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mercoledì 25 febbraio 2009

Science for peace

Olga/PicassoIL CASO
Quella scienza per la pace e i diritti scomodi
di UMBERTO VERONESI
L'ANNUNCIO, ieri a Milano, della nascita in Italia del movimento internazionale "Science for peace ", che ho creato insieme a oltre 20 premi Nobel e molte figure rilevanti della cultura mondiale, ha suscitato allo stesso tempo interesse e stupore. Pensiamo che il tema della pace debba urgentemente essere riportato al centro del dibattito civile; volgiamo creare una cultura di tolleranza e nonviolenza; chiediamo la progressiva riduzione degli armamenti per destinare parte degli investimenti alle urgenze : nuovi ospedali, scuola, ricerca scientifica. Ma perché gli scienziati si devono occupare della pace, e perché devono farlo proprio adesso, per iniziativa di un medico oncologo? Innanzitutto perché il medico è vicino ai bisogni della gente e sa che la gente, come prima cosa, non vuole il dolore. E la guerra è il più grande dei dolori. Il medico è pacifista per natura perché ha fatto sua la dura missione di curare le malattie che ci affliggono e dunque non riesce ad accettare le ferite, gli scempi, le epidemie e le enormi sofferenze che potremmo evitare se cancellassimo la guerra. Ora questo bisogno di sfuggire alla sofferenza evitabile è reso più forte dalla situazione di crisi mondiale che agita, anche nelle popolazioni occidentali cresciute nel benessere, lo spettro della povertà. La crisi richiede delle risorse aggiuntive per le urgenze sociali, e dove possiamo ricavarle se non dalle spese militari che assorbono fondi molto elevati? E' assurdo che non riusciamo più a mantenere le nostre famiglie, che gli ospedali non vengano ristrutturati, che l'accesso alle cure adeguate non sia garantito a tutti, che la ricerca scientifica, che potrebbe dare una nuova spinta al benessere, languisca nei laboratori deserti, per avere più carrarmati lucidi e splendenti e costosissimi aerei supersonici, che, siamo convinti, non utilizzeremo mai.
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Al di là di questo momento drammatico, la scienza, che dissemina ovunque il pensiero razionale, ha da sempre una funzione civilizzatrice e pacificatrice e può fare molto per la pace. Oggi i tipi di conflitti mondiali che si prospettano sono quello atomico, che al momento sembra un'ipotesi lontana, e quello terroristico. Ebbene, la funzione del pensiero razionale nel combattere il terrorismo è molto significativa, così come lo sono tutte le forme di pensiero e di arte. Per esempio sono convinto che la musica di Barenboim ha avuto un ruolo nella composizione del conflitto fra israeliani e palestinesi. La scienza, così come la musica, rifiuta il principio esasperato dell'identità nazionale o della razza. Anzi, come ha dimostrato il genetista di fama mondiale Luca Cavalli Sforza, la razza dal punto di vista genetico non esiste proprio. Per questo con la diffusione del pensiero scientifico abbiamo assistito ovunque alla promozione della tolleranza e alla riduzione della violenza. Come disse Benedetto Croce "La violenza non è forza, ma debolezza , né mai può essere creatrice di cosa alcuna, ma soltanto distruggerla". Gli ultimi 60 anni di assenza di grandi conflitti mondiali sono stati teatro di avanzamenti scientifici e tecnologici senza precedenti , ma soprattutto di avanzamenti in civiltà , di cui l'abbandono della pena di morte in 62 Paesi è solo un esempio. Viceversa i conflitti di ogni tipo hanno creato disordine, regressione civile e arresto della crescita e del benessere. Viviamo in una società pluralistica multietnica, multiconfessinale e l'Italia di questi giorni percorsa da conflitti etici e da episodi di intolleranza, che minacciano la libertà dei cittadini, è un esempio della nuova realtà che dobbiamo imparare a capire per non esserne travolti. La pace non è solo assenza di guerra ma è composizione pacifica delle conflittualità. La sostituzione di una cultura di pace ad una cultura di guerra non è impensabile ed è questa la finalità di "Science for peace".
(25 febbraio 2009) La Repubblica

domenica 11 gennaio 2009

L'ignoranza ci seppellirà

Frances/Sargent11/1/2009 (7:38) - IL CASO
Kinshasa, caccia ai piccoli stregoni
Ucciderli non è reato, nessun poliziotto indagherebbe mai
Buttati in strada dai parenti: “Portano sfortuna”
DOMENICO QUIRICO
PARIGI La loro casa è la notte, la sua penombra, i suoi pericoli, il crivello di una spietata lotta per la vita, e l’aria tropicale è acquosa, morbida, calda di erbe macerate, di fogne, inasprita dagli odori dell’umanità derelitta. Allora la civiltà, le regole, a Kinshasa, svaniscono nel buio in un ultimo orgasmo, inizia la legge dell’odio, legame ancor più potente, che esige obbedienza. Di giorno i «shégués» si acquattano nell’umiltà da lustrascarpe, danno informazioni agli automobilisti su come evitare i ciclopici ingorghi della capitale del Congo, vendono acqua agli angoli delle strade, si prostituiscono, rubano, si offrono per qualsiasi lavoro sporco che renda qualche franco. Ti seguono con il loro piglio di zanzare, tenaci, insistenti, pacati come chi ha tutto il tempo per vivere e per morire. Ma per sapere quanto possa essere bollente il loro mondo bisogna aspettare l’ora in cui i ricchi e gli stranieri, i «wabenzi», ovvero quelli che hanno la Mercedes, si rifugiano nel loro quartiere della Gombe. Le strada della città, immenso caotico infernale agglomerato di case miserabili sottratte ad ogni vicenda di decadenza e di progresso e di grattacieli, ammonticchiata sulle rive del Congo in un eterno vapore di marciume, città che macera e corrode, che impaluda e nutre, ritornano alla legge africana della foresta e della savana: in questa immensa china di cemento si recita la caccia dei predatori alle vittime, bisogna battersi come gnu, gazzelle, zebre indifese. Le persone vengono modellate dai luoghi. I «shégués» sono prede, non possono mai dormire sui marciapiedi sgangherati e sudici; si può uccidere per rubare il loro fagotto di stracci, la moneta conquistata a caro prezzo. Nessun poliziotto indagherà mai per un shégué sgozzato. Perché sono bambini, tra i cinque e i 15 anni, venti trenta cinquantamila, il numero non lo ha mai censito nessuno. Abbandonati dalle famiglie con l’accusa di essere stregoni, di portare disgrazia, sono diventati teppisti piccoli delinquenti vittime. Hanno facce già vecchie, assuefatte al lato oscuro della vita. Sono non persone, li vedono solo quando vogliono odiarli. Eppure non sono mendicanti dimessi e pazienti, ringhiano dall’impazienza, si battono. Li chiamano così, pare, per la contrazione di Che Guevara, audacia e violenza compresa ma senza la mitologia rivoluzionaria. E li ha resi famosi, questi figli perduti dell’asfalto congolese, una canzone del musicista Papa Wemba. Nel 70 per cento dei casi le loro famiglie li hanno cacciati di casa con l’accusa di ospitare spiriti maligni, di portare disgrazia. Per la maggior parte degli africani, anche per quelli che vivono in città, che hanno studiato, che usano Internet, dietro le malattie, la morte, gli incidenti non ci sono soltanto fatti naturali, concatenazioni di cause e effetti. Sempre c’è una magia cattiva di un nemico, un rivale. Qui gli uomini politici, i presidenti assumono lo stregone che li avverta, li guidi. La vita ribolle di imboscate continue di spettri malefici, spiriti lugubri e infernali, fatture spietate. Ospiti silenziosi, ascoltatori invisibili. Ma per i shégués la stregoneria è una scusa: l’Aids ha moltiplicato gli orfani come la caduta della speranza di vita - per gli uomini è di 47 anni - e i parenti non vogliono prenderli con loro, la povertà ha reso avara la famiglia tradizionale che sapeva accogliere tutti i suoi figli. Ora i mariti rifiutano i figli di primo letto della moglie. O ci si vuole sbarazzare dei bambini turbolenti o con turbe. E poi se l’Aids contamina qualcuno in famiglia, ecco sono loro i piccoli stregoni i monatti del contagio. Le accuse si sono moltiplicate da quando le nuove confessioni, «le chiese del risveglio» che mescolano cristianesimo e riti africani si annunciano come specializzate nell’esorcismo. Si raccontano di terribili riti sui bambini, lasciati per giorni senza cibo, costretti a camminare su cocci di vetro, chiusi in luoghi senza luce. Quando il maligno non se ne va c’è la strada. E’ stato inghiottito dalla corruzione e dalla guerra tutto ciò che dovrebbe aiutare questi bambini, scuola servizi sociali giustizia. Coloro che dovrebbero proteggerli, i poliziotti, sono i loro maggiori persecutori; commettono abusi sessuali, e estorcono il ricavato dei piccoli furtarelli. Durante le elezioni gli uomini politici li reclutano per disturbare i comizi degli avversari, aumentare la folla dei propri, per creare violenze che vengono poi attribuite all’avversario. Jean Pierre Bemba, rivale sconfitto del presidente Kabila, oggi in carcere per crimini contro l’umanità, ne aveva fatto un esercito privato padrone delle strade. La polizia ogni tanto li rastrella a centinaia e li spedisce a «imparare il lavoro dei campi». Tornano subito in strada, talvolta per l’intervento dell’Unicef. La Stampa

