aktion T4 fu il programma nazista di eugenetica che prevedeva la soppressione o la sterilizzazione di persone affette da malattie genetiche, inguaribili o da più o meno gravi malformazioni fisiche. Si stima che l'attuazione del programma T4 abbia portato all'uccisione di circa 200.000 persone. T4 è l'abbreviazione di "Tiergartenstrasse 4", l'indirizzo del quartiere Tiergarten di Berlino dove era situato il quartier generale dalla Gemeinnützige Stiftung für Heil und Anstaltspflege, l'ente pubblico per la salute e l'assistenza sociale. Il programma T4 veniva anche chiamato «programma eutanasia» da molti di coloro che erano coinvolti in quest'operazione, ma l'espressione non ha nulla a che vedere con la definizione odierna di eutanasia. Il programma non era infatti motivato dalla preoccupazione per il benessere dell'ammalato o dal desiderio di liberarlo dalla sofferenza - molte delle persone coinvolte non soffrivano della loro condizione di disabilità: il programma T4 venne portato a termine nell'ottica eugenetica e di «igiene razziale» allora imperanti in Germania. Il programma mirava inoltre a diminuire le spese statali nella cura di pazienti affetti da disabilità nel momento in cui le priorità economiche erano rivolte al riarmo della Germania. Il professor Robert Jay Lifton, autore de I medici nazisti e accreditato studioso dell'Aktion T4, nota chiaramente le differenze tra questo programma e la reale eutanasia: egli spiega che la versione nazionalsocialista di «eutanasia» era basato sul lavoro di Adolf Jost che nel 1895 aveva pubblicato Das Recht auf den Tod («Il diritto alla morte») e conclude: « Jost sostenne che il controllo sulla morte dell'individuo deve spettare in definitiva all'organismo sociale, allo Stato. Questo concetto è in diretta opposizione alla tradizione angloamericana dell'eutanasia, la quale sottolinea il diritto dell'individuo «a morire» o «alla morte» o «alla propria morte» come rivendicazione umana suprema. Di contro, Jost si riferisce al diritto dello Stato di uccidere. Pur parlando di compassione e di alleviare le sofferenze dei malati incurabili, egli è interessato principalmente alla sanità del Volk e dello Stato. » Il dottor Stuart Stein dell'University of the West of England scrive: « L'uso coerente del termine «eutanasia» in questo contesto è piuttosto fuorviante. Il Chambers Dictionary comprende tra le sue definizioni «l'atto o la pratica di condurre senza dolore alla morte, in special modo nel caso di sofferenze incurabili». Il Shorter Oxford Dictionary si riferisce ad «una tranquilla e facile morte» e all'«azione che induce» alla stessa. Tuttavia la «sofferenza incurabile» alla quale si riferiva l'ideologia basilare [ndt: nazionalsocialista] che razionalizzava le uccisioni non era quella dei pazienti/vittime ma quella dei legislatori, dei loro solerti assistenti burocratici e di coloro che trattavano direttamente le vittime [...]. La loro scomparsa non era né indolore, né tranquilla, né facile. [...] I rituali di morte e le procedure applicate sotto gli auspici di questo «programma» furono invariabilmente identici a quelli che si verificarono nei campi di sterminio. L'obiettivo fondamentale era lo stesso - lo sradicamento di segmenti indesiderati della popolazione. In entrambi i casi nessun altro termine diverso da omicidio è congruo con le circostanze. All'inizio del XX secolo in molte nazioni - tra le quali spiccavano Stati Uniti, Germania e Regno Unito - si discuteva di eugenetica, una disciplina strettamente correlata al darwinismo sociale, volta a migliorare la specie umana attraverso la selezione dei caratteri genetici ritenuti positivi (eugenetica positiva) e l'eliminazione di quelli negativi (eugenetica negativa). In Germania la discussione si appoggiava su concetti di «razzismo scientifico» ed «igiene razziale» secondo i quali il Volk (traducibile in «comunità popolare» ed inteso come insieme degli individui legati da caratteristiche razziali e culturali) avrebbe dovuto sopravvivere e migliorarsi come collettività anche a discapito, se il caso, dei diritti dell'individuo. Nel 1895 Alfred Jost, uno dei precursori dell'idea eugenetica tedesca, scrisse Das Recht auf den Tod («Il diritto alla morte») ove sostenne il diritto dello Stato di imporre la morte all'individuo per salvaguardare la purezza e la vitalità del Volk. Ma fu agli inizi degli anni venti che il movimento eugenetico tedesco sviluppò un'ala radicale guidata da Alfred Hoche e Karl Binding. Hoche e Binding nel loro Die Freigabe der Vernichtung lebensunwerten Lebens («Il permesso di annientare vite indegne di vita») pubblicato nel 1920 sostenevano l'esistenza ed il diritto all'uccisione di «persone mentalmente morte», «gusci vuoti di esseri umani»: termini che vennero sintetizzati nell'espressione lebensunwerten Lebens («vite indegne di vita» oppure «vite indegne di essere vissute»). Lo stato di estrema prostrazione nel quale si trovava la Germania al termine della prima guerra mondiale la rese particolarmente ricettiva ad idee di questo tipo. Come riporta Robert Jay Lifton, uno dei massimi studiosi del fenomeno medico nazista: « Il ragionamento era che i giovani morivano in guerra, causando una perdita per il Volk [comunità nazionale] dei migliori geni disponibili. I geni di coloro che non combattevano (che erano anche i geni peggiori) potevano quindi proliferare liberamente, accelerando la degenerazione biologica e culturale.» La Grande depressione del 1929 incrementò ulteriormente il sentimento di «uccisione pietosa» quando gli istituti medici e psichiatrici si trovarono in gravi difficoltà a causa del taglio negli stanziamenti a loro destinati e si vennero a creare situazioni di sovraffollamento e di degrado nel trattamento dei pazienti. I maggiori esponenti del movimento eugenetico, nazionalisti ed antisemiti, abbracciarono con fervore l'ideologia nazionalsocialista e negli anni successivi ascesero a posizioni di potere nel sistema sanitario e di ricerca tedesco imponendo la loro idea ai medici tedeschi ed estromettendo i dottori - tra i quali figuravano molti ebrei - di idee più moderate. L'idea di implementare una politica di «igiene razziale» rappresentò un elemento centrale dell'ideologia hitleriana fin dagli esordi. Hitler provò per tutta la vita una violenta repulsione per l'handicap mentale e la deformità fisica, attratto com'era dai canoni di bellezza e purezza che gli derivavano dal suo reputarsi "artista" e dal dibattito in corso in Germania ad opera del movimento eugenetico. Nelle sue discussioni con Philipp Bouhler e Hans Lammers, a capo rispettivamente della Cancelleria privata del Führer e di quella del Reich, Hitler definiva i disabili come coloro «che si insudiciano di continuo» e che «mettono i loro stessi escrementi in bocca». Più in generale Hitler utilizzò metafore mediche per paragonare coloro che aveva intenzione di eliminare dalla «comunità razziale» tedesca - si riferì in più occasioni agli ebrei come ad un virus che doveva essere curato oppure ad un cancro che doveva essere asportato. Allo stesso modo egli vedeva i disabili come un «elemento estraneo» al corpus razziale germanico: nella mente di Hitler e degli altri dirigenti nazisti la necessità di «ripulire» la razza tedesca dai sub-umani era essenziale. Nel suo Mein Kampf (1925-1926) Hitler definì chiaramente le sue idee in merito e significativamente lo fece nel capitolo «Lo Stato», dedicato alla visione nazionalsocialista di come una nazione moderna avrebbe dovuto «gestire» il problema:« Chi non è sano e degno di corpo e di spirito, non ha diritto di perpetuare le sue sofferenze nel corpo del suo bambino. Qui, lo Stato nazionale deve fornire un enorme lavoro educativo, che un giorno apparirà quale un'opera grandiosa, più grandiosa delle più vittoriose guerre della nostra epoca borghese. » In sintonia con questa visione di Stato il regime nazista implementò subito dopo l'ascesa al potere le prime politiche di igiene razziale. Il 14 luglio 1933 venne discussa dal parlamento tedesco la Gesetz zur Verhütung erbkranken Nachwuchses («Legge sulla prevenzione della nascita di persone affette da malattie ereditarie»). Poiché il 20 luglio era prevista la firma del Concordato con la Chiesa cattolica si ritenne più opportuno posticipare la promulgazione della legge al 25 luglio. Questa legge stabiliva la sterilizzazione forzata di persone affette da una serie di malattie ereditarie - o supposte tali - tra le quali schizofrenia, epilessia, cecità, sordità, corea di Huntington e deficienza mentale. Inoltre la legge prevedeva la sterilizzazione degli alcoolisti cronici. Una prima stima, effettuata dal Ministero degli Interni sulla base dei dati forniti dagli istituti medici calcolava in circa 410.000 il numero dei malati da sterilizzare; lo stesso Ministero, però, prevedeva un congruo aumento nel numero rispetto alla stima iniziale nel prosieguo del «programma». L'applicazione della legge venne affidata al ministero dell'Interno (retto da Wilhelm Frick) attraverso speciali Erbgesundheitsgerichten («Tribunali per la sanità ereditaria») formati da tre membri: due medici ed un giudice distrettuale. I Tribunali avevano il compito di esaminare i pazienti nelle case di cura, negli istituti psichiatrici, nelle scuole per disabili e nelle prigioni per stabilire coloro che dovevano essere sterilizzati e procedere successivamente all'operazione. I responsabili degli istituti visitati (medici, direttori, insegnanti, ecc.) avevano l'obbligo legale di riferire ai funzionari dei Tribunali, in palese violazione del codice deontologico, i nomi di coloro che rientravano nelle categorie da sottoporre a sterilizzazione. Nonostante le numerose proteste popolari ed i ricorsi fatti dai parenti dei pazienti si stima che tra il 1933 ed il 1939 siano state sterilizzate 200.000 - 350.000 persone. La legge venne utilizzata, in alcuni casi, a scopo punitivo ad esempio a danno di donne considerate colpevoli di prostituzione e, nonostante la mancanza di senso logico, vennero anche sterilizzate persone affette da disabilità non ereditarie. Martin Bormann, stretto collaboratore e successivamente segretario privato di Hitler, fece circolare una direttiva nella quale era specificato che in una diagnosi di debolezza mentale era necessario tener conto del comportamento politico e morale della persona esaminata, una chiara allusione alla possibilità di colpire i nemici del Partito attraverso il provvedimento e di soprassedere invece nel caso opposto. Esistono alcune evidenze che il programma volesse essere esteso alle persone affette da disabilità fisiche anche se tale idea venne espressa con cautela in quanto una delle principali figure del regime, Joseph Goebbels soffriva di un disturbo congenito al piede e lo stesso Philipp Bouhler zoppicava vistosamente a causa di una ferita alla gamba riportata nel corso della prima guerra mondiale. Dopo il 1937 le politiche di riarmo e la necessità sempre più massiccia di manodopera fecero in modo che molti potenziali pazienti risultassero «utili» ed esclusi dall'applicazione della legge con il risultato che il numero di sterilizzazioni diminuì. La maggior parte dei medici tedeschi non protestò contro l'applicazione della legge che, in sintonia con le idee del tempo, reputavano sostanzialmente corretta. È importante notare come le idee sulla sterilizzazione coatta non fossero proprie del movimento nazionalsocialista che pure le espresse nella sua forma più estrema. L'idea di sterilizzare coloro che soffrivano di disabilità ereditarie e di considerare ereditario un comportamento «asociale» era ampiamente accettato ed esistevano leggi di sterilizzazione coatta negli Stati Uniti, in Svezia, in Svizzera ed altri paesi. Tra il 1935 ed il 1976, ad esempio vennero sterilizzate in Svezia 62.000 persone. Anche la Chiesa cattolica, pur deplorando il provvedimento, si tenne in disparte limitandosi a chiedere che i medici cattolici fossero dispensati dall'applicazione della legge. Subito dopo il varo del programma di sterilizzazione coatta Hitler espresse il proprio favore all'uccisione dei malati incurabili, delle «vite indegne di vita». Il dottor Karl Brandt, medico personale del Führer, e Hans Lammers testimoniarono al termine del conflitto la volontà di Hitler di lanciare un programma di eugenetica già nel 1933 e la sua consapevolezza che tale progetto non sarebbe stato compreso dall'opinione pubblica tedesca. Nel 1935 disse a Gerhard Wagner, Reichsärzteführer («Capo dei medici del Reich»), che la questione non avrebbe potuto essere risolta in tempo di pace ed affermando che «questo problema potrà essere portato a termine senza intoppi e più facilmente in tempo di guerra» e ancora «in caso di guerra risolveremo radicalmente il problema degli istituti psichiatrici». Lo scoppio della guerra permise così ad Hitler di realizzare il progetto che accarezzava già da lungo tempo. La guerra addusse anche nuove giustificazioni all'idea di Hitler: i malati, anche se sterilizzati, continuavano a dover essere ricoverati in appositi istituti e, di conseguenza, ad occupare spazi e risorse che avrebbero potuto essere utilizzati per i soldati feriti e per gli sfollati delle città bombardate. Essi venivano alloggiati e nutriti a spese dello stato ed impegnavano parte importante del tempo dei medici e del personale infermieristico; tutto questo era stato a malapena tollerato dalla dirigenza nazionalsocialista durante gli anni di pace ma risultava assolutamente inconcepibile ora. Come si espresse Hermann Pfannmüller, fervente nazista ed uno dei medici coinvolti nell'Aktion T4, «è per me intollerabile l'idea che i migliori, il fiore della nostra gioventù, debbano perdere la vita al fronte perché i deboli di mente ed elementi sociali irresponsabili possano avere un'esistenza sicura negli istituti psichiatrici». Tra le operazioni compiute nel periodo prebellico in preparazione all'operazione di eugenetica vennero progressivamente chiuse le istituzioni medico-religiose, dalle quali ci si aspettava (a ragione) una forte resistenza all'uccisione dei pazienti. I pazienti vennero quindi trasferiti negli istituti medici statali andando a peggiorare le già precarie condizioni di sovraffollamento e aumentando le possibilità propagandistiche delle campagne a favore dell'eugenetica. Nel periodo 1933 - 1939 il Regime preparò l'opinione pubblica attraverso un oculato programma propagandistico. Le organizzazioni naziste prepararono opuscoli, poster e film dove si mostrava il costo di mantenimento degli istituti medici preposti alla cura dei malati incurabili e si affermava che il denaro risparmiato poteva essere speso con più profitto per il «progresso» del popolo tedesco «sano». Tra i numerosi cortometraggi prodotti in merito alla cosiddetta "eutanasia", vale la pena ricordarne tre: Das Erbe («L'eredità», 1935) - Un film didattico e dichiaratamente «scientifico» che rappresentava le implicazioni mediche e sociali delle tare ereditarie e che rappresentava l'idea nazista di darwinismo e di «sopravvivenza del più forte».
Opfer der Vergangenheit («Vittima del passato», 1937) - Il film metteva a confronto il popolo «sano» con scene tratte dalle corsie degli istituti psichiatrici popolate di esseri «deformi» e «degenerati» ed arrivando a concludere che tutto ciò era dovuto ad una violazione delle regole della selezione naturale alle quali si sarebbe dovuto porre rimedio ripristinandole con «metodi umani». La prima del film ebbe luogo a Berlino, introdotta dal leader dei medici del Reich, Wagner, e successivamente proiettato a lungo in 5300 cinematografi in tutta la Germania. Ich Klage an («Io accuso», 1941) - Prodotto (e girato con grande maestria) quando già il programma T4 era avviato dietro suggerimento di Karl Brandt, uno dei principali responsabili del progetto, per giustificare le misure intraprese e mettere a tacere le critiche che, nonostante il lavoro propagandistico fatto, erano ancora numerose. Il film era basato sul romanzo Sendung und Gewissen («Missione e coscienza») del medico (e scrittore) Helmut Hunger, altro elemento chiave dell'Aktion T4. Mentre i nazisti operavano le «uccisioni pietose» contro la volontà dei pazienti e dei parenti, il film mostra, distorcendo la realtà, un medico che uccide la moglie malata di sclerosi multipla che lo supplica di mettere termine alle sue sofferenze. Processato il medico viene assolto dalla giuria che si interroga circa la domanda fatta dallo stesso accusato: «Vorreste voi, se invalidi, continuare a vegetare per sempre?». Un ulteriore campo di intervento a favore dell'eugenetica fu rappresentato dalle scuole dove gli studenti si trovarono a risolvere problemi di questo tipo:
« Un malato di mente costa circa 4 marchi al giorno, un invalido 5,5 marchi, un delinquente 3,5 marchi. In molti casi un funzionario pubblico guadagna al giorno 4 marchi, un impiegato appena 3,5 marchi, un operaio [...] a) rappresenta graficamente queste cifre [...] »
La pressione sui giovani per accettare l'eugenetica si applicava anche attraverso la potente organizzazione Hitler-Jugend («Gioventù hitleriana») che raggruppava (l'iscrizione e la partecipazione alle attività svolte era obbligatoria) i tedeschi dai 10 ai 18 anni di età. In un manuale formativo ad uso dei leader della Gioventù hitleriana nel capitolo «Genetica ed Igiene razziale» si poteva leggere: « La maggior parte di coloro con malattie e deficienze genetiche sono completamente incapaci di sopravvivere da soli. Non possono badare a se stessi ma devono essere presi in cura dalle istituzioni. Ciò costa allo stato enormi somme ogni anno. Il costo di cura per una persona geneticamente malata è otto volte superiore rispetto a quello di una persona normale. Un bambino che è un idiota costa quanto quattro o cinque bambini [sani]. Il costo per otto anni di istruzione normale è di circa 1000 marchi. L'istruzione di un bambino sordo costa circa 20.000 marchi. In tutto il Reich tedesco spende circa 1.2 miliardi di marchi ogni anno per la cura ed il trattamento [medico] di cittadini con malattie genetiche. » Un altro esempio è tratto da una pubblicazione orientativa intitolata Du und dein Volk («Tu ed il tuo popolo») che veniva distribuita agli studenti al termine del ciclo scolastico obbligatorio - al raggiungimento del quattordicesimo anno d'età. Significativamente, anche in questo caso, il paragrafo riportato che tratta della legge sulla sterilizzazione si trova nel capitolo relativo ai rapporti tra individuo e Stato ed è inserito subito dopo «Il problema ebraico» e seguito da «La grande importanza del tasso di natalità». Si ripete anche qui lo schema classico nazionalsocialista di «eliminazione» dei «geni negativi» (ebrei, disabili, ammalati, asociali) e la «riproduzione» di quelli «positivi» (e vincenti nel processo di selezione naturale). « Ovunque la natura sia lasciata a se stessa quelle creature che non possono competere con i loro vicini più forti sono eliminate dal flusso della vita. Nella battaglia per l'esistenza questi individui vengono distrutti e non si riproducono. Questo [processo] si chiama selezione naturale. I selezionatori di animali e piante che vogliono [ottenere] particolari caratteristiche eliminano sistematicamente quegli [elementi che dispongono di] tratti indesiderati e «procreano» [solo] quelle creature con i geni voluti. La «procreazione» è selezione artificiale. Nel caso degli esseri umani il completo rifiuto della selezione ha condotto a risultati indesiderati ed inaspettati. Un esempio particolarmente chiaro è l'incremento delle malattie genetiche. In Germania nel 1930 esistevano circa 150.000 persone [internate] in istituti psichiatrici e 70.000 criminali [rinchiusi] in prigioni e carceri. Essi rappresentavano comunque solo una piccola parte del numero reale degli handicappati. Il loro numero totale è stimato in oltre mezzo milione. Questo richiede enormi spese da parte della società: 4 RM [ndt: Reichsmark] giornalieri per un malato di mente, 3,50 RM per un criminale, 5-6 RM per un invalido oppure un sordo. Di contro un lavoratore non qualificato guadagna 2,50 RM al giorno, un impiegato 3,50 RM ed un impiegato statale di basso livello 4 RM (il Ministro [ndt: degli Interni] del Reich Dr. Frick ha fornito queste stime nel 1933). Precedentemente [prima, cioè, dell'avvio del programma di sterilizzazione coatta] gli affetti da questi handicap, se non rinchiusi [in apposite] istituzioni erano liberi di riprodursi ed in particolare nel caso di ubriaconi ed handicappati mentali il numero dei figli era spesso molto elevato. Una singola alcoolista nata nel 1810 aveva 890 discendenti nel 1839 [ndt: errore tipografico nell'originale, probabilmente nel 1929]. La metà era mentalmente ritardata, 181 erano prostitute, 142 mendicanti, 76 gravi criminali, 7 assassini, 40 risiedevano in case per poveri. La donna è costata complessivamente allo stato 5 milioni di marchi che hanno dovuto essere pagati da persone sane e di valore. Essa ha aumentato le tasse e ridotto le opportunità per gli altri. [...] » L'uccisione di bambini (1938-1941)
Verso la fine del 1938 la Cancelleria del Führer ricevette una richiesta da parte della famiglia di un bambino di nome Knauer affetto da gravi malformazioni fisiche e definito «idiota» affinché Hitler desse il suo assenso per un'«uccisione pietosa». Hitler inviò il suo medico personale Brandt presso la clinica dell'università di Lipsia per verificare con i medici che avevano in cura il bambino se realmente egli fosse un caso disperato ed, in questo caso, autorizzarne l'uccisione - cosa che avvenne. In seguito al «caso Knauer» Hitler autorizzò la creazione della Reichsausschuß zur wissenschaftlichen Erfassung erb- und anlagebedingter schwerer Leiden («Comitato del Reich per il rilevamento scientifico di malattie ereditarie e congenite gravi») e ne pose a capo Brandt. La Commissione era diretta da Hans Hefelmann e dipendeva direttamente da Viktor Brack; entrambi facevano parte della Cancelleria privata del Führer che diresse il programma in collaborazione con il Dipartimento di Sanità del Ministero degli Interni. Hitler autorizzò nel contempo Brandt e Bouhler (capo della Cancelleria privata del Führer) a procedere con l'eutanasia in casi simili a quello che si era presentato.
L'elemento volontario presente nel «caso Knauer» scomparve rapidamente; entro l'agosto 1939 il Ministero degli Interni ordinò che i dottori e le ostetriche che lavoravano negli ospedali tedeschi riferissero tutti i casi di bambini nati con gravi malformazioni, ufficialmente per creare un «archivio scientifico» ma con il chiaro intento di operare le necessarie «uccisioni pietose». Dovevano essere segnalati «tutti i bambini di età inferiore ai tre anni nei quali sia sospetta una delle seguenti gravi malattie ereditarie: idiozia e sindrome di Down (specialmente se associato a cecità o sordità); macrocefalia; idrocefalia; malformazioni di ogni genere specialmente agli arti, la testa e la colonna vertebrale; inoltre le paralisi, incluse le condizioni spastiche». Le segnalazioni venivano valutate da una speciale commissione composta da tre membri che dovevano raggiungere l'unanimità prima di procedere all'uccisione. Nello svolgimento del programma Aktion T4 si utilizzarono numerosi metodi di dissimulazione - molti genitori, soprattutto dell'area cattolica, erano, per ovvi motivi, contrari. I genitori venivano informati che i loro figli sarebbero stati portati in «sezioni speciali» di centri pediatrici dove avrebbero potuto ricevere migliori ed innovative cure. I bambini inviati presso questi centri venivano tenuti «in osservazione» per alcune settimane e poi uccisi con iniezioni letali; i certificati di morte riportavano come causa del decesso «polmonite». Normalmente venivano effettuate autopsie ed erano asportate alcune parti del cervello a scopo di «ricerca scientifica». Questa operazione sembrava tacitare le coscienze di molti dei medici coinvolti nel programma perché dava loro l'impressione che i bambini non fossero morti invano e che il programma avesse reali scopi medici. Dopo lo scoppio della guerra nel settembre 1939 il programma perse l'iniziale «scientificità» e i controlli della commissione esaminatrice centrale divennero più blandi; nel contempo esso venne esteso fino ad includere bambini più vecchi di tre anni (come inizialmente definito) ed adolescenti. Nelle parole di Lifton il programma venne esteso fino a coprire «vari casi borderline o deficit limitati, fino all'uccisione di ragazzi designati come delinquenti giovanili. I bambini ebrei poterono essere inclusi primariamente per il fatto di essere ebrei; e in un istituto fu costituito un dipartimento speciale per "minorenni di sangue misto (Mischlinge) ebraico-ariani"». Nel contempo venne aumentata la pressione sui genitori per la consegna dei bambini. Molti di loro sospettavano cosa stava accadendo realmente, specialmente dopo che le istituzioni per bambini disabili iniziarono ad essere sistematicamente chiuse, e si rifiutarono di consegnare i loro figli alle autorità. Queste ultime minacciavano di togliere la custodia legale di tutti i figli (inclusi quelli non disabili) ai genitori nel caso non si fossero adattati. Nel caso la famiglia persistesse nel suo atteggiamento i genitori venivano minacciati di essere richiamati per «uno speciale incarico di lavoro». Quando l'intero Programma T4 venne sospeso nel 1941 a seguito delle numerose proteste, erano stati uccisi un totale di circa 5000 bambini. La sospensione ufficiale non fu però reale e subentrò una nuova fase definita di «eutanasia selvaggia» che proseguì fino al termine del conflitto e contribuì ad aumentare notevolmente il numero delle vittime.L'ultima uccisione di un bambino riconducibile all'Aktion T4 voluto da Hitler venne effettuata il 29 maggio 1945 presso l'istituto statale di Kaufbeuren-Irsee in Baviera, tre settimane dopo il termine del secondo conflitto mondiale. Brandt e Bouhler si mossero rapidamente per approntare i piani che avrebbero esteso il programma anche alla popolazione adulta. Nel luglio 1939 essi convocarono un incontro al quale partecipò il dottor Leonardo Conti, Reichsgesundheitsführer («Leader della Salute del Reich») e segretario di stato alla Sanità presso il Ministero degli Interni e il professor Werner Heyde, capo del servizio medico delle SS. Tema dell'incontro fu la creazione di un registro nazionale di tutte le persone ospedalizzate affette da malattie mentali e disabilità fisiche. I primi adulti disabili uccisi dal regime nazista non furono però tedeschi bensì polacchi, quando gli uomini dell'Einsatzkommando 16 «ripulirono» gli ospedali e gli istituti psichiatrici del Reichsgau Wartheland, una regione della Polonia occidentale che i tedeschi, dopo l'invasione, avevano deciso di inglobare direttamente nel Reich. Nell'area di Danzica vennero uccisi circa 7.000 pazienti di diversi istituti mentre altri 10.000 subirono lo stesso destino nella zona di Gdynia. Simili misure vennero attuate anche in altre zone della Polonia destinate all'incorporazione diretta nel Reich. A Posen migliaia di pazienti vennero uccisi col monossido di carbonio in una camera a gas improvvisata sviluppata da Albert Widmann, capo del reparto chimico della Kriminalpolizei («Polizia criminale» tedesca). Nel dicembre 1939 il capo delle SS Heinrich Himmler assistette ad una di queste gassazioni accertando che questa invenzione avrebbe potuto essere utilizzata proficuamente in seguito. L'idea di uccidere gli «inutili» pazienti mentalmente disabili si propagò rapidamente dalla Polonia occupata alle contigue aree della stessa Germania, probabilmente perché le autorità tedesche di queste aree già conoscevano bene quello che si stava verificando in Polonia. Inoltre i soldati tedeschi feriti nel corso della campagna polacca venivano evacuati presso queste aree di confine e necessitavano di spazio all'interno degli ospedali. Il Gauleiter di Pomerania, Franz Schwede-Coburg, inviò 1400 pazienti provenienti da cinque ospedali pomerani in Polonia dove vennero uccisi. Il Gauleiter della Prussia orientale, Erich Koch fece lo stesso con 1600 ammalati; in totale circa 8.000 pazienti tedeschi vennero uccisi in questa prima ondata di uccisioni. Tutto ciò avvenne su iniziativa delle autorità locali anche se certamente Himmler ne conosceva ed approvò l'esecuzione. Ufficialmente il programma di uccisione di adulti con disabilità mentali e fisiche prese avvio con una lettera che Hitler indirizzò a Bouhler e Brandt nell'ottobre 1939:
« Al capo [della Cancelleria] del Reich Bouhler e al dottor Brandt viene affidata la responsabilità di espandere l'autorità dei medici, che devono essere designati per nome, perché ai pazienti considerati incurabili secondo il miglior giudizio umano disponibile del loro stato di salute possa essere concessa una morte pietosa.» La lettera venne retrodatata al 1° settembre 1939, per provvedere la necessaria copertura «legale» alle uccisioni già effettuate e per creare una più stretta correlazione tra il Programma T4 e lo scoppio del conflitto, facendo pensare che l'intero progetto fosse una razionale «necessità» di guerra. La lettera, che rappresentò l'unica base legale del programma, non fu un «decreto del Führer» formale che nella Germania nazionalsocialista avrebbe avuto a tutti gli effetti il valore di legge. Per questo motivo Hitler scavalcò deliberatamente, almeno in parte, Conti, segretario di stato alla Sanità, ed il suo dipartimento che egli considerava non abbastanza legati alla spietata visione biomedica nazionalsocialista e che avrebbero potuto sollevare domande scomode circa la legalità del programma e preferì affidarlo direttamente a Bouhler e Brandt - entrambi strettamente legati alla sua persona. Il programma venne amministrato dallo staff di Viktor Brack, capo dell'Amt 2 («Ufficio 2») della Cancelleria del Führer, che aveva sede in Tiergartenstrasse al numero 4. La supervisione era di Bouhler (del quale Brack era diretto subordinato) e Brandt. Altre figure coinvolte nel programma furono il dottor Herbert Linden, già coinvolto nell'eugenetica infantile, e il dottor Ernst-Robert Grawitz, comandante medico delle SS. Questo vertice organizzativo definì i nomi dei medici che avrebbero dovuto portare a termine la parte «operativa» del programma. Essi vennero scelti in base all'affidabilità politica, alla reputazione professionale e alle «simpatie» dimostrate nei confronti delle pratiche eugeniche più radicali. Tra i medici selezionati figuravano alcuni che avevano già dimostrato la loro solerzia nelle uccisioni di bambini come Unger, Heinze ed il dottor Hermann Pfannmüller. A questi vennero affiancati nuovi medici, per la maggior parte psichiatri, come il professor Werner Heyde di Würzburg, il professor Carl Schneider di Heidelberg, il professor Max de Crinis di Berlino e Paul Nitsche dell'istituzione statale di Sonnenstein. La direzione operativa venne affidata ad Heyde che fu sostituito successivamente da Nitsche. All'inizio dell'ottobre 1939 tutti gli ospedali, case d'infanzia, case di riposo per anziani e sanatori ebbero l'obbligo di riportare su di un apposito modulo tutti i pazienti istituzionalizzati da cinque o più anni, i «pazzi criminali», i «non-ariani» e coloro ai quali era stata diagnosticata una qualsiasi malattia riportata in un'apposita lista. Questa lista comprendeva schizofrenia, epilessia, corea di Huntington, gravi forme di sifilide, demenza senile, paralisi, encefalite e, in generale, «condizioni neurologiche terminali». Alcuni medici ed amministratori interpretarono la richiesta credendo che lo scopo fosse identificare i pazienti abili al servizio di lavoro e sovrastimarono appositamente, con fatali conseguenze, le malattie dei loro pazienti cercando così di proteggerli. Nel caso gli ospedali rifiutassero di collaborare appositi team di medici (o più spesso studenti di medicina) più compiacenti verso il nazionalsocialismo visitavano gli stessi e compilavano i moduli cercando di gettare la luce più sfavorevole sui pazienti. Allo stesso modo tutti i pazienti di origine ebraica, anche coloro che non rientravano nei «casi» previsti per la soppressione, vennero cacciati dalle case di cura e uccisi nel corso del 1940.
Come nel caso del programma di eugenetica per bambini, i moduli degli adulti erano esaminati da una speciale commissione che operava negli uffici della Tiergartenstrasse. Gli esperti dell'ufficio dovevano valutare i casi solo in base alle informazioni riportate sul modulo, tralasciando quindi la storia clinica dei pazienti e l'esaminazione diretta degli stessi. Spesso essi si trovarono «oberati» di migliaia di richieste da esaminare in tempi brevissimi. Su ogni rapporto il medico esaminatore metteva il simbolo «+» (morte) o il simbolo «-» (vita) oppure occasionalmente «?» quando non era in grado di decidere. Dopo che ogni questionario era stato esaminato indipendentemente da tre esperti, nel caso fossero risultati tre simboli +, il paziente veniva ucciso. Inizialmente i pazienti vennero uccisi, come già accadeva nel programma per i bambini, con iniezioni letali. Il metodo era però lento ed inefficace e con il proseguio della guerra, quando i farmaci utilizzati nelle iniezioni divennero sempre più scarsi, divenne chiaro che sarebbe stato necessario trovare un nuovo metodo. Hitler stesso, basandosi sul consiglio del professor Heyde, propose a Brandt l'utilizzo di monossido di carbonio, dopo che una serie di esperimenti effettuati nel gennaio 1940 a Brandeburgo con diversi tipi di iniezioni letali raffrontate con l'impiego del gas avevano dimostrato la superiore efficienza di quest'ultimo. L'uccisione mediante monossido di carbonio puro - veniva cioè prodotto industrialmente a differenza di quello che accadde successivamente in alcuni campi di sterminio dove era invece prodotto dai fumi di scarico di grossi motori - in apposite camere a gas venne presto estesa a tutti i sei centri dell'Aktion T4, quasi tutti ex ospedali o case di cura convertite. Oltre che per l'uccisione dei pazienti questi centri vennero utilizzati anche per l'eliminazione degli internati dei campi di concentramento ammalati e ormai non più in grado di lavorare per il Reich. L'operazione di eliminazione degli internati prese il nome di Aktion 14f13. I pazienti selezionati venivano prelevati dagli istituti di cura da appositi autobus guidati da personale delle SS che indossava camici bianchi per dare una falsa impressione di sicurezza. Per impedire ai parenti delle vittime ed ai medici che li avevano in cura di poterli rintracciare in seguito, i pazienti venivano inizialmente trasportati in «centri» di transito, situati presso i grandi ospedali tedeschi in prossimità della reale destinazione, dove venivano posti sotto «osservazione» per un breve periodo prima di essere ulteriormente trasferiti presso uno dei centri del Programma per subire il «trattamento speciale». Il termine «trattamento speciale» (in lingua tedesca Sonderbehandlung), ereditato dal Programma T4, venne in seguito utilizzato anche come eufemismo per definire lo sterminio durante l'olocausto. I parenti che eventualmente avessero voluto visitare i loro congiunti nei centri venivano scoraggiati da lettere che spiegavano l'impossibilità di esaudire il loro desiderio in base ad appositi regolamenti promulgati a causa della guerra. Molti dei pazienti, d'altronde, venivano uccisi nel giro di 24 ore dall'arrivo ed i loro corpi immediatamente cremati. Grande cura veniva posta per produrre un certificato di morte per ogni vittima, dove la causa di morte fosse verosimile, da inviare insieme alle ceneri ai parenti. La creazione delle centinaia di certificati di morte - e la cura posta nel renderli il più realistici possibili - occupava infatti buona parte della giornata dei medici coinvolti nel Programma. Nel corso del 1940 presso ognuno dei centri di Brandeburgo, Grafeneck e Hartheim vennero uccise circa 10.000 persone ed altre 6.000 lo furono a Sonnenstein, per un totale di circa 35.000 vittime nell'anno. Verso la fine dell'anno le «operazioni» a Brandeburgo e Grafeneck rallentarono vistosamente, fino al quasi completo blocco, a causa delle crescenti proteste popolari nei confronti del programma eugenetico. Nel corso del 1941 Bernberg e Sonnenstein incrementarono la loro attività mentre Hartheim, comandato prima da Christian Wirth poi da Franz Stangl - entrambi, in seguito, uomini chiave dei campi di sterminio nell'Est - proseguì come prima. Prima che nell'agosto 1941 il programma venisse ufficialmente fermato si stimano circa altre 35.000 vittime per un totale complessivo di circa 70.000. La sospensione ufficiale del programma non venne applicata agli internati dei campi di concentramento dell'Aktion 14f13 e si stima che entro il termine del conflitto siano stati circa 20.000 a subire il «trattamento». Hitler ed il suo staff furono sempre consapevoli che il progetto sarebbe stato impopolare in Germania, a causa della radicalità espressa da questa politica biomedica. Hitler evitò sempre di mettere per iscritto ordini riguardanti politiche che in seguito avrebbero potuto essere considerati crimini contro l'umanità, e da questo punto di vista la lettera scritta dell'ottobre 1939 per Bouhler e Brandt rappresentò un'eccezione. La lettera venne però apparentemente utilizzata per sopraffare l'opposizione della burocrazia statale tedesca - essa venne mostrata, per ottenerne la cooperazione, al ministro della Giustizia Franz Gürtner nell'agosto 1940. Hitler affermò a Bouhler che «la Cancelleria del Führer non dovrà in caso essere vista [come] attiva in quest'ambito». Si temeva per le proteste dell'opinione pubblica dell'area cattolica che dopo l'annessione di Austria e Sudeti rappresentava circa la metà della popolazione tedesca. Un rapporto confidenziale dell'SD dall'Austria del marzo 1940 ammoniva che il programma di uccisioni avrebbe dovuto essere effettuato in segreto «per evitare una forte reazione negativa nell'opinione pubblica durante la guerra». Il programma incontrò anche l'opposizione della burocrazia statale. Un giudice distrettuale, Lothar Kreyssig scrisse al ministro della Giustiza Gürtner protestando che il Programma T4 era giuridicamente illegale visto che nessuna legge o decreto formale di Hitler lo autorizzava. Gürtner rispose «se lei non può riconoscere la volontà del Führer come origine di legge allora non può rimanere giudice» e lo licenziò. Nel gennaio 1939 in vista dell'avvio del Programma, Viktor Brack commissionò uno studio al dottor Joseph Mayer, professore di Teologia morale all'Università di Paderborn, riguardo alla reazione delle Chiese nel caso fosse stato avviato un programma di eugenetica sovvenzionato dallo Stato. Mayer - convinto sostenitore dell'eugenetica - rispose che le Chiese non avrebbero reagito nel caso il programma fosse stato percepito come nell'interesse dello Stato. Brack mostrò a luglio il documento ad Hitler, aumentando la sua fiducia sul fatto che il progetto sarebbe stato accettato dall'opinione pubblica tedesca. Questo non si verificò e il Programma T4 fu uno dei pochi varati dal regime nazista a causare proteste pubbliche su larga scala. Una volta avviato il T4 fu impossibile mantenere il segreto a causa delle centinaia di medici, infermiere e coordinatori coinvolti; d'altra parte la maggioranza dei pazienti destinati alla morte aveva parenti attivamente interessati circa il loro benessere. Malgrado i rigorosi ordini di segretezza impartiti a tutti i livelli, qualcuno che lavorava nei centri di attuazione del Programma parlò di quello che avveniva all'interno di queste strutture. In alcuni casi le famiglie capirono leggendo i certificati di morte palesemente falsi - ad esempio venne indicata come causa di morte «appendicite» in un paziente che era già stato operato e che non l'aveva più. In altri casi tutte le famiglie dello stesso paese ricevevano contemporaneamente il certificato di morte del loro caro. Nelle città vicine ai centri tutti potevano vedere gli autobus arrivare, vedevano fumare i camini dei crematori e trarre le debite conseguenze. Nei pressi di Hadamar cenere contenente resti di capelli umani fluttuava nell'aria della città. Nel maggio 1941 la corte distrettuale di Francoforte scrisse a Gürtner descrivendo che ad Hadamar i bambini, al passaggio degli autobus carichi di pazienti, gridavano per le strade che le persone che trasportavano stavano per essere gassate.
Nel corso del 1940 si sparsero le voci di ciò che stava succedendo e molti tedeschi dimisero i loro parenti dagli istituti psichiatrici e dai sanatori per curarli a casa, spesso a fronte di grosse spese e sacrifici. In alcuni casi i medici e gli psichiatri cooperarono con le famiglie per dimettere i pazienti oppure, nel caso le famiglie potessero permetterselo, li trasferirono presso cliniche private ove il Programma T4 non aveva giurisdizione - esso infatti si applicava solo ad istituzioni statali. È importante notare come il Programma T4 abbia avuto effetto principalmente su famiglie della classe operaia in quanto quelle benestanti potevano permettersi di ricoverare i loro cari in istituzioni private. Alcuni medici acconsentirono a rediagnosticare i loro pazienti in modo che essi non rientrassero più nei parametri per la selezione T4 anche se ciò li esponeva al rischio di ispezioni da parte di zelanti funzionari del Partito. A Kiel il professor Hans Gerhard Creutzfeldt - scopritore della malattia di Creutzfeldt-Jakob - riuscì a salvare praticamente tutti i suoi pazienti. La maggior parte dei medici collaborò comunque con l'Aktion T4, in parte per ignoranza circa i veri scopi che esso si prefiggeva ed in parte per convinzione nei confronti delle politiche eugenetiche nazionalsocialiste. Nel corso del 1940 iniziarono a giungere lettere di protesta alla Cancelleria del Reich ed al Ministero della Giustizia, alcune delle quali firmate da membri dello NSDAP. La prima aperta protesta contro lo svuotamento degli istituti psichiatrici ebbe luogo ad Absberg in Franconia nel febbraio 1941 e venne presto seguita da altre. Il rapporto dell'SD sugli incidenti di Absberg diceva: «il trasferimento di persone dall'Istituto di Ottilien ha causato molto malcontento» e descriveva grandi masse di cittadini (per la maggior parte cattolici), inclusi membri del Partito, che protestavano. L'opposizione alle politiche T4 si acuì dopo l'invasione tedesca dell'Unione Sovietica del giugno 1941, perché la campagna in corso provocò per la prima volta un elevato numero di perdite e gli ospedali ed istituti si riempirono per la prima volta di numerosi giovani soldati tedeschi gravemente disabili e mutilati. Iniziarono allora a circolare delle voci secondo le quali anche questi uomini sarebbero stati sottoposti ad «eutanasia», anche se in effetti tale eventualità non venne mai presa in considerazione dalle autorità. Nel corso del 1940 e del 1941 alcuni pastori protestanti presero posizione, seppur non pubbicamente, contro il Programma. Theophil Wurm, pastore luterano del Württemberg scrisse una dura lettera al ministro degli Interni Frick nel marzo 1940. Altre proteste si sollevarono dal teologo luterano Friedrich von Bodelschwingh direttore dell'Anstalt Bethel (una clinica per epilettici sita a Bielefeld) e da Paul-Gerhard Braune direttore della clinica Hoffnungstal di Berlino. Entrambi utilizzarono le loro connessioni con il Partito per negoziare l'esclusione delle loro istituzioni dal Programma T4: Bodelschwingh trattò direttamente con Brandt ed indirettamente con Hermann Göring, il cugino del quale era un famoso psichiatra. Braune ebbe degli incontri con il ministro della Giustizia Gürtner, sempre scettico sulla legalità del programma, e successivamente scrisse una veemente lettera di protesta indirizzata ad Hitler. Hitler non lesse la lettera ma ne venne informato da Lammers che rispose anche a Braune che il programma non poteva essere fermato. In generale, però, la chiesa Protestante, in larga parte coinvolta con il Regime, non era troppo disposta a criticare le scelte dei nazisti. La Chiesa cattolica, che fin dal 1933 aveva cercato di evitare confronti diretti con il Partito nella speranza di preservare le sue istituzioni principali, divenne sempre più ostile mentre aumentavano le prove dell'uccisione di pazienti disabili nelle cliniche. Il cardinale di Monaco di Baviera Michael von Faulhaber scrisse una lettera privata al governo protestando contro l'applicazione del Programma T4. Il 26 giugno 1941 la Chiesa ruppe il silenzio preparando una lettera pastorale ad opera dei vescovi tedeschi (riuniti a Fulda) che venne letta in tutte le chiese il 6 luglio 1941 e con ciò incoraggiò i cattolici ad aumentare la protesta contro il programma. La lettera dichiarava, tra l'altro: « Secondo la dottrina cattolica esistono senza dubbio comandamenti che non sono vincolanti quando l'obbedienza ad essi richiede un sacrificio troppo grande, ma esistono sacri obblighi di coscienza dai quali nessuno ci può liberare e a cui dobbiamo adempiere anche a prezzo della morte stessa. In nessuna occasione e in qualsiasi circostanza un uomo può - eccetto in guerra e per legittima difesa - prendere la vita di una persona innocente. » Poche settimane dopo la lettura della lettera pastorale, il 3 agosto 1941 il vescovo cattolico di Münster in Vestfalia, Clemens August Graf von Galen denunciò nel corso di un sermone il programma T4 e ne inviò il testo ad Hitler chiamando «il Führer a difendere il popolo contro la Gestapo». Alcuni passaggi del testo:
« Si dice, di questi pazienti: sono come una macchina vecchia che non funziona più, come un cavallo vecchio che è paralizzato senza speranza, come una mucca che non dá più latte. Che cosa dobbiamo fare di una macchina di questo genere? La mandiamo in demolizione. Che cosa dobbiamo fare di un cavallo paralizzato? No, non voglio spingere il paragone all'estremo... Qui non stiamo parlando di una macchina, di un cavallo, né di una mucca... No, stiamo parlando di uomini e donne, nostri compatrioti, nostri fratelli e sorelle. Povere persone improduttive, se volete, ma ciò significa forse che abbiano perduto il diritto di vivere? Noi vogliamo sottrarre noi stessi ed i nostri fedeli alla loro influenza [ndt: delle autorità naziste coinvolte nel programma], per non essere contaminati dal loro pensiero e dal loro empio comportamento, e non dover poi condividere con loro la punizione che un Dio giusto dovrebbe infliggere ed infliggerà a tutti coloro che - come l'ingrata Gerusalemme - non vogliono ciò che vuole Dio! »
Il sermone di von Galen estendeva il suo attacco anche alla persecuzione nazista a danno degli ordini religiosi e all'esproprio e alla chiusura delle istituzioni cattoliche. Egli attribuì i pesanti bombardamenti alleati delle città della Westfalia alla volontà di Dio di punire la Germania che aveva infranto le leggi divine. Le dichiarazioni di von Galen non vennero riprese dalla stampa, completamente asservita al Regime, ma ebbero ampia diffusione attraverso volantini stampati illegalmente e distribuiti alla popolazione. La Royal Air Force britannica giunse a lanciare volantini con la copia del sermone sulle truppe tedesche. Lo storico Robert Lifton dice: «Il sermone ebbe probabilmente un impatto molto maggiore di quello di ogni altra presa di posizione nel consolidare un sentimento avverso al programma di "eutanasia" [...]».
Le autorità nazionalsocialiste locali richiesero l'arresto (Martin Bormann, segretario del Führer, arrivò a chiederne la morte) di von Galen ma Hitler fu convinto da Goebbels a soprassedere temporaneamente per motivi di opportunità politica e preferì rimandare al termine del conflitto la «resa dei conti» con il Vescovo. Goebbels temeva che l'arresto di von Galen avrebbe potuto influire sulle prestazioni dei soldati di fede cattolica impegnati in quel periodo nella prima fase dell'invasione dell'Unione Sovietica e, ulteriormente, una possibile sollevazione popolare in Westfalia, già duramente provata dai bombardamenti. Nel mese di agosto la protesta contro il Programma T4 dilagò in Baviera. Gitta Sereny riporta che Hitler stesso venne affrontato da una folla arrabbiata nei pressi di Hof - l'unica volta che egli venne pubblicamente affrontato nel corso dei dodici anni di dominio incontrastato. Nonostante la rabbia che mostrò in privato Hitler non poteva permettersi un confronto con la Chiesa nel momento che la Germania era impegnata in una lotta mortale su due fronti. Il 24 agosto 1941 Hitler ordinò la sospensione del Programma T4 e diede inoltre precisi ordini ai Gauleiter di evitare ulteriori provocazioni a danno del clero per la durata del conflitto. Il personale impiegato per realizzare il programma, grazie alle «esperienze» accumulate nell'uccisione tramite gas, venne dopo poco utilizzato per realizzare la «soluzione finale della questione ebraica»; molti di loro raggiunsero posizioni di comando all'interno dei campi di concentramento e sterminio. Ma l'Aktion T4 non si fermò mai completamente; nonostante la sospensione ufficiale l'uccisione dei disabili (adulti e bambini) proseguì, seppur in maniera meno sistematica, fino al termine del conflitto. Le uccisioni proseguirono su iniziativa dei singoli medici e delle autorità locali, attraverso iniezioni letali e morte per fame. Kershaw stima che il programma T4 causò 75.000 - 100.000 vittime entro il dicembre 1941 alle quali devono essere sommate altre diecine di migliaia di internati dei campi di concentramento uccisi in seguito all'Aktion 14F13. Molte altre persone giudicate incapaci di lavorare e disabili vennero uccise in Germania tra il 1942 ed il 1945. Hartheim, ad esempio, continuò ad essere utilizzato come centro di uccisioni fino al 1945. Wikipedia
dipinto di WattsL'elemento volontario presente nel «caso Knauer» scomparve rapidamente; entro l'agosto 1939 il Ministero degli Interni ordinò che i dottori e le ostetriche che lavoravano negli ospedali tedeschi riferissero tutti i casi di bambini nati con gravi malformazioni, ufficialmente per creare un «archivio scientifico» ma con il chiaro intento di operare le necessarie «uccisioni pietose». Dovevano essere segnalati «tutti i bambini di età inferiore ai tre anni nei quali sia sospetta una delle seguenti gravi malattie ereditarie: idiozia e sindrome di Down (specialmente se associato a cecità o sordità); macrocefalia; idrocefalia; malformazioni di ogni genere specialmente agli arti, la testa e la colonna vertebrale; inoltre le paralisi, incluse le condizioni spastiche». Le segnalazioni venivano valutate da una speciale commissione composta da tre membri che dovevano raggiungere l'unanimità prima di procedere all'uccisione. Nello svolgimento del programma Aktion T4 si utilizzarono numerosi metodi di dissimulazione - molti genitori, soprattutto dell'area cattolica, erano, per ovvi motivi, contrari. I genitori venivano informati che i loro figli sarebbero stati portati in «sezioni speciali» di centri pediatrici dove avrebbero potuto ricevere migliori ed innovative cure. I bambini inviati presso questi centri venivano tenuti «in osservazione» per alcune settimane e poi uccisi con iniezioni letali; i certificati di morte riportavano come causa del decesso «polmonite». Normalmente venivano effettuate autopsie ed erano asportate alcune parti del cervello a scopo di «ricerca scientifica». Questa operazione sembrava tacitare le coscienze di molti dei medici coinvolti nel programma perché dava loro l'impressione che i bambini non fossero morti invano e che il programma avesse reali scopi medici. Dopo lo scoppio della guerra nel settembre 1939 il programma perse l'iniziale «scientificità» e i controlli della commissione esaminatrice centrale divennero più blandi; nel contempo esso venne esteso fino ad includere bambini più vecchi di tre anni (come inizialmente definito) ed adolescenti. Nelle parole di Lifton il programma venne esteso fino a coprire «vari casi borderline o deficit limitati, fino all'uccisione di ragazzi designati come delinquenti giovanili. I bambini ebrei poterono essere inclusi primariamente per il fatto di essere ebrei; e in un istituto fu costituito un dipartimento speciale per "minorenni di sangue misto (Mischlinge) ebraico-ariani"». Nel contempo venne aumentata la pressione sui genitori per la consegna dei bambini. Molti di loro sospettavano cosa stava accadendo realmente, specialmente dopo che le istituzioni per bambini disabili iniziarono ad essere sistematicamente chiuse, e si rifiutarono di consegnare i loro figli alle autorità. Queste ultime minacciavano di togliere la custodia legale di tutti i figli (inclusi quelli non disabili) ai genitori nel caso non si fossero adattati. Nel caso la famiglia persistesse nel suo atteggiamento i genitori venivano minacciati di essere richiamati per «uno speciale incarico di lavoro». Quando l'intero Programma T4 venne sospeso nel 1941 a seguito delle numerose proteste, erano stati uccisi un totale di circa 5000 bambini. La sospensione ufficiale non fu però reale e subentrò una nuova fase definita di «eutanasia selvaggia» che proseguì fino al termine del conflitto e contribuì ad aumentare notevolmente il numero delle vittime.L'ultima uccisione di un bambino riconducibile all'Aktion T4 voluto da Hitler venne effettuata il 29 maggio 1945 presso l'istituto statale di Kaufbeuren-Irsee in Baviera, tre settimane dopo il termine del secondo conflitto mondiale. Brandt e Bouhler si mossero rapidamente per approntare i piani che avrebbero esteso il programma anche alla popolazione adulta. Nel luglio 1939 essi convocarono un incontro al quale partecipò il dottor Leonardo Conti, Reichsgesundheitsführer («Leader della Salute del Reich») e segretario di stato alla Sanità presso il Ministero degli Interni e il professor Werner Heyde, capo del servizio medico delle SS. Tema dell'incontro fu la creazione di un registro nazionale di tutte le persone ospedalizzate affette da malattie mentali e disabilità fisiche. I primi adulti disabili uccisi dal regime nazista non furono però tedeschi bensì polacchi, quando gli uomini dell'Einsatzkommando 16 «ripulirono» gli ospedali e gli istituti psichiatrici del Reichsgau Wartheland, una regione della Polonia occidentale che i tedeschi, dopo l'invasione, avevano deciso di inglobare direttamente nel Reich. Nell'area di Danzica vennero uccisi circa 7.000 pazienti di diversi istituti mentre altri 10.000 subirono lo stesso destino nella zona di Gdynia. Simili misure vennero attuate anche in altre zone della Polonia destinate all'incorporazione diretta nel Reich. A Posen migliaia di pazienti vennero uccisi col monossido di carbonio in una camera a gas improvvisata sviluppata da Albert Widmann, capo del reparto chimico della Kriminalpolizei («Polizia criminale» tedesca). Nel dicembre 1939 il capo delle SS Heinrich Himmler assistette ad una di queste gassazioni accertando che questa invenzione avrebbe potuto essere utilizzata proficuamente in seguito. L'idea di uccidere gli «inutili» pazienti mentalmente disabili si propagò rapidamente dalla Polonia occupata alle contigue aree della stessa Germania, probabilmente perché le autorità tedesche di queste aree già conoscevano bene quello che si stava verificando in Polonia. Inoltre i soldati tedeschi feriti nel corso della campagna polacca venivano evacuati presso queste aree di confine e necessitavano di spazio all'interno degli ospedali. Il Gauleiter di Pomerania, Franz Schwede-Coburg, inviò 1400 pazienti provenienti da cinque ospedali pomerani in Polonia dove vennero uccisi. Il Gauleiter della Prussia orientale, Erich Koch fece lo stesso con 1600 ammalati; in totale circa 8.000 pazienti tedeschi vennero uccisi in questa prima ondata di uccisioni. Tutto ciò avvenne su iniziativa delle autorità locali anche se certamente Himmler ne conosceva ed approvò l'esecuzione. Ufficialmente il programma di uccisione di adulti con disabilità mentali e fisiche prese avvio con una lettera che Hitler indirizzò a Bouhler e Brandt nell'ottobre 1939:
« Al capo [della Cancelleria] del Reich Bouhler e al dottor Brandt viene affidata la responsabilità di espandere l'autorità dei medici, che devono essere designati per nome, perché ai pazienti considerati incurabili secondo il miglior giudizio umano disponibile del loro stato di salute possa essere concessa una morte pietosa.» La lettera venne retrodatata al 1° settembre 1939, per provvedere la necessaria copertura «legale» alle uccisioni già effettuate e per creare una più stretta correlazione tra il Programma T4 e lo scoppio del conflitto, facendo pensare che l'intero progetto fosse una razionale «necessità» di guerra. La lettera, che rappresentò l'unica base legale del programma, non fu un «decreto del Führer» formale che nella Germania nazionalsocialista avrebbe avuto a tutti gli effetti il valore di legge. Per questo motivo Hitler scavalcò deliberatamente, almeno in parte, Conti, segretario di stato alla Sanità, ed il suo dipartimento che egli considerava non abbastanza legati alla spietata visione biomedica nazionalsocialista e che avrebbero potuto sollevare domande scomode circa la legalità del programma e preferì affidarlo direttamente a Bouhler e Brandt - entrambi strettamente legati alla sua persona. Il programma venne amministrato dallo staff di Viktor Brack, capo dell'Amt 2 («Ufficio 2») della Cancelleria del Führer, che aveva sede in Tiergartenstrasse al numero 4. La supervisione era di Bouhler (del quale Brack era diretto subordinato) e Brandt. Altre figure coinvolte nel programma furono il dottor Herbert Linden, già coinvolto nell'eugenetica infantile, e il dottor Ernst-Robert Grawitz, comandante medico delle SS. Questo vertice organizzativo definì i nomi dei medici che avrebbero dovuto portare a termine la parte «operativa» del programma. Essi vennero scelti in base all'affidabilità politica, alla reputazione professionale e alle «simpatie» dimostrate nei confronti delle pratiche eugeniche più radicali. Tra i medici selezionati figuravano alcuni che avevano già dimostrato la loro solerzia nelle uccisioni di bambini come Unger, Heinze ed il dottor Hermann Pfannmüller. A questi vennero affiancati nuovi medici, per la maggior parte psichiatri, come il professor Werner Heyde di Würzburg, il professor Carl Schneider di Heidelberg, il professor Max de Crinis di Berlino e Paul Nitsche dell'istituzione statale di Sonnenstein. La direzione operativa venne affidata ad Heyde che fu sostituito successivamente da Nitsche. All'inizio dell'ottobre 1939 tutti gli ospedali, case d'infanzia, case di riposo per anziani e sanatori ebbero l'obbligo di riportare su di un apposito modulo tutti i pazienti istituzionalizzati da cinque o più anni, i «pazzi criminali», i «non-ariani» e coloro ai quali era stata diagnosticata una qualsiasi malattia riportata in un'apposita lista. Questa lista comprendeva schizofrenia, epilessia, corea di Huntington, gravi forme di sifilide, demenza senile, paralisi, encefalite e, in generale, «condizioni neurologiche terminali». Alcuni medici ed amministratori interpretarono la richiesta credendo che lo scopo fosse identificare i pazienti abili al servizio di lavoro e sovrastimarono appositamente, con fatali conseguenze, le malattie dei loro pazienti cercando così di proteggerli. Nel caso gli ospedali rifiutassero di collaborare appositi team di medici (o più spesso studenti di medicina) più compiacenti verso il nazionalsocialismo visitavano gli stessi e compilavano i moduli cercando di gettare la luce più sfavorevole sui pazienti. Allo stesso modo tutti i pazienti di origine ebraica, anche coloro che non rientravano nei «casi» previsti per la soppressione, vennero cacciati dalle case di cura e uccisi nel corso del 1940.
Come nel caso del programma di eugenetica per bambini, i moduli degli adulti erano esaminati da una speciale commissione che operava negli uffici della Tiergartenstrasse. Gli esperti dell'ufficio dovevano valutare i casi solo in base alle informazioni riportate sul modulo, tralasciando quindi la storia clinica dei pazienti e l'esaminazione diretta degli stessi. Spesso essi si trovarono «oberati» di migliaia di richieste da esaminare in tempi brevissimi. Su ogni rapporto il medico esaminatore metteva il simbolo «+» (morte) o il simbolo «-» (vita) oppure occasionalmente «?» quando non era in grado di decidere. Dopo che ogni questionario era stato esaminato indipendentemente da tre esperti, nel caso fossero risultati tre simboli +, il paziente veniva ucciso. Inizialmente i pazienti vennero uccisi, come già accadeva nel programma per i bambini, con iniezioni letali. Il metodo era però lento ed inefficace e con il proseguio della guerra, quando i farmaci utilizzati nelle iniezioni divennero sempre più scarsi, divenne chiaro che sarebbe stato necessario trovare un nuovo metodo. Hitler stesso, basandosi sul consiglio del professor Heyde, propose a Brandt l'utilizzo di monossido di carbonio, dopo che una serie di esperimenti effettuati nel gennaio 1940 a Brandeburgo con diversi tipi di iniezioni letali raffrontate con l'impiego del gas avevano dimostrato la superiore efficienza di quest'ultimo. L'uccisione mediante monossido di carbonio puro - veniva cioè prodotto industrialmente a differenza di quello che accadde successivamente in alcuni campi di sterminio dove era invece prodotto dai fumi di scarico di grossi motori - in apposite camere a gas venne presto estesa a tutti i sei centri dell'Aktion T4, quasi tutti ex ospedali o case di cura convertite. Oltre che per l'uccisione dei pazienti questi centri vennero utilizzati anche per l'eliminazione degli internati dei campi di concentramento ammalati e ormai non più in grado di lavorare per il Reich. L'operazione di eliminazione degli internati prese il nome di Aktion 14f13. I pazienti selezionati venivano prelevati dagli istituti di cura da appositi autobus guidati da personale delle SS che indossava camici bianchi per dare una falsa impressione di sicurezza. Per impedire ai parenti delle vittime ed ai medici che li avevano in cura di poterli rintracciare in seguito, i pazienti venivano inizialmente trasportati in «centri» di transito, situati presso i grandi ospedali tedeschi in prossimità della reale destinazione, dove venivano posti sotto «osservazione» per un breve periodo prima di essere ulteriormente trasferiti presso uno dei centri del Programma per subire il «trattamento speciale». Il termine «trattamento speciale» (in lingua tedesca Sonderbehandlung), ereditato dal Programma T4, venne in seguito utilizzato anche come eufemismo per definire lo sterminio durante l'olocausto. I parenti che eventualmente avessero voluto visitare i loro congiunti nei centri venivano scoraggiati da lettere che spiegavano l'impossibilità di esaudire il loro desiderio in base ad appositi regolamenti promulgati a causa della guerra. Molti dei pazienti, d'altronde, venivano uccisi nel giro di 24 ore dall'arrivo ed i loro corpi immediatamente cremati. Grande cura veniva posta per produrre un certificato di morte per ogni vittima, dove la causa di morte fosse verosimile, da inviare insieme alle ceneri ai parenti. La creazione delle centinaia di certificati di morte - e la cura posta nel renderli il più realistici possibili - occupava infatti buona parte della giornata dei medici coinvolti nel Programma. Nel corso del 1940 presso ognuno dei centri di Brandeburgo, Grafeneck e Hartheim vennero uccise circa 10.000 persone ed altre 6.000 lo furono a Sonnenstein, per un totale di circa 35.000 vittime nell'anno. Verso la fine dell'anno le «operazioni» a Brandeburgo e Grafeneck rallentarono vistosamente, fino al quasi completo blocco, a causa delle crescenti proteste popolari nei confronti del programma eugenetico. Nel corso del 1941 Bernberg e Sonnenstein incrementarono la loro attività mentre Hartheim, comandato prima da Christian Wirth poi da Franz Stangl - entrambi, in seguito, uomini chiave dei campi di sterminio nell'Est - proseguì come prima. Prima che nell'agosto 1941 il programma venisse ufficialmente fermato si stimano circa altre 35.000 vittime per un totale complessivo di circa 70.000. La sospensione ufficiale del programma non venne applicata agli internati dei campi di concentramento dell'Aktion 14f13 e si stima che entro il termine del conflitto siano stati circa 20.000 a subire il «trattamento». Hitler ed il suo staff furono sempre consapevoli che il progetto sarebbe stato impopolare in Germania, a causa della radicalità espressa da questa politica biomedica. Hitler evitò sempre di mettere per iscritto ordini riguardanti politiche che in seguito avrebbero potuto essere considerati crimini contro l'umanità, e da questo punto di vista la lettera scritta dell'ottobre 1939 per Bouhler e Brandt rappresentò un'eccezione. La lettera venne però apparentemente utilizzata per sopraffare l'opposizione della burocrazia statale tedesca - essa venne mostrata, per ottenerne la cooperazione, al ministro della Giustizia Franz Gürtner nell'agosto 1940. Hitler affermò a Bouhler che «la Cancelleria del Führer non dovrà in caso essere vista [come] attiva in quest'ambito». Si temeva per le proteste dell'opinione pubblica dell'area cattolica che dopo l'annessione di Austria e Sudeti rappresentava circa la metà della popolazione tedesca. Un rapporto confidenziale dell'SD dall'Austria del marzo 1940 ammoniva che il programma di uccisioni avrebbe dovuto essere effettuato in segreto «per evitare una forte reazione negativa nell'opinione pubblica durante la guerra». Il programma incontrò anche l'opposizione della burocrazia statale. Un giudice distrettuale, Lothar Kreyssig scrisse al ministro della Giustiza Gürtner protestando che il Programma T4 era giuridicamente illegale visto che nessuna legge o decreto formale di Hitler lo autorizzava. Gürtner rispose «se lei non può riconoscere la volontà del Führer come origine di legge allora non può rimanere giudice» e lo licenziò. Nel gennaio 1939 in vista dell'avvio del Programma, Viktor Brack commissionò uno studio al dottor Joseph Mayer, professore di Teologia morale all'Università di Paderborn, riguardo alla reazione delle Chiese nel caso fosse stato avviato un programma di eugenetica sovvenzionato dallo Stato. Mayer - convinto sostenitore dell'eugenetica - rispose che le Chiese non avrebbero reagito nel caso il programma fosse stato percepito come nell'interesse dello Stato. Brack mostrò a luglio il documento ad Hitler, aumentando la sua fiducia sul fatto che il progetto sarebbe stato accettato dall'opinione pubblica tedesca. Questo non si verificò e il Programma T4 fu uno dei pochi varati dal regime nazista a causare proteste pubbliche su larga scala. Una volta avviato il T4 fu impossibile mantenere il segreto a causa delle centinaia di medici, infermiere e coordinatori coinvolti; d'altra parte la maggioranza dei pazienti destinati alla morte aveva parenti attivamente interessati circa il loro benessere. Malgrado i rigorosi ordini di segretezza impartiti a tutti i livelli, qualcuno che lavorava nei centri di attuazione del Programma parlò di quello che avveniva all'interno di queste strutture. In alcuni casi le famiglie capirono leggendo i certificati di morte palesemente falsi - ad esempio venne indicata come causa di morte «appendicite» in un paziente che era già stato operato e che non l'aveva più. In altri casi tutte le famiglie dello stesso paese ricevevano contemporaneamente il certificato di morte del loro caro. Nelle città vicine ai centri tutti potevano vedere gli autobus arrivare, vedevano fumare i camini dei crematori e trarre le debite conseguenze. Nei pressi di Hadamar cenere contenente resti di capelli umani fluttuava nell'aria della città. Nel maggio 1941 la corte distrettuale di Francoforte scrisse a Gürtner descrivendo che ad Hadamar i bambini, al passaggio degli autobus carichi di pazienti, gridavano per le strade che le persone che trasportavano stavano per essere gassate.
Nel corso del 1940 si sparsero le voci di ciò che stava succedendo e molti tedeschi dimisero i loro parenti dagli istituti psichiatrici e dai sanatori per curarli a casa, spesso a fronte di grosse spese e sacrifici. In alcuni casi i medici e gli psichiatri cooperarono con le famiglie per dimettere i pazienti oppure, nel caso le famiglie potessero permetterselo, li trasferirono presso cliniche private ove il Programma T4 non aveva giurisdizione - esso infatti si applicava solo ad istituzioni statali. È importante notare come il Programma T4 abbia avuto effetto principalmente su famiglie della classe operaia in quanto quelle benestanti potevano permettersi di ricoverare i loro cari in istituzioni private. Alcuni medici acconsentirono a rediagnosticare i loro pazienti in modo che essi non rientrassero più nei parametri per la selezione T4 anche se ciò li esponeva al rischio di ispezioni da parte di zelanti funzionari del Partito. A Kiel il professor Hans Gerhard Creutzfeldt - scopritore della malattia di Creutzfeldt-Jakob - riuscì a salvare praticamente tutti i suoi pazienti. La maggior parte dei medici collaborò comunque con l'Aktion T4, in parte per ignoranza circa i veri scopi che esso si prefiggeva ed in parte per convinzione nei confronti delle politiche eugenetiche nazionalsocialiste. Nel corso del 1940 iniziarono a giungere lettere di protesta alla Cancelleria del Reich ed al Ministero della Giustizia, alcune delle quali firmate da membri dello NSDAP. La prima aperta protesta contro lo svuotamento degli istituti psichiatrici ebbe luogo ad Absberg in Franconia nel febbraio 1941 e venne presto seguita da altre. Il rapporto dell'SD sugli incidenti di Absberg diceva: «il trasferimento di persone dall'Istituto di Ottilien ha causato molto malcontento» e descriveva grandi masse di cittadini (per la maggior parte cattolici), inclusi membri del Partito, che protestavano. L'opposizione alle politiche T4 si acuì dopo l'invasione tedesca dell'Unione Sovietica del giugno 1941, perché la campagna in corso provocò per la prima volta un elevato numero di perdite e gli ospedali ed istituti si riempirono per la prima volta di numerosi giovani soldati tedeschi gravemente disabili e mutilati. Iniziarono allora a circolare delle voci secondo le quali anche questi uomini sarebbero stati sottoposti ad «eutanasia», anche se in effetti tale eventualità non venne mai presa in considerazione dalle autorità. Nel corso del 1940 e del 1941 alcuni pastori protestanti presero posizione, seppur non pubbicamente, contro il Programma. Theophil Wurm, pastore luterano del Württemberg scrisse una dura lettera al ministro degli Interni Frick nel marzo 1940. Altre proteste si sollevarono dal teologo luterano Friedrich von Bodelschwingh direttore dell'Anstalt Bethel (una clinica per epilettici sita a Bielefeld) e da Paul-Gerhard Braune direttore della clinica Hoffnungstal di Berlino. Entrambi utilizzarono le loro connessioni con il Partito per negoziare l'esclusione delle loro istituzioni dal Programma T4: Bodelschwingh trattò direttamente con Brandt ed indirettamente con Hermann Göring, il cugino del quale era un famoso psichiatra. Braune ebbe degli incontri con il ministro della Giustizia Gürtner, sempre scettico sulla legalità del programma, e successivamente scrisse una veemente lettera di protesta indirizzata ad Hitler. Hitler non lesse la lettera ma ne venne informato da Lammers che rispose anche a Braune che il programma non poteva essere fermato. In generale, però, la chiesa Protestante, in larga parte coinvolta con il Regime, non era troppo disposta a criticare le scelte dei nazisti. La Chiesa cattolica, che fin dal 1933 aveva cercato di evitare confronti diretti con il Partito nella speranza di preservare le sue istituzioni principali, divenne sempre più ostile mentre aumentavano le prove dell'uccisione di pazienti disabili nelle cliniche. Il cardinale di Monaco di Baviera Michael von Faulhaber scrisse una lettera privata al governo protestando contro l'applicazione del Programma T4. Il 26 giugno 1941 la Chiesa ruppe il silenzio preparando una lettera pastorale ad opera dei vescovi tedeschi (riuniti a Fulda) che venne letta in tutte le chiese il 6 luglio 1941 e con ciò incoraggiò i cattolici ad aumentare la protesta contro il programma. La lettera dichiarava, tra l'altro: « Secondo la dottrina cattolica esistono senza dubbio comandamenti che non sono vincolanti quando l'obbedienza ad essi richiede un sacrificio troppo grande, ma esistono sacri obblighi di coscienza dai quali nessuno ci può liberare e a cui dobbiamo adempiere anche a prezzo della morte stessa. In nessuna occasione e in qualsiasi circostanza un uomo può - eccetto in guerra e per legittima difesa - prendere la vita di una persona innocente. » Poche settimane dopo la lettura della lettera pastorale, il 3 agosto 1941 il vescovo cattolico di Münster in Vestfalia, Clemens August Graf von Galen denunciò nel corso di un sermone il programma T4 e ne inviò il testo ad Hitler chiamando «il Führer a difendere il popolo contro la Gestapo». Alcuni passaggi del testo:
« Si dice, di questi pazienti: sono come una macchina vecchia che non funziona più, come un cavallo vecchio che è paralizzato senza speranza, come una mucca che non dá più latte. Che cosa dobbiamo fare di una macchina di questo genere? La mandiamo in demolizione. Che cosa dobbiamo fare di un cavallo paralizzato? No, non voglio spingere il paragone all'estremo... Qui non stiamo parlando di una macchina, di un cavallo, né di una mucca... No, stiamo parlando di uomini e donne, nostri compatrioti, nostri fratelli e sorelle. Povere persone improduttive, se volete, ma ciò significa forse che abbiano perduto il diritto di vivere? Noi vogliamo sottrarre noi stessi ed i nostri fedeli alla loro influenza [ndt: delle autorità naziste coinvolte nel programma], per non essere contaminati dal loro pensiero e dal loro empio comportamento, e non dover poi condividere con loro la punizione che un Dio giusto dovrebbe infliggere ed infliggerà a tutti coloro che - come l'ingrata Gerusalemme - non vogliono ciò che vuole Dio! »
Il sermone di von Galen estendeva il suo attacco anche alla persecuzione nazista a danno degli ordini religiosi e all'esproprio e alla chiusura delle istituzioni cattoliche. Egli attribuì i pesanti bombardamenti alleati delle città della Westfalia alla volontà di Dio di punire la Germania che aveva infranto le leggi divine. Le dichiarazioni di von Galen non vennero riprese dalla stampa, completamente asservita al Regime, ma ebbero ampia diffusione attraverso volantini stampati illegalmente e distribuiti alla popolazione. La Royal Air Force britannica giunse a lanciare volantini con la copia del sermone sulle truppe tedesche. Lo storico Robert Lifton dice: «Il sermone ebbe probabilmente un impatto molto maggiore di quello di ogni altra presa di posizione nel consolidare un sentimento avverso al programma di "eutanasia" [...]».
Le autorità nazionalsocialiste locali richiesero l'arresto (Martin Bormann, segretario del Führer, arrivò a chiederne la morte) di von Galen ma Hitler fu convinto da Goebbels a soprassedere temporaneamente per motivi di opportunità politica e preferì rimandare al termine del conflitto la «resa dei conti» con il Vescovo. Goebbels temeva che l'arresto di von Galen avrebbe potuto influire sulle prestazioni dei soldati di fede cattolica impegnati in quel periodo nella prima fase dell'invasione dell'Unione Sovietica e, ulteriormente, una possibile sollevazione popolare in Westfalia, già duramente provata dai bombardamenti. Nel mese di agosto la protesta contro il Programma T4 dilagò in Baviera. Gitta Sereny riporta che Hitler stesso venne affrontato da una folla arrabbiata nei pressi di Hof - l'unica volta che egli venne pubblicamente affrontato nel corso dei dodici anni di dominio incontrastato. Nonostante la rabbia che mostrò in privato Hitler non poteva permettersi un confronto con la Chiesa nel momento che la Germania era impegnata in una lotta mortale su due fronti. Il 24 agosto 1941 Hitler ordinò la sospensione del Programma T4 e diede inoltre precisi ordini ai Gauleiter di evitare ulteriori provocazioni a danno del clero per la durata del conflitto. Il personale impiegato per realizzare il programma, grazie alle «esperienze» accumulate nell'uccisione tramite gas, venne dopo poco utilizzato per realizzare la «soluzione finale della questione ebraica»; molti di loro raggiunsero posizioni di comando all'interno dei campi di concentramento e sterminio. Ma l'Aktion T4 non si fermò mai completamente; nonostante la sospensione ufficiale l'uccisione dei disabili (adulti e bambini) proseguì, seppur in maniera meno sistematica, fino al termine del conflitto. Le uccisioni proseguirono su iniziativa dei singoli medici e delle autorità locali, attraverso iniezioni letali e morte per fame. Kershaw stima che il programma T4 causò 75.000 - 100.000 vittime entro il dicembre 1941 alle quali devono essere sommate altre diecine di migliaia di internati dei campi di concentramento uccisi in seguito all'Aktion 14F13. Molte altre persone giudicate incapaci di lavorare e disabili vennero uccise in Germania tra il 1942 ed il 1945. Hartheim, ad esempio, continuò ad essere utilizzato come centro di uccisioni fino al 1945. Wikipedia
Lo so, è lungo, ma indispensabile!
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