giovedì 8 gennaio 2009

Figlie di papà

DegasAl concorso vinco da sola
La figlia del presidente del Consiglio Universitario Nazionale si aggiudica la selezione per ricercatrice in Storia dell'Europa orientale FLAVIA AMABILE
Si chiama Francesca Romana Lenzi, ha 25 anni ed un padre che di mestiere fa il medico universitario e il presidente del Cun, il Consiglio Universitario nazionale, l’organo che va al ministero dell’Istruzione a parlare di riforme e che bacchetta professori e ricercatori quando qualcosa non va. Quest’autunno Francesca Romana ha partecipato a un concorso, come ha raccontato ieri Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera: si cercava il candidato giusto per un posto da ricercatore in «Storia dell’Europa Orientale» all’Università degli Studi Europea di Roma, un piccolo ateneo voluto dai Legionari di Cristo. Il concorso prevedeva due prove scritte da correggere secondo le regole delle selezioni pubbliche, una prova orale e una valutazione dei titoli e delle pubblicazioni attraverso giudizi individuali dei commissari. Al concorso si iscrivono in tre ma alle prove si presenta solo lei, Francesca Romana Lenzi. Gli altri si sono ritirati, come se avessero fiutato di non avere speranze. D’altra parte il profilo della persona che si va cercando è piuttosto preciso e Francesca sembra avere davvero tutte le caratteristiche. Sta frequentando il dottorato in «Storia dell’Europa» a La Sapienza e coordinatore di un dottorato sulla «Storia dell’Europa» a La Sapienza è il professore Antonello Biagini, lo stesso che presiede la commissione del concorso che Francesca Romana Lenzi supererà come unica candidata. Ha un solido impegno come volontaria in Romania e in Perù con la Lega Missionaria Studenti, un movimento giovanile legato ai Gesuiti. E vanta stage in Cile e al ministero degli Esteri. E quindi il concorso lo supera. Da sola: tre voti favorevoli su tre commissari. Al telefono quando le si chiede un commento, una spiegazione, si tira indietro: «Non posso parlare». Tocca al padre, Andrea Lenzi, chiarire, proprio a lui che ha presentato al ministero dell’Istruzione pochi giorni fa la prima proposta del Cun sui criteri di valutazione degli atenei e dei loro docenti. Criteri che debbono essere rigorosi e trasparenti. E il concorso vinto da sola dalla figlia è rigoroso e trasparente? «Solo chi non conosce il sistema universitario può stupirsi: la gran parte dei concorsi si svolge con un unico candidato». Gli altri due non si sono presentati perché sapevano di non potercela fare. «Sì, accade sempre così. Chi non supera il concorso rischia di rovinarsi il curriculum per cui si preferisce non presentarsi». Li si definisce concorsi tagliati su misura di un solo candidato. «Non in questo caso, e comunque invito chiunque a trovare un illecito nella selezione dell’Università degli Studi Europea». Illeciti non ce ne sono, ma è vero che il presidente della commissione, Antonello Biagini, è anche il marito di una collega del padre di Francesca? «E’ vero - risponde Andrea Lenzi - ma sa quante persone conosco nel mondo dell’università? E sa in quanti mi hanno chiamato oggi per esprimermi solidarietà? A mia figlia è capitata l’occasione di presentarsi a un concorso ed ha un curriculum molto superiore ai parametri minimi, meritava di vincere». Forse se non avesse avuto un padre presidente del Cun avrebbe vinto nello stesso modo, e senza tutto questo clamore. «Stamattina a mia figlia ho detto: ‘Sono onorato di essere tuo padre. Mi dispiace che per colpa mia tu debba subire questo linciaggio morale’. Nel mondo universitario se qualcuno alza un po’ la testa finisce sempre per prendere una randellata. Mi hanno fatto un piccolo dispetto, ma se questo è il prezzo da pagare per risollevare le università dal baratro in cui sono cadute come io sto facendo, è un prezzo che pago volentieri». La Stampa

lunedì 5 gennaio 2009

Così parlò Alemanno

Clara Rilke/ZwintscherDopo le polemiche per l'invito a Morucci. «Ospitano i br e impediscono al Papa di parlare»
«Sapienza in mano a 300 criminali»
Il sindaco Alemanno: università in ostaggio, bisogna cambiare
ROMA — «L'università La Sapienza è in ostaggio di 300 piccoli criminali». Un'affermazione dura, che suona come un attacco. Il sindaco di Roma Gianni Alemanno ha scelto il dibattito di «Cortina Incontra » per fare il punto sulla situazione e sulle tensioni nel più grande ateneo d'Europa. Ma più che un commento, l'intervento è stato interpretato come l'annuncio di imminenti novità. «Dobbiamo essere consapevoli che ci sono dei cambiamenti culturali da fare », ha sottolineato Alemanno nel corso dell'appuntamento, al quale hanno partecipato Enrico Cisnetto, Beppe Severgnini, Antonio Caprarica e Giovanni Veronesi. «La Sapienza è tenuta in ostaggio da gente di cui ci dobbiamo liberare: vengono invitati i terroristi rossi e al Papa è impedito di parlare. Bene ha fatto il nuovo Rettore Luigi Frati a prendere di petto la questione». La presa di posizione di Alemanno è arrivata all'indomani dell'annullamento della lezione dell'ex brigatista rosso Valerio Morucci proprio alla Sapienza, prevista per il prossimo 12 gennaio. Lo stop del rettorato alla presenza nell'ateneo di uno dei capi storici delle Br, che fece parte del commando che 31 anni fa rapì Aldo Moro e massacrò la sua scorta, ha sollevato roventi polemiche fra maggioranza e opposizione. «Parli, stesso giorno e stessa ora, ma in via Fani dove furono massacrati degli innocenti », era stato l'invito, l'altro ieri, proprio di Frati (che nei giorni scorsi ha rinvitato Ratzinger alla Sapienza), eletto all'inizio di ottobre alla guida della Sapienza.
Ma Alemanno ha anche fatto riferimento a quello che è successo poco meno di un anno fa quando Papa Ratzinger annullò la visita all'università per l'apertura dell'anno accademico in seguito alle proteste dei collettivi studenteschi e di alcuni professori. E' stato, quello, solo il primo di una serie di episodi che nel 2008 hanno portato La Sapienza al centro delle cronache. Proprio in previsione della mancata visita del Santo Padre l'ateneo venne blindato dalle forze dell'ordine nel timore di incidenti durante la cerimonia ufficiale e di contestazioni a Walter Veltroni e Fabio Mussi, all'epoca sindaco e ministro dell'Università. Un clima da anni Settanta, sfociato a maggio in risse e aggressioni in strada fra estremisti di sinistra e destra. Anche allora Alemanno sottolineò come «dentro l'università il problema principale sia dato da un fortissimo estremismo di sinistra, che crea problemi a tutti coloro che vogliono parlare». Negli stessi giorni il preside della facoltà di Lettere Guido Pescosolido denunciò di essere stato minacciato e assediato da studenti dei Collettivi per alcuni minuti in presidenza insieme con sette collaboratori e di «temere» per i suoi figli. Era il periodo del convegno sulle foibe organizzato da Forza Nuova e successivamente annullato sempre da Luigi Frati, allora prorettore, per il clima incandescente che aveva creato. E poi, dopo l'estate l'Onda degli studenti di sinistra che con le sue proteste ha bloccato l'attività didattica.
Rinaldo Frignani 05 gennaio 2009 Corriere della Sera

Cominciamo dal Brasile....

Giovanni Boldini/Marchesa Luisa CasatiOgni maschio adulto potrà ricevere gratis 22 preservativi
Brasile, profilattici e pillola gratis per tutti
Campagna del governo contro l'Aids e le gravidanze non volute. La Chiesa: «Lo fanno per diminuire popolazione»
BRASILIA - Più di un miliardo di profilattici, 70 milioni di confezioni di pillole anticoncezionali e mezzo milione di pillole del giorno dopo: è una campagna senza precedenti quella avviata dal governo del Brasile contro l'Aids, le malattie veneree e le gravidanze indesiderate. Il ministero della Sanità di Brasilia ha detto che pillole e preservativi saranno distribuiti gratuitamente alla popolazione nel corso dell'anno. In pratica ogni maschio adulto potrà ricevere gratis 22 preservativi, molti di più escludendo le persone che non faranno ricorso alla donazione di Stato, ogni donna potrà ricevere pillole sufficienti per non correre rischi di gravidanze non volute.
OPPOSIZIONE DELLA CHIESA - «È la prima volta nel mondo che un governo si fa carico pressoché integralmente della prevenzione delle nascite e delle malattie veneree» ha detto Adilson Franca, direttore delle iniziative strategiche del ministero. Il governo auspica anche una riduzione rilevante degli aborti, clandestini e non, e delle operazioni di sterilizzazione. Pesante la reazione della Chiesa brasiliana. «Il governo vuole diminuire la popolazione con la distribuzione massiccia di pillole e profilattici, invece di educare alla maturità nell'esercizio della sessualità» ha detto Antonio Augusto Dias Duarte, vescovo ausiliare dell'arcidiocesi di Rio de Janeiro.
04 gennaio 2009 Corriere della Sera

domenica 4 gennaio 2009

Barcellona

Roybet/Juana RomaniLo rivela un’inchiesta pubblicata dal quotidiano El Periodico
Barcellona, nuovo Eldorado degli italiani
Sono 21.655 i nostri connazionali residenti in costante aumento nella capitale catalana
La Sagrada Famiglia (dal web)MADRID – È Barcellona il nuovo Eldorado degli italiani che, con una comunità di 21.655 residenti in costante aumento, diventeranno probabilmente nel giro di due anni il collettivo straniero più numeroso nella capitale catalana. Un’inchiesta pubblicata dal quotidiano El Periodico informa che agli italiani restano da superare soltanto gli ecuadoriani, attualmente 23.863, e che, con una crescita annuale del 16%, l’espansione stabilirà il nuovo record già entro il 2011.
PERCHÉ BARCELLONA - Giovani, neo-laureati, spesso delusi dal panorama politico e sociale dell’Italia e dalla mancanza di opportunità professionali in patria, i nuovi emigranti vedono in Barcellona la città giovane, dinamica ed efficace che non trovano più nel loro paese. Perché proprio Barcellona? A promuovere l’immagine della capitale catalana, secondo Massimiliano, gestore della pagina web
http://www.italianiabarcellona.com/ , avrebbe contribuito notevolmente MTV con il programma «Italo Spagnolo», trasmesso da un attico di Barcellona e centrato sulla vita e la movida locale. Il passaparola, le borse di studio all’estero, le vacanze in Spagna hanno convinto molti italiani ad attraversare il Mediterraneo. Nella provincia di Barcellona ne vivono già 35.014 e in tutta la Catalogna 43.678: cioè quasi un terzo dei 157.435 italiani residenti in Spagna. È vero che quasi la metà dei passaporti nazionali sono stati rilasciati ad argentini e uruguaiani in virtù dei loro antenati italiani, ma a Barcellona, secondo il console Pietro de Martin, il 60% dei compatrioti sono nati proprio in Italia. Dove però non hanno fretta alcuna di tornare.
03 gennaio 2009 Corriere della Sera

mercoledì 3 dicembre 2008

Solo per amore

Lorenzo Lotto/Angelo dell'Annunciazione 1527Sulla bara di giovani e non, i colori della squadra amata
Fiori, ma anche sciarpe e magliette Il calcio conforta funerali e memoria
E a Genova protesta il monsignore: al cimitero sono più i simboli dei due club che quelli religiosi
MILANO — C’era rabbia e tensione, quel giorno a Torino, perché i fiori della ThyssenKrupp, la fabbrica dove sette operai avevano trovato la morte, non li voleva proprio nessuno. Ma la maglia di Alessandro Del Piero, sul feretro di Giuseppe Demasi, commosse anche il più irriducibile dei granata. Era un’altra storia, era un’altra città ma anche per Davide, quindicenne stroncato da uno spinello nell’hinterland milanese, hanno voluto la casacca del capitano della Juve. Per l’avvocato Donatello Zoboli, vittima di un incidente ferroviario, hanno raddoppiato: Del Piero e Paolo Di Canio, che a lui piacevano entrambi un bel po’. Perché il calcio è così.
Claudio Monetti aveva una tabaccheria a Torino ma tifava da sempre per il Verona. L’hanno ucciso a coltellate per rubargli qualche euro. Gli hanno messo una maglia gialloblù sul feretro mentre ancora si domandavano il perché. Per la tredicenne Pasma, che è stata portata via da una pirata della strada alla periferia di Roma, e per il coetaneo Nicolò, ucciso dalla caduta di un pioppo a causa di un nubifragio che si è abbattuto sulla capitale, nessuno ha avuto dubbi: il numero 10 di Francesco Totti. E a Vito, i cui sogni da diciassettenne si sono spezzati in una scuola maledetta, hanno messo quella di Nicola Legrottaglie, il campione che si è ritrovato dopo aver riscoperto la fede in Dio. È stato l’ultimo in ordine di tempo dei funerali dove si sono accese le luci delle telecamere.
Ma sono altri, tanti altri ancora, «i giorni di dolore» privati dove parenti e amici mettono accanto al defunto, giovane studente o stimato professionista, o appoggiano delicatamente sulla bara la maglia della squadra del cuore. Perché l’accompagni e, magari, lo protegga nell’ultimo viaggio. Ma non solo. A Genova, nel cimitero di Staglieno, sulle lapidi e sulle tombe ci sono maglie rossoblù e simboli blucerchiati. Tanto che monsignor Giuseppe Lanfranconi, rettore della chiesa, 86 anni, ha dovuto alzare la voce: «Ci sono più magliette della Sampdoria e del Genoa che simboli religiosi».
All’estero sono andati oltre. Per i tifosi dell’Amburgo è stata creata un’ala riservata del cimitero cittadino. Potranno riposare in pace in una bara con i colori sociali. Ne hanno fatto uno speciale a pochi chilometri da Buenos Aires, con le lapidi il marchio del club e la fontana con lo scudetto, per i sostenitori del Boca Juniors, solo per quelli doc.
Non voleva patenti Mario Appignani, il celebre «Cavallo Pazzo» delle incursioni sul palco di Sanremo. Il protagonista di invasioni solitarie sul prato dell’Olimpico espresse una volontà romantica che cozzava contro la burocrazia: «Seppellite il mio cuore in curva Sud». Dove batte appunto il cuore del tifo romanista. Dove, come in tutte le altre curve d’Italia, anche quelle delle serie minori, ogni domenica c’è un ricordo. «Sempre con noi», scrive al compagno di fede scomparso chi ha diviso chilometri di trasferte e un panino freddo all’autogrill. «Canta con noi da lassù », è l’ultimo saluto a chi ha lasciato un seggiolino libero in una curva piena. Perché ci sono vuoti che non si possono riempire. E, quando le sciarpe servono per asciugare le lacrime, anche i nemici dell’altra curva, quelli divisi da un odio che non sente ragioni, tacciono e si fermano in religioso silenzio. Come accadde per il commovente ultimo saluto a Gabriele Sandri.
Non si fermano, il più delle volte, gli automobilisti. Se lo facessero, potrebbero vedere ai bordi delle strade consolari o sui marciapiedi delle grandi metropoli piccoli altari a cielo aperto. Dove si è interrotta tragicamente una vita, la memoria resta. Una foto sorridente circondata da un muro di sciarpe. E una maglia di un giocatore. Quella indossata quando si aveva tutta la vita davanti. E, anche, dopo la morte.
Roberto Stracca 03 dicembre 2008 Corriere della Sera

lunedì 24 novembre 2008

Quanto cammino ancora....

Hacker24/11/2008 (8:1) - LA STORIA
Massacrato in India per una lettera galante
Il ragazzo è stato ucciso a bastonate per strada
Quindicenne amava la ragazza di un'altra casta
MARINA VERNA
Aveva fatto quello che non poteva fare: mandare un bigliettino d’amore a una ragazzina di casta superiore. Nessuna legge lo proibisce, eppure non si fa, almeno non in un villaggio come Patna, nel poverissimo e marginale Stato indiano del Bihar. Ma Manish Kumar, quindicenne «intoccabile» della sottocasta Ravidas - tradizionalmente conciatori di pelli di vacca, dunque impuri - si era innamorato di una ragazzina Dhobi - sempre intoccabili, ma tintori. Tre mesi fa le aveva scritto una lettera, «esprimendo il suo interesse per lei», e i suoi genitori l’avevano intercettata. Per lui non c’è stato scampo: doveva pagare l’affronto, e l’hanno giustiziato.E’ successo una mattina della settimana scorsa. Un gruppo di uomini del villaggio l’ha sorpreso per strada mentre andava a scuola, e un’ora dopo era morto. L’hanno picchiato e bastonato, gli hanno rasato i capelli in segno di scherno, l’hanno trascinato fino ai binari del treno e tenuto fermo finché non è arrivato un convoglio che l’ha stritolato sotto gli occhi della madre che urlava di lasciarlo e di un poliziotto indifferente. Adesso sei uomini sono stati arrestati e l’agente è stato sospeso per non aver saputo impedire il delitto. L’ha denunciato la donna, che aveva dovuto «osservare inerme le ruote del treno che schiacciavano mio figlio mentre inutilmente chiedevo pietà», come ha raccontato in caserma. «La particolare crudeltà di questa esecuzione ha catturato l’attenzione - ha detto al Times il sociologo indiano Prakash Louis - ma episodi del genere capitano tutti i giorni».Il sistema di caste non è affatto un residuo della «vecchia India» ormai in via d’estinzione. Ai Dalit, gli intoccabili, è proibito qualsiasi contatto con membri delle altre caste che non sia di lavoro. Ma questo delitto è avvenuto all’interno della stessa casta e si spiega con il fatto che la comunità Dhobi ha beneficiato dell’istruzione molto più di quella Ravidas e ottiene i lavori migliori. Lo squilibrio tra le due comunità di intoccabili ha portato a un crescendo di discriminazione dei più ricchi contro i più poveri. E in questa trappola è finito Manish.Uday Kumar, attivista dei diritti umani, ha detto al Times che stupri, omicidi e pestaggi per ragioni di casta sono pratica comune: «Se un lavoratore Dalit è una ragazza, è accettato che verrà sfruttata sessualmente. I nostri proprietari terrieri di casta alta possono considerarci intoccabili di giorno, ma di notte tutto cambia». La Stampa

mercoledì 19 novembre 2008

Tutto casa e chiesa

CassatSono migliaia i documenti custoditi dall'Archivio centrale dello Stato che riguardano l'attività politica del leader Dc. Compresi i rapporti con Santa Sede e Quirinale
Aldo Moro, le carte segrete"Presidente, dica no al divorzio"
di ALBERTO CUSTODERO
ROMA - Tra l'incudine della Santa Sede che gli indicava come modificare i testi delle leggi e il martello del Quirinale che tuonava contro il Papa e le ingerenze del Vaticano. E' un ritratto inedito quello di Aldo Moro che emerge da una attenta analisi delle sue carte personali. Sono migliaia di documenti che da alcuni mesi è possibile consultare all'Archivio centrale dello Stato di Roma. Quelle tracce di 40 anni di attività politica, riviste oggi, offrono spunti per una rilettura di alcune pagine della storia Repubblicana. Come, ad esempio, i rapporti che intercorrevano fra il Vaticano e la Dc e, soprattutto, fra la Santa Sede e gli uomini democristiani di governo. Alcuni luoghi comuni quasi assurti a certezze, leggendo la corrispondenza di Moro, oggi vacillano. È il caso della reale autonomia della Democrazia Cristiana - rispetto ai partiti di oggi - dai diktat vaticani. Leggendo le carte, si ha la conferma delle enormi pressioni del Vaticano che non esitava a inviare ai politici democristiani vere e proprie disposizioni politico-religiose. Gli esempi non mancano. C'è il Nunzio Apostolico monsignor Carlo Grano che, il 13 aprile del '64, invia a Moro presidente del Consiglio le modiche da apportare al testo sulla legge urbanistica che, così come la voleva il Parlamento, avrebbe arrecato "notevole danno agli interessi religiosi del popolo italiano". E poi c'è il segretario della Commissione episcopale Franco Costa che (il 7 luglio del '65), chiedeva a Moro presidente del Consiglio, di "tagliare i fondi alla cinematografia che produceva film pornografici".
Ancora Costa che, il 17 aprile del '66, lo redarguiva affinché non venisse approvata la proposta di legge dell'onorevole Fortuna, socialista, sul divorzio "essendo il Governo nella maggioranza democristiana". In perfetto stile moroteo, Moro si barcamena, e rassicura, ad esempio, il segretario della Commissione episcopale così: "io stesso sono partecipe delle preoccupazioni dei cattolici italiani. E il progetto sul "piccolo divorzio" ha carattere individuale e non ha l'appoggio del Psi". La bozza di una lettera sta a testimoniare che Moro rassicurava il Papa in persona sul fatto che "la Dc non verrà mai meno, pur nel necessario adattamento alle contingenze politiche, in vista della salvezza della democrazia, alle sue caratteristiche di raggruppamento di cattolici militanti preoccupati di assicurare la libertà alla Chiesa, la piena efficacia della sua azione apostolica in Italia". Ma è nel 1967 che Aldo Moro, presidente del Consiglio, ha vissuto i suoi momenti più difficili, quando la tensione fra il presidente della Repubblica Giuseppe Saragat e il Pontefice arriva ai limiti della crisi diplomatica. Le carte dell'archivio privato del politico ucciso dalle Bierre svelano a questo proposito uno squarcio di storia inedito. Come la sfuriata di Saragat contro Paolo VI, che il 23 gennaio del '67 parlando ai componenti della Sacra Romana Rota (intervento riportato sull'Osservatore Romano), aveva sparato a zero contro quei politici che "sostengono non essere contraria alla Costituzione una proposta di legge per l'introduzione del divorzio nella legge italiana". Dal Quirinale era arrivata il giorno stesso alla presidenza del Consiglio una lettera al vetriolo, intimando a Moro di intervenire perché "gli apprezzamenti e i giudizi" del Papa, "riferendosi a atti del parlamento nazionale, rappresentano una non consentita ingerenza nella vita dello Stato". Saragat non era nuovo a quelle scenate contro Paolo VI. All'Archivio centrale dello Stato se ne trova almeno un'altra testimonianza. Si tratta di un appunto riservato dell'8 aprile del '67 che il capo ufficio stampa della presidenza aveva redatto per lo stesso Moro su ciò che il presidente della Repubblica, qualche giorno prima, aveva detto durante una conversazione con l'allora direttore del Corriere della Sera. Quel colloquio verteva sull'Enciclica Populorum Progressio, nella quale il Papa dimostrò una notevole attenzione nei confronti dei paesi del Terzo Mondo, portando inevitabilmente ad una diversa considerazione della questione vietnamita. Ebbene, commentando l'Enciclica - si legge nella nota del capo ufficio stampa di Moro - Saragat - preoccupato per l'accentuarsi dell'antiamericanismo fra l'opinione pubblica anche cattolica - disse che "il Papa ha offeso tutto l'Occidente, ha dimostrato di non capire niente del capitalismo il quale ha svolto una determinante funzione in difesa della nostra civiltà. Non si rende conto che l'aiuto ai Paese sottosviluppati costa enormemente e solo il capitalismo l'ha realizzato". "Al Papa - si legge ancora nella nota riservata - Saragat ha riservato una serie di apprezzamenti personali sulle sue doti e capacità sul modo di esercizio delle sue funzioni papali così sprezzanti che per opportunità non si riferiscono". Oltre alle crisi Quirinale-Vaticano, sempre nel '67 Moro ha dovuto gestire il deflagrare del caso Sifar, la scoperta (fatta grazie a una inchiesta dell'Espresso di Eugenio Scalfari), che i servizi segreti militari del generale Giovanni De Lorenzo, anziché occuparsi di sicurezza nazionale, avevano messo su una centrale di spionaggio raccogliendo 200 mila dossier con informazioni su abitudini private e sessuali di politici e dei loro parenti e conoscenti. Fra questi dossier, ce n'erano 40 con la copertina gialla dedicati ad altrettante super personalità di entrambi gli schieramenti politici. Anche qui, dalla corrispondenza Moro-Saragat, saltano fuori elementi illuminanti su quei fatti. Fu Saragat - stando ai documenti dell'archivio - a chiedere al Governo la testa del generale De Lorenzo che, sempre nel colloquio "spiato" dal capo ufficio stampa di Moro, non aveva esitato a definire "un generale messicano. Un delinquente. Lo mando in galera, disgraziato, ha fatto 200 mila fascicoli".
(19 novembre 2008)

martedì 18 novembre 2008

Testamento biologico

Diego Velazquez Genova La richiesta inoltrata ai superiori
Il convento vuole il testamento biologico «Non si può vivere come vegetali»
Suor Ildefonsa: ho visto tanta sofferenza, aspetto il permesso insieme con tre sorelle
Suor Ilda accudisce i malati del Don Orione (Pambianchi)GENOVA - Suor Ildefonsa ha settantaquattro anni, ha preso il velo a diciassette e da allora non ha mai smesso di dedicarsi agli altri, ai più sfortunati: per venticinque anni si è presa cura dei ricoverati del Don Orione, è vissuta a contatto della sofferenza più profonda. Ieri suor Ildefonsa, per tutti suor Ilda, ha ricevuto a Genova un premio come «donna fuori dal coro», e ha mantenuto fede al suo carattere. «Ho chiesto ai miei superiori — rivela — di poter fare il testamento biologico. È stata una richiesta verbale, non l'ho messo per scritto, sono in attesa». Rispetta l'obbedienza suor Ilda, e con serenità ripete «sono dentro alla Chiesa», ma con umiltà ha posto un problema: «Non voglio essere ridotta come un vegetale. Se questo fosse il mio destino vorrei che mi lasciassero andare via in pace, ho letto che anche Papa Giovanni Paolo II avrebbe detto, arrivato il suo momento, "lasciatemi andare"». «Questa richiesta non mi risulta », ha detto brevemente ieri sera il cardinale di Genova Angelo Bagnasco, «in ogni caso — ha aggiunto riferendosi al testamento biologico e al caso di Eluana Englaro di cui aveva appena parlato per ribadire le posizioni della Chiesa — non credo che si tratterebbe di una richiesta in questa prospettiva». Suor Ilda non è la sola, nel suo ordine, ad aver riflettuto sulla fine della vita e a voler mettere per scritto le proprie volontà: «Siamo in quattro sorelle. Chiediamo se possiamo fare il testamento biologico per respingere ogni accanimento terapeutico». La decisione, come ha raccontato ieri Il Secolo XIX, è di poco tempo fa: «È successo questo — racconta suor Ilda —. Una sorella è stata male e si è accasciata a terra nel cortile, aveva avuto un ictus. È arrivata l'ambulanza ed è stata intubata subito, sul posto, e poi ricoverata al Galliera».
L'ospedale Galliera di Genova è di una Fondazione presieduta per statuto dal vescovo della città, oggi monsignor Bagnasco. «La sorella è rimasta intubata, attaccata alle macchine quasi tre mesi», continua suor Ilda, «e io ho sofferto tanto vedendola in quello stato. Poi una notte mi hanno chiamato, aveva un febbrone ed è finita. Io ho pensato: non voglio essere attaccata alle macchine, non voglio che la fine sia così. Perché prolungare la sofferenza per sé e per gli altri?». Ha visto tante sofferenze, suor Ilda, ha accompagnato molte persone nell'ultimo viaggio, e parla con grande sincerità: «Ho perso da poco il mio unico fratello. L'ho assistito in ospedale e insieme abbiamo detto tante volte il rosario. Soffriva e mi confidava: sono stanco, basta. Ho pregato perché il Signore aprisse le sue braccia e lo accogliesse a sé. Si dice che gli ultimi giorni di sofferenza possono avvicinare a Dio ed essere una benedizione, ma io non so se portano veramente alla salvezza o alla dannazione. Anche la scienza, la medicina, possono sbagliare. È meglio che la Provvidenza faccia il suo corso ». Questa piccola suora dal carattere intrepido ha fiducia nella Chiesa: «È in cammino, come tutti noi, nel buio e con sprazzi di luce: ma la luce arriva sempre. C'è bisogno di tempo. Sono stata fra le prime a fare atto notarile per poter donare gli organi, ora, per il testamento biologico aspetterò ». Suor Ildefonsa, vuole chiarire il suo pensiero: «Io credo fermamente nella vita. Fin dal primo istante del concepimento. Ho accudito al Don Orione bambini senza alcuna facoltà mentale, senza arti, a volte qualche visitatore diceva: ma a chi serve una vita così? Io rispondevo: serve a te, perché tu ti possa chiedere che cosa sai fare per loro».
Erika Dellacasa18 novembre 2008 Corriere della Sera

Antenati

Camilla Gonzaga e figliUn gruppo di ricercatori tedeschi l'ha individuato nei pressi di Eulau
La prima famiglia della storia: sepolta 4600 anni fa
Padre e madre nella tomba con i due figli: tutti vittime di un'aggressione da parte di un'altra comunità
MILANO — Li hanno trovati abbracciati come li avevano sepolti 4.600 anni fa a Eulau, in Sassonia (Germania). Le loro braccia si incrociano, le loro mani si uniscono. Sono un padre, una madre e due figli. I genitori hanno poco più di trent'anni e di fronte, coricati, ci sono un bambino di cinque anni e un ragazzo di nove: è la prima immagine di una famiglia.
La certezza arriva dall'indagine investigativa di antropologi e archeologi degna del serial televisivo CSI, tra impronte genetiche, microscopi e radioisotopi. Investigare in un mondo così remoto non è stato facile. Tutto iniziava nel 2005 quando nella zona si scoprivano quattro sepolture multiple che lasciavano un po' perplessi. Dalle analisi si capiva l' età dei resti ossei e l'appartenenza al periodo neolitico ma rimaneva l'incertezza davanti al tipo di sepultura giudicata inusuale per quel tempo. Gli studi aggiungevano presto altre sorprese.
L'indagine del Dna rivelava infatti che i componenti di uno dei gruppi scoperti erano tutti legati fra loro e formavano un nucleo familiare, il primo di cui sia stata raccolta sicura traccia. «Stabilendo il collegamento genetico fra i due adulti e i due figli sepolti assieme — sostiene Wolfgang Haak dell'Università di Adelaide alla guida della ricerca — abbiamo certificato la presenza di un classico nucleo di famiglia nel contesto preistorico dell'Europa centrale. Per quanto ne sappiamo si tratta della più antica prova genetica che lo dimostri e la loro unità nella morte suggerisce l'unità nella vita. Tuttavia — aggiunge Haak — ciò non vuol dire che la famiglia sia un modello universale o che sia la più antica istituzione delle comunità umane». I dettagli del ritrovamento pubblicati sui Proceedings dell'Accademia nazionale delle scienze americana raccontano una storia violenta. Tredici individui tra grandi e piccoli sono vittime di un violento scontro.
Una donna ha una pietra conficcata tra le vertebre, un'altra ha il cranio fracassato. Diversi corpi mostrano invece pesanti ferite alle braccia e alle mani. L'esame dei resti è stato ampio facendo ricorso oltre che alle valutazioni genetiche anche all'antropologia fisica e all'archeologia. E l'analisi isotopica ha permesso poi di allargare la visione all'organizzazione sociale del gruppo. «Misurando gli isotopi dello stronzio nei loro denti riteniamo che alcuni abbiano trascorso la vita lontano dal luogo dove li abbiamo rivenuti — nota Alistar Pike archeologo dell'Università di Bristol —. In particolare le femmine sembrano essere vissute da giovani in regioni diverse rispetto a quelle dei maschi e dei figli. E questo prova l'esogamia, cioè i matrimoni con donne di località distanti ma pure la patrilocalità, per cui le donne si muovevano verso i luoghi dei maschi. Simili tradizioni erano già considerate importanti per evitare incroci tra consanguinei e per rafforzare i rapporti con altre comunità ».
Le vittime dello scontro, poi composte nelle loro tombe secondo un rituale ormai diffuso, praticavano l'agricoltura e forse andavano anche a caccia. Inoltre vantavano una buona abilità manuale lavorando la ceramica. «Ma non è detto per forza che le donne provenissero da altre zone — nota Lorenzo Facchini antropologo dell'Università di Bologna — Potrebbe essere che i diversi livelli di stronzio riscontrati nei denti dipendessero soltanto da una dieta differente. Naturalmente è solo un'ipotesi e la scoperta del nucleo è di per sé interessante. Che comunque i gruppi familiari esistessero già in epoche ancora più remote è assodato. La coppia era una necessità naturale per la procreazione e per garantire la cura e la crescita dei figli ». Il giallo di 4.600 anni fa rimane però solo parzialmente risolto. Le cause dello scontro che portarono alla morte adulti, ragazzi e bambini restano sconosciute. Ma la pietà dei sopravvissuti ha voluto ricomporre quei rapporti violentemente interrotti quasi per preservarli e dare loro continuazione nell'aldilà.
Giovanni Caprara 17 novembre 2008 (ultima modifica: 18 novembre 2008) Corriere della Sera

lunedì 17 novembre 2008

Il secondo lavoro delle toghe

Correggio/Principessa SavoiaSe i giudici si danno l'aumento da soli
Il caso degli arbitrati: un emendamento del Pdl fa tornare la «giustizia parallela» dove lo Stato perde
Più «amanti» per tutti. Ricordate come il giudice Aldo Quartulli definì gli arbitrati, che consentono ai magistrati amministrativi di guadagnare soldi extra? «Le sentenze sono la moglie, gli incarichi l'amante». Bene: dopo essere stati più volte aboliti e ripristinati, stanno per tornare alla grande. Grazie a un emendamento che andrà in discussione proprio martedì. Il cuore dell'emendamento, firmato da tre senatori del Pdl, Massimo Baldini, Valter Zanetta e Luigi Grillo (il presidente della commissione Lavori pubblici del Senato rinviato a giudizio per concorso in aggiotaggio per i suoi rapporti con Giampiero Fiorani) è racchiuso in una sola riga: «Sono abrogati i commi 19, 20, 21 e 22 dell'articolo 3 della legge 24 dicembre 2007, n. 244». Arabo, per i non addetti ai lavori. Ma l'obiettivo è chiaro: vengono abolite le norme introdotte nell'ultima finanziaria del governo Prodi che vietavano alle pubbliche amministrazioni, senza eccezioni, di stipulare contratti contenenti la clausola del ricorso all'arbitrato in caso di disaccordo. Pena, l'intervento della Corte dei conti e pesanti sanzioni.
Riassumiamo? Gli arbitrati (aboliti dal governo Ciampi, ripristinati da Berlusconi, ri-aboliti da Dini e via così…) sono una specie di corsia preferenziale parallela alle cause civili. Se l'ente pubblico che ha commissionato un lavoro e chi quel lavoro lo ha eseguito vanno a litigare sui soldi, possono chiedere che a stabilire le ragioni e i torti non sia la lentissima giustizia civile ma una specie di giurì. Un arbitro lo nomina un litigante, uno quell'altro e i due insieme nominano il presidente. Niente di male, apparentemente. Se non fosse per due nodi. Primo: gli «arbitri» sono spesso giudici chiamati a decidere «privatamente » su cose che a volte toccano lo stesso Comune, la stessa Provincia, la stessa Regione o lo stesso Ministero su cui possono essere delegati a decidere nelle vesti di membri dei Tar o del Consiglio di Stato. Secondo nodo: stando ai dati del presidente dell'Autorità per la vigilanza dei lavori pubblici Luigi Giampaolino, lo Stato (guarda coincidenza…) perde sempre. O quasi sempre: in 279 arbitrati in due anni tra il luglio 2005 e il giugno 2007, ha vinto appena 15 volte. Sconfitto nel 94,6% dei casi, ha dovuto pagare alle imprese private 715 milioni di euro. Pari al costo del Passante di Mestre.
Va da sé che, oltre ai privati, hanno esultato gli arbitri. Che si sono messi in tasca, euro più euro meno, una cinquantina di milioni. Una cosa «indecorosa», diceva un tempo Franco Frattini invocando «l'incompatibilità totale fra lavoro istituzionale dei giudici e altri incarichi ». «Inaccettabile», concorda il Csm che da anni non consente ai giudici civili e penali di accettare arbitrati. «Indecente», insiste Antonio Di Pietro, che più di tutti ha spinto, da ministro delle Infrastrutture, per mettere fine all'andazzo. Macché: di proroga in proroga, è rimasto tutto come prima. E il divieto assoluto di ricorrere all'arbitrato non è mai entrato, di fatto, in vigore. Peggio: l'emendamento Grillo- Baldini-Zanetta non si limita a ripristinare gli arbitrati. Va oltre. E stabilisce una specie di percorso automatico: o l'ente pubblico e l'impresa privata che vanno in lite si accordano entro un mese oppure, senza più le procedure di prima, si va dritti alla composizione arbitrale. E dato che in questi casi lo Stato perde quasi sempre, va da sé che questo potrebbe spingere perfino le amministrazioni più riluttanti, per non subire oltre il danno la beffa di dover pagare avvocati e spese processuali, a rassegnarsi alla «proposta di accordo bonario». Cioè alle richieste delle imprese. Coscienti di spazzare via tre lustri di tentativi di moralizzazione avviati da Carlo Azeglio Ciampi, gli autori dell'emendamento hanno sciolto nella pozione uno zuccherino: il dimezzamento dei compensi minimi e massimi dovuti agli arbitri. Evviva! Fermi tutti: salvo la possibilità di aumentare del 25% le parcelle «in merito alla eccezionale complessità delle questioni trattate, alla specifiche competenze utilizzate e all'effettivo lavoro svolto». E chi decide l'aumento? Gli arbitri stessi.
Non bastasse, la sconcertante manovra per rilanciare gli arbitrati mai aboliti arriva nella scia di altri due episodi, diciamo così, controversi, che riguardano gli stessi magistrati amministrativi, da sempre cooptati a decine in questo e quel governo, di sinistra o di destra, come capi di gabinetto o responsabili degli uffici legislativi. Incarichi che ricoprono continuando a progredire nella carriera giudiziaria come fossero quotidianamente presenti e cumulando i due stipendi. Il primo è la decisione di spostare la definizione delle norme che dovrebbero regolare gli incarichi pubblici. Abolito il tetto massimo di 289 mila euro fissato da Prodi, tetto che arginava alcuni stipendi stratosferici, il governo si era impegnato a fissare le nuove regole entro il 31 ottobre. Macché: tutto rinviato. Nel frattempo non solo tutto resta come prima, ma alcune società pubbliche come il Poligrafico, la Fincantieri o l'Anas hanno rimosso dai loro siti l'elenco delle consulenze e il loro importo, vale a dire uno dei fiori all'occhiello rivendicato sia dal vecchio governo di sinistra sia da Renato Brunetta. Ma la seconda «eccentricità» è forse ancora più curiosa. Riguarda un concorso. Erano in palio 29 posti di «referendario» (traduzione: giudice) nei Tar.
Presidente della Commissione: Pasquale De Lise, «aggiunto» del Consiglio di Stato e autore di una celebre battuta sugli arbitrati suoi: «Il guadagno legittimo di qualche soldo». Partecipanti: 415 candidati. Ammessi agli orali, svoltisi in queste settimane: 30. E chi c'è, tra questi promossi? Una è Paola Palmarini, docente alla Scuola Superiore dell'Economia e delle Finanze di cui tempo fa era rettore il marito, Vincenzo Fortunato, capo di gabinetto di Giulio Tremonti nonché membro del Consiglio di Presidenza, cioè dell'organo di autogoverno delegato a nominare le commissioni d'esame. Un'altra è Anna Corrado, moglie di Salvatore Mezzacapo, giudice dei Tar e lui stesso membro dell'organo di autogoverno che sceglie le commissioni. Il terzo è Enrico Mattei fratello del magistrato del Tar Fabio Mattei, ammesso agli orali (dopo essere stato inizialmente scartato), grazie a una sentenza del Tar Lombardia firmata da Pier Maria Piacentini, il quale non molto tempo prima aveva avuto dal già citato organo di autogoverno l'autorizzazione ad assumere un incarico molto ben remunerato «di studio e approfondimento dei problemi concernenti concessioni di valorizzazione dei beni demaniali». Incarico «conferito dal Direttore dell'Agenzia del Demanio ». Cioè dalle Finanze.
Sergio Rizzo Gian Antonio Stella 17 novembre 2008 Corriere della Sera

giovedì 13 novembre 2008

Necropoli

Hygeia/KlimtScoperta in Sicilia la necropoli più grande della Magna Grecia
di Andrea D'Orazio
Resti di bambini, scheletri di soldati e civili con segni di frecce, spade e cruente battaglie, e poi ancora resti di case e piccoli templi. Dalla zona di Himera, alle porte di Termini Imerese, in provincia di Palermo, sono tornati alla luce i segreti del tempo: vestigia che racchiudono storie, usanze, abitudini, credenze risalenti alla presenza ellenica in terra di Sicilia, un periodo compreso tra il VI e il V secolo avanti Cristo. Migliaia di corpi, tombe e utensili scoperti in un’area che può ancora riservare molte sorprese, tante da far pensare ad archeologi prudenti che si tratti della più grande necropoli greca mai scoperta nell’isola.Tombe di vario genere, che risalgono a un periodo tra il VI e il V secolo avanti Cristo, dalle quali stanno affiorando non solo resti umani in grande quantità ma anche un enorme corredo funerario costituito da lucerne, crateri e ceramiche di varia fattura. I primi resti sono stati trovati in lotto di 20 chilometri, nel corso dei lavori per la costruzione di un tratto ferroviario che collega le località palermitane attorno alla piana di Himera. Poi, l’intervento dei ricercatori e gli scavi mirati della sovrintendenza di Palermo, finanziati da Rete ferroviaria italiana, realizzati attorno a un luogo che comprende già siti archeologici di epoca greca. Fino alla grande scoperta: circa diecimila tombe - la maggior parte a «cappuccina», dentro le quali i cadaveri venivano inumati in posizione supina - documentano le più significative tipologie funerarie e i riti che accompagnavano i cerimoniali connessi alla deposizione dei morti. Elevatissima la percentuale di sepolture di neonati, circa il 25/30 per cento, i cui resti venivano posti dentro anfore accompagnati, spesso, dal corredo funebre: oggetti di vario tipo usati da madre e figli, tra cui non mancano i «guttus», piccoli vasetti di terracotta dotati di un beccuccio con funzione di poppatoi. Schegge di vita quotidiana, dunque, ma anche di battaglie combattute all’ultimo sangue. Himera infatti, alleata della città greca di Siracusa, nel 480 e nel 409 a. C. fu teatro di due cruenti scontri con i cartaginesi. Da qui il ritrovamento di scheletri e oggetti di soldati e prigionieri, alcuni contenuti anche in fosse comuni. La grande quantità di materiale recuperato è stato per il momento trasferito nel vicino Antiquarium, dove si trovano già testimonianze raccolte nel tracciato urbano dell'antica città, in attesa che venga catalogato, restaurato e poi esposto in un museo. La struttura, su questo gli amministratori locali e regionali concordano, sorgerà a Termini Imerese. La scoperta è destinata ad arricchire le conoscenza sulla storia, la cultura e le abitudini alimentari degli abitanti di uno degli avamposti occidentali più importanti della Magna Grecia, che per la sua posizione strategico militare e commerciale riuscì per anni a contenere le mire espansionistiche provenienti dall’Africa. Fino all’ultimo attacco di Annibale Magone (nel 409), quando la città venne espugnata, gli abitanti massacrati o deportati a Cartagine, la civiltà distrutta ma non dimenticata, prima attraverso i racconti di Tucidide e Cicerone, adesso, a secoli di distanza, con le tracce lasciate nella grande necropoli. da L'Unità

mercoledì 12 novembre 2008

Ma quanto mi costi!

Le uscite nel 2008 sono salite di 13 milioni. Colpa dei nuovi vitalizi
I costi della politica: più 100 milioni
I Palazzi del potere hanno aumentato le spese Dalle agende alle liquidazioni, sprechi e privilegi
Nelle bellissime agende da tavolo e agendine da tasca del Senato, appositamente disegnate per il 2009 dalla fashion house Nazareno Gabrielli, tra i 365 giorni elegantemente annotati ne manca uno. Il giorno con il promemoria: «Tagli ai costi della politica». A partire, appunto, dal costo delle agendine: 260.000 euro. Mezzo miliardo di lire. Per dei taccuini personalizzati. Più di quanto costerebbero di stipendio lordo annuo dodici poliziotti da assumere e mandare nelle aree a rischio. Il doppio, il triplo o addirittura il quadruplo di quanto riesce a stanziare mediamente per ogni ricerca sulla leucemia infantile la Città della Speranza di Padova, la struttura che opera grazie a offerte private senza il becco di un quattrino pubblico e ospita la banca dati italiana dei bambini malati di tumore.
Sentiamo già la lagna: uffa, questi attacchi alle istituzioni democratiche! Imbarazza il paragone coi finanziamenti alle fondazioni senza fini di lucro? Facciamone un altro. Stando a uno studio del professor Antonio Merlo dell'Università della Pennsylvania, che ha monitorato gli stipendi dei politici americani, quelle agendine costano da sole esattamente 28.000 euro (abbondanti) più dello stipendio annuale dei governatori del Colorado, del Tennessee, dell'Arkansas e del Maine messi insieme. È vero che quei quattro sono tra i meno pagati dei pari grado, ma per guidare la California che da sola ha il settimo Pil mondia-le, lo stesso Arnold Schwarzenegger prende (e restituisce: «Sono già ricco») 162.598 euro lordi e cioè meno di un consigliere regionale abruzzese.
Sono tutti i governatori statunitensi a ricevere relativamente poco: 88.523 euro in media l'anno. Lordi. Meno della metà, stando ai dati ufficiali pubblicati dalla Conferenza delle Regioni e delle Province autonome, degli emolumenti lordi d'un consigliere lombardo. Oppure, se volete, un quarto di quanto guadagna al mese il presidente della Provincia autonoma di Bolzano Luis Durnwalder, che porta a casa 320.496 euro lordi l'anno. Vale a dire quasi 36.000 euro più di quanto guadagna il presidente degli Stati Uniti.(...) Se è vero che non saranno le agendine o i menu da dieci euro a portare alla rovina lo Stato italiano, è altrettanto vero però che non saranno le sforbiciatine date dopo il deflagare delle polemiche a raddrizzare i bilanci d'un sistema mostruosamente costoso. Né tanto meno a salvare la cattiva coscienza del mondo politico. Certo, l'abolizione dell'insopportabile andazzo di un tempo, quando bastava denunciare la perdita o il furto di un oggetto per avere il risarcimento («Ho perso una giacca di Caraceni». «Prego onorevole, ne compri un'altra e ci porti lo scontrino»), è un'aggiustatina meritoria. Come obbligati erano la soppressione a Palazzo Madama del privilegio del barbiere gratuito e l'avvio di un nuovo tariffario (quasi) di mercato: taglio 15 euro, taglio con shampoo 18, barba 8, frizione 6... E così la cancellazione del finanziamento di 200.000 euro per i corsi di inglese che non frequentava nessuno. E tante altre cosette ancora. Un taglietto qua, una limatina là... (...) Sul resto, però, buonanotte. L'andazzo degli ultimi venti anni è stato tale che, per forza d'inerzia, i costi hanno continuato a salire. Al punto che i tre questori Romano Comincioli (Pdl), Benedetto Adragna (Pd) e Paolo Franco (Lega Nord), nell'estate 2008, hanno ammesso una resa senza condizioni scrivendo amaramente nel bilancio: «Non è stato possibile conseguire l'obiettivo di inversione dell'andamento della spesa in proposito fissato dal documento sulle linee guida».
Risultato: le spese correnti di Palazzo Madama, nel 2008, sono salite di quasi 13 milioni rispetto al 2007 per sfondare il tetto di 570 milioni e mezzo di euro. Un'enormità: un milione e 772.000 euro a senatore. Con un aumento del 2,20 per cento. Nettamente al di sopra dell'inflazione programmata dell' 1,7 per cento.
Colpa di certe spese non facilmente comprensibili per un cittadino comune: 19.080 euro in sei mesi per noleggiare piante ornamentali, 8.200 euro per «calze e collant di servizio» (in soli tre mesi), 56.000 per «camicie di servizio » (sei mesi), 16.200 euro per «fornitura vestiario di servizio per motociclisti ». Ma soprattutto dei nuovi vitalizi ai 57 membri non rieletti e dei 7.251.000 euro scuciti per pagare gli «assegni di solidarietà» ai senatori rimasti senza seggio. Come Clemente Mastella. Il cui «assegno di reinserimento nella vita sociale» (manco fosse un carcerato dimesso dalle patrie galere) scandalizzò anche Famiglia Cristiana che gli chiese di rinunciare a quei 307.328 euro e di darli in beneficenza. Sì, ciao: «La somma spetta per legge a tutti gli ex parlamentari». Fine.
Grazie alle vecchie regole, il «reinserimento nella vita sociale» di Armando Cossutta è costato 345.600 euro, quello di Alfredo Biondi 278.516, quello di Francesco D'Onofrio 240.100. Un pedaggio pagato, ovviamente, anche dalla Camera. Dove Angelo Sanza, per fare un esempio, ha trovato motivo di consolazione per l'addio a Montecitorio in un accredito bancario di 337.068 euro. Più una pensione mensile di 9.947 euro per dieci legislature. Pari a mezzo secolo di attività parlamentare. Teorici, si capisce: grazie alle continue elezioni anticipate, in realtà, di anni «onorevoli » ne aveva fatti quattordici di meno.
Un dono ricevuto anche da larga parte dei neo-pensionati che erano entrati in Parlamento prima della riforma del 1997 e come abbiamo visto si erano tirati dietro il privilegio di versare con modica spesa i contributi pensionistici anche degli anni saltati per l'interruzione della legislatura. Come il verde Alfonso Pecoraro Scanio, andato a riposo a 49 anni appena compiuti con gli 8.836 euro al mese che spettano a chi ha fatto 5 legislature pur essendo stato eletto solo nel 1992: 16 anni invece di 25. Oppure il democratico Rino Piscitello: 7.958 euro per quattro legislature nonostante non sia rimasto alla Camera 20 anni ma solo 14. Esattamente come il forzista Antonio Martusciello. Che però, con i suoi 46 anni, non solo ha messo a segno il record dei baby pensionati di questa tornata ma ha trovato subito una «paghetta» supplementare come presidente del consiglio di amministrazione della Mistral Air: la compagnia aerea delle Poste italiane.
C'è poi da stupirsi se, in un contesto così, le spese dei Palazzi hanno continuato a salire? Quirinale, Senato, Camera, Corte costituzionale, Cnel e Csm costavano tutti insieme nel 2001 un miliardo e 314 milioni di euro saliti in cinque anni a un miliardo e 774 milioni. Una somma mostruosa. Ma addirittura inferiore alla realtà, spiegò al primo rendiconto Tommaso Padoa-Schioppa: occorreva includere correttamente nel conto almeno altri duecento milioni di euro fino ad allora messi in carico ad altre amministrazioni dello Stato. Ed ecco che nel 2007 tutti gli organi istituzionali insieme avrebbero pesato sulle pubbliche casse per un miliardo e 945 milioni. Da aumentare nel 2008 fino a un miliardo e 998 milioni. A quel punto, ricorderete, nell'ottobre 2007 scoppiò un pandemonio: ma come, dopo tante promesse di tagli, il costo saliva di altri 53 milioni di euro, pari circa al bilancio annuale della monarchia britannica? Immediata retromarcia. Prima un ritocco al ribasso. Poi un altro. Fino a scendere a un miliardo e 955 milioni. «Solo» dieci milioncini in più rispetto al 2007. Col Quirinale che comunicava gongolante di aver tagliato, partendo dai corazzieri (lo specchietto comunemente usato per far luccicare gli occhi delle anime semplici), il 3 per mille. Certo, era pochino rispetto ai tagli del 61 per cento decisi dalla regina Elisabetta, però era già una (piccola) svolta...
Bene: non è andata così. Nell'assestamento di bilancio per il 2008 i numeri hanno continuato a salire e salire fino ad arrivare il 13 agosto a 2 miliardi e 55 milioni di euro. Cento milioni secchi più di quanto era stato annunciato in un tripudio di bandiere che sventolavano per festeggiare i «tagli». Risultato finale: l'aumento che avrebbe dovuto essere virtuosamente contenuto nello 0,5 per cento si è rivelato di almeno il 5,6: undici volte più alto.(Brano tratto da «La Casta», nuova edizione aggiornata)
Sergio Rizzo, Gian Antonio Stella12 novembre 2008 Corriere della Sera

lunedì 10 novembre 2008

Che botte!

Gambell10/11/2008 (8:32) - L'ANALISI
Le futili ragioni dell'odio fra cristiani
Una convivenza difficile tra 4 chiese concentrate in pochi metri
FRANCO GARELLI
ROMA Proprio in un mondo in cui la religione si coniuga sempre più al plurale desta particolare scalpore la violenta rissa tra monaci armeni e greco ortodossi scoppiata ieri nella Basilica del Santo Sepolcro a Gerusalemme. Una zuffa senza esclusione di colpi, come dicono le cronache, con un ricco repertorio di pugni e calci, e l'uso di candelabri per supportare le proprie ragioni. La polizia israeliana, intervenuta prontamente (forse perché già allertata) per sedare la rissa da stadio, ha fermato due monaci «rivali», ma conta tra le fila due feriti. Al di là del motivo contingente dello scoppio del conflitto (con i monaci armeni che hanno accusato quelli greco ortodossi di non aver lasciato libero il campo in occasione della loro cerimonia annuale della croce), è utile comprendere perché quello del Santo Sepolcro è uno spazio in cui il fuoco cova costantemente sotto la cenere. La rissa di ieri non è occasionale e riflette una situazione esplosiva che da anni coinvolge tutti gli attori religiosi che si dividono questo luogo sacro, unico per la sua importanza. In un ristrettissimo spazio sacro si riverbera una storia di divisioni del cristianesimo, che si sono cristallizzate nel tempo e continuano tutt'oggi.La centralità del Santo Sepolcro (per le confessioni cristiane) è evidente, dal momento che esso è il solo spazio in cui si possa dire con una certa sicurezza che l'evento salvifico e quello storico coincidano. Tutto si svolge attorno al monte Sion, sulla cui spianata c'è la moschea (che ricorda il luogo in cui Allah ha consegnato a Maometto il Corano), sul lato sinistro è situato il muro del pianto (ultima traccia del tempio di Salomone), mentre più spostato è ubicato il Santo Sepolcro. Nel raggio di nemmeno due chilometri, vi sono i maggiori luoghi della memoria delle tre grandi religioni del Libro. All'interno di questo luogo fondamentale della memoria, si assiste alla cogestione del Santo Sepolcro da parte di sei comunità. In primis le quattro chiese che gestiscono la Basilica (la greco ortodossa, l'armena, la copta e la latina); sul tetto della Basilica vi sono altre due comunità monastiche, una della chiesa copta ortodossa, l'altra di quella etiope ortodossa, che si contendono da sempre questo spazio.Tra queste diverse confessioni religiose (e gli «inquilini» monaci che le rappresentano) la convivenza è difficile, per varie ragioni. Anzitutto è assai arduo organizzare e dividere l'uso temporale dello spazio comune, in quanto la porta e la navata sono uniche e non è detto che le celebrazioni di una confessione religiosa (messa, processione, pellegrinaggio) terminino in modo cronometrico prima che inizino quelle di un'altra chiesa. Si può stabilire quando inizia una liturgia, mentre è più difficile prevedere quando essa finisce o di quanto può sforare rispetto ai tempi previsti; ciò perlomeno se si ha una concezione «vitale» e non meccanica degli eventi liturgici. All'interno di questo quadro, c'è la questione plurisecolare dei calendari, in quanto le diverse chiese non hanno un calendario liturgico comune. Per cui c'è il rischio talvolta della coincidenza di festività importanti nello stesso giorno, che crea tensioni e suscettibilità tra le diverse confessioni.Oltre a ciò, le diverse chiese sono rappresentate nella basilica da comunità monastiche, che non sono espressione di una comunità allargata di fedeli. I fedeli che frequentano il Santo Sepolcro sono i pellegrini che vi giungono da tutto il mondo, per cui i monaci delle diverse chiese nel rivendicare il loro spazio nell'ambiente intendono difendere anche quel diritto al pellegrinaggio dagli evidenti risvolti culturali ed economici.Infine, da tempo si rende necessaria un'opera di restauro della basilica, che rischia il crollo per rilevanti problemi di statica. Alcune comunità di monaci presenti non condividono gli interventi, ritenendo che essi siano invasivi e possano alterare gli aspetti reali e simbolici del luogo santo. Così un luogo sacro per eccellenza come il Santo Sepolcro continua a essere ancor oggi un fattore di tensione e conflitto tra le confessioni religiose cristiane. La Stampa

domenica 9 novembre 2008

Megafono

Kirchner/FranziFenomenologia e storia di uno strumento-simbolo
Megafono, dai teatri dell'antica Grecia alle manifestazioni dei giorni nostri
di VALERIO GUALERZI
Acquistare l'originale Rcf Mg80 visto in piazza anche negli anni Settanta: 115 euro. Comprare una volgare imitazione da uno dei tanti ambulanti di Campo dè Fiori: venti euro. Gridarci dentro "la vostra crisi non la paghiamo": non ha prezzo. In fondo, parafrasando il fortunato spot pubblicitario, è proprio questo uno dei segreti della longevità del megafono, gioiello della tecnologia rimasto solidamente al centro di tutte le rivolte studentesche malgrado dal '68 a oggi la comunicazione abbia fatto un fantascientifico salto dal ciclostile ai social network. "Il bisogno e il piacere di sentire la propria voce amplificata accompagna l'umanità da millenni, il primo megafono è stato probabilmente una grande conchiglia forata", spiega Vittorio Marchis, docente di Storia della tecnologia al Politecnico di Torino. A far compiere un ulteriore balzo sono state nel Sesto secolo avanti Cristo le compagnie teatrali dell'antica Grecia, che utilizzavano imbuti inseriti all'interno delle maschere di scena per farsi sentire anche dalle ultime file. Nel Diciassettesimo secolo sarà il gesuita tedesco Athanasius Kircher, tipica figura di erudito universale con interessi che spaziavano dalla filosofia alla meccanica, ad abbozzare qualcosa di vagamente simile all'apparecchio che conosciamo oggi. "Ma il padre della versione odierna - dice Marchis - è senz'altro Thomas Alva Edison, padre anche del fonografo". Lo sbocco ideale per una versione commerciale del prodotto era la marineria, dove è fondamentale far arrivare gli ordini da un capo all'altro delle navi sovrastando il rumore delle onde e del vento. Spulciando negli archivi dell'ufficio americano dei brevetti si scopre ancora che a depositare il disegno di un megafono sostanzialmente identico nella forma a quelli che ancora oggi scandiscono le parole d'ordine delle manifestazioni di piazza è stato nel luglio del 1951 un tale Shitetsu Kamimori, dimenticato inventore giapponese che lo registrò con la definizione di electric megaphone.
Da allora il megafono è rimasto pressoché identico e anche l'azienda leader che li produce in Italia, la Rcf di Reggio Emilia, continua a vendere lo stesso modello Mg80 da oltre trent'anni piazzando sul mercato italiano un migliaio di pezzi l'anno, soprattutto a forze dell'ordine, vigili del fuoco, marina mercantile e protezione civile. Un bel record se si pensa a trovate meno fortunate divenute obsolete nel giro di poco tempo. "Il megafono è composto da una cassa acustica, da una membrana che vibra e da una forma a imbuto che protegge il suono dal vento e orienta le onde sonore; difficile immaginare cosa potrebbe funzionare meglio", ammette Paco Lanciano, fisico e divulgatore scientifico che siamo abituati ad apprezzare al fianco di Piero Angela. "Oggi - sottolinea - viviamo con molti oggetti cordless, senza fili, ma rispetto ad altri il megafono è stato uno dei primi, forse il primo insieme alla valigetta mangiadischi. Però mentre questa è stata presto superata e sostituita infine dall'iPod, la genialità del megafono è che l'invenzione iniziale è stata definitiva, non ha avuto bisogno di evoluzione, un po' come è avvenuto con i binari del treno, rimasti identici (a parte le traversine) dai tempi della locomotiva a vapore". E pensare che dare a qualcuno del megafono non è esattamente un complimento.
(9 novembre 2008) da Repubblica

I tartassati

Harrison/NovemberLa denuncia di Contribuenti.it: evasi ogni anno 3 miliardi di euro
Un professionista su 4 non emette fattura
In testa i dentisti con il 34%, a ruota veterinari, avvocati, psicologi e medici. Si evade più a Nord-ovest
NAPOLI - In Italia il 23% dei professionisti non emette la fattura sottraendo ogni anno al fisco oltre 3 miliardi di euro. In testa alla classifica ci sono i dentisti, seguiti a ruota da veterinari e avvocati. Lo denuncia Vittorio Carlomagno, presidente di Contribuenti.it (Associazione contribuenti italiani), al convegno La riforma del fisco in Italia in corso a Napoli.
CLASSIFICA - La classifica delle categorie professionali che non emette fattura vede al primo posto i dentisti con il 34%, seguiti dai veterinari con il 33%, avvocati (31%), psicologi (30%), medici (28%), ragionieri e consulenti del lavoro (27%), architetti (25%). Seguono poi i geometri con il 23%, i periti agrari con il 22%, i periti industriali con il 21%, geologi con il 18%, ingegneri con il 17%, i giornalisti con il 14%, i notai con l'11%, i commercialisti con il 10%, chimici con il 10% e biologi con l'8%.
ZONE - L'evasione è diffusa soprattutto al Nord-ovest (35% del totale nazionale), seguito dal Centro (27,5%), dal Nord-est (24,5%) e dal Sud (13%). Contribuenti.it chiede al ministro Tremonti di convocare con urgenza il tavolo di trattativa fisco-contribuenti per accelerare l'istituzione dello Sportello del contribuente per la lotta all'evasione fiscale presso tutti gli organi dell'amministrazione finanziaria, estendere l'applicazione degli studi di settore a tutte le imprese e valutare l'opportunità di sospendere tutti gli aiuti e incentivi statali ai contribuenti che non pagano le tasse. dal Corriere della Sera

sabato 8 novembre 2008

Il ritorno della suocera

Pedro Irrureta Artola8/11/2008 (7:55) - LA STORIA
Il ritorno della suocera
Dall’Eliseo alla Casa Bianca, nei palazzi del potere si insedia una figura ingombrante
STEFANIA MIRETTI
Il mondo cambia, ma la suocera resta, questo è chiaro, perché qualcuno dovrà pur andare a prendere i bambini quando escono da scuola. Resta e s’allarga, sempre più embedded nella vita complicata della propria figlia femmina, per la quale si sacrifica, sia chiaro, pur non condividendone tutte le scelte. S’allarga e s’insedia, a dispetto della fama di sfasciafamiglie ora certificata pure dal presidente della Cei cardinal Bagnasco, il quale ha appena voluto riconoscere una onlus impegnata a salvare le unioni in crisi (primo consiglio impartito dai bravi volontari: mettere la suocera fuori casa). S’insedia e rilancia, non rinunciando a rendersi utile pure sul più ambizioso fronte della diplomazia internazionale. Per il bene delle nipotine, qualcuno lo spieghi a Bagnasco, alla Casa Bianca traslocherà infatti la signora Marian, mamma di Michelle Robinson in Obama. All’Eliseo, per analoga ragione, è già ben presente la signora Marysa, mamma di Carla Bruni in Sarkozy: dopo la signora Paola, mamma di Sonia Maino in Gandhi, la seconda suocera che noi italiane infiltriamo sullo scacchiere internazionale, e sono belle soddisfazioni. Due donne, queste ultime, che più diverse non potrebbero apparire, essendo la signora Marysa la versione contemporanea della suocera impicciona mirabilmente ritratta dalla romanziera Jane Austen (lei, Sarkozy non lo poteva soffrire, prima che si decidesse a chiedere la mano di una delle sue non più giovani figlie da marito), e la signora Paola una classica suocera subliminale, di quelle che, zitte-zitte, la propria figliola la sposano bene quando è ancora ventenne, e poi si limitano a fare avanti e indietro tra Beinasco e Nuova Delhi con mezze forme di formaggio nella valigia. Marysa che non si tiene un cecio in bocca, sempre pronta a spifferare tutto anche nel merito delle più private e insignificanti faccende domestiche; Paola che non ha mai aperto bocca in pubblico, neppure quando le sono venuti a mancare la consuocera e il genero nel modo che sappiamo. Marysa che pur di apparire non si perde la parata di Topolino a EuroDisney, Paola che per non apparire rifiutò persino d’incontrare Romano Prodi. Della signora Marian già sappiamo che neppure lei cadde immediatamente ai piedi del futuro genero, quando sua figlia glielo portò a pranzo per la prima volta nel bilocale del South Side di Chicago. Ma il sussiego di miss Bennett nel suo caso non c’entra. La sua era, pare, una diffidenza di tipo indiretto: mentre Marysa, a suo tempo, trovava Sarkò un po’ tanto bling-bling, è della propria figlia che Marian dubitava: «Pure questo ragazzo passerà», avrebbe detto. Ora è presto per dire che tipo di suocera sarà, se del genere impiccione o del tipo subliminale, ma la storia americana più recente è già disseminata di aneddoti e di piccoli indizi sui quali ragionare, e che ci fanno ipotizzare che la tosta signora di Chicago sarà piuttosto una suocera infiltrante, di quelle che non hanno bisogno di trascinarsi il genero alla riunione condominiale per affermare la propria centralità in famiglia. Di che pasta sia fatta, lo si è capito subito, mentre il genero vittorioso pronunciava il suo discorso alla nazione e lei, dietro le quinte, si augurava pubblicamente che Michelle non volesse spedire le bambine a scuola «anche domani», visto che sarebbero restate alzate fino a tardi. «Ma se vorrà», ha aggiunto, «io sono pronta ad accompagnarle». Come la povera Marysa fa ogni giorno, d’altronde: ai giornalisti dei cinque continenti, la suocera di Sarkozy ha raccontato che tocca a lei andare ogni pomeriggio a prendere il piccolo Aurelien, «perché sua madre è molto impegnata con la promozione del disco e i suoi compiti di prima signora di Francia». E’ a questo punto che a molte donne sono fischiate le orecchie, eccome se sono fischiate. In quel «se vorrà» sospirato dalla signora Marian mentre sua figlia si godeva l'appuntamento con la Storia, c’è giù tutto quel che si deve sapere sul programma di governo della prossima first suocera d’America, ex segretaria di banca che raggiunta l’età pensionabile s’insediò armi e bagagli a casa Obama-Robinson per dare una mano con le bambine. In tutto il mondo le figlie con madre/suocera di tipo infiltrante hanno riconosciuto al volo la soccorrevole stilettata, il segno inequivocabile del conflitto generazionale strisciante, di quel che accade quando la figlia «è molto impegnata fuori casa» e la madre/nonna si sacrifica «per amore dei nipoti», il che non significa piena condivisione delle scelte, ma guinzaglio corto per la mai abbastanza riconoscente figliola. Della signora Marian, casalinga sposata a un operaio comunale, nera e povera in una Chicago ancora segregazionista, capace di tirar su figli modello e di farli studiare nelle migliori scuole d’America, sappiamo che che col tempo s’è un po’ rammollita: quando Michelle tornava a Chicago nelle pause della campagna elettorale, trovava il frigorifero pieno di verdure andate a male, perché nonna non era stata capace d’imporsi sulla dieta di Sasha e Malia. Quel frigorifero dice molto sul potere della suocera embedded di tipo infiltrante, il cui presunto rammollimento senile si rivela spesso più strategico del previsto. Non a caso Mom-in-chief, mamma al comando, è stato uno degli slogan preferiti da Michelle Obama durante tutta la seconda fase della campagna elettorale. Resta da capire di quale mom stesse parlando. da La Stampa

venerdì 7 novembre 2008

Nonni

BucchiUna ricerca dimostra che i custodi migliori nei primi anni di vita sono gli anzianiIn Italia almeno uno su tre si prende cura dei nipotini quando i genitori non possono
Bambini più sicuri con i nonni dimezzati gli incidenti domestici
di SARA FICOCELLI
Le loro mani fragili ci viziavano senza malizia, riempiendo le nostre di gesti semplici e irripetibili. Eppure, secondo una ricerca americana, proprio in quella fragilità sta una forza capace di proteggere i bambini meglio di chiunque altro. I nonni, stando ai dati raccolti dalla Johns Hopkins Bloomberg School of Public Health di Baltimora, sono i custodi perfetti della salute dei nipoti e quando i bambini stanno con loro gli infortuni domestici si dimezzano, persino rispetto a quando vengono affidati alla madre. La ricerca, pubblicata sul numero di novembre della rivista Pediatrics, conferma ciò che l'istinto umano sospetta da sempre: non c'è asilo, scuola materna o genitore capace di dedicare ai bambini quelle attenzioni perfette che i nonni offrono in modo così naturale. Dallo studio risulta anche che quando i genitori non sono sposati i bambini mostrano un rischio di infortuni maggiore e il numero aumenta ancora se il padre vive altrove. Un dato che può essere letto così: più lavoro, meno tempo da dedicare ai figli, aumento delle probabilità che questi si facciano male. Per condurre lo studio, i ricercatori hanno analizzato i dati del National Evaluation of the Healthy Steps for Young Children Program, relativi a circa 5.500 neonati di 15 Paesi statunitensi, seguiti dalla nascita fino ai 35 mesi di età. "Questo non significa però che tutti i nonni siano delle botti di ferro alle quali affidare l'incolumità dei figli - mette in guardia il dottor David Bishai, docente presso il dipartimento di Popolazione, famiglia e salute del centro di ricerca di Baltimora - Ci sono persone anziane alle quali io non affiderei mai i miei bambini. E comunque ciascun genitore è in grado di garantire il massimo della sicurezza facendo maggior attenzione". Andrea C. Gielen, direttore dell'Istituto di ricerca americano sugli incidenti domestici e co-autore dello studio, ritiene invece che questi dati rappresentino un campanello d'allarme da tenere in grande considerazione: "Gli incidenti che avvengono tra le mura domestiche sono ancora la prima causa di morte tra i bambini nelle città. Questa ricerca dimostra che sono evitabili".
Anche il nostro Paese, grazie all'aumento della vita media e complice la difficoltà di trovare un posto in asilo, punta sempre di più sui nonni. Stando agli ultimi dati Istat sono circa 11 milioni, sette dei quali ha più di 65 anni, e almeno uno su tre si occupa dei nipoti in tenera età quando i genitori lavorano. Lo fanno più frequentemente se il loro livello di istruzione è basso; i nonni colti stanno invece con i nipotini solo occasionalmente o in caso di emergenza. In generale, il 70% degli anziani è anche nonno e ha circa 4 nipoti, ma solo nel 10% dei casi nonni e nipotini vivono insieme. Nonostante questo, però, i rapporti fra le due generazioni sono frequenti: il 71% dei nonni vede i nipoti almeno una volta a settimana e il 52% li sente al telefono quasi tutti i giorni. Nella maggioranza dei casi, inoltre, nonni e nipoti vivono piuttosto vicini e in almeno un caso su sei condividono lo stesso caseggiato o vivono, in un caso su quattro, nel raggio di un chilometro. "Ma gli anziani non sono solo nonni - spiega il presidente dell'Auser nazionale Michele Mangano - Noi riconosciamo un ruolo e un valore importantissimo al rapporto fra generazioni per la trasmissione dei saperi, della cultura, della storia, del "come eravamo". Gli anziani sono per questo fondamentali. E per questo crediamo che ci si dovrebbe attrezzare al più presto, in Italia, con delle politiche finalizzate all'"invecchiamento attivo". Un anziano attivo nel sociale, nel volontariato, un anziano che si iscrive ai corsi delle università della terza età, rappresenta un valido interlocutore con l'eventuale nipote. Senza per questo diventare un surrogato alla carenza dei servizi socio-assistenziali". Un altro dato, sempre nazionale, dice che il 55 per cento delle donne che lavorano affidano i figli ai propri genitori o ai suoceri. Ciò significa che nell'infanzia i nonni sono di gran lunga la prima "istituzione", dato che l'asilo nido accoglie soltanto il 22,4% dei bambini. Il successo dei nonni, secondo l'indagine Istat, è legato però soltanto in parte a ragioni opportunistiche: una mamma su due affida i figli ai nonni in primo luogo perché si fida ciecamente di loro, poi per la comodità e infine, ma solo nell'8% dei casi, per questioni di convenienza economica o mancanza di alternative. Infine, circa il 70% dei nonni contribuisce al budget della famiglia dei figli con giocattoli, elargizioni e prestiti vari.
(7 novembre 2008) da Repubblica

I bambini ci guardano

Millais/CinderellaIl legale della madre: «Non volevano ferirlo»
Liti davanti al figlio? «Maltrattamento»
Chiesto il rinvio a giudizio per due genitori in fase di separazione: «Hanno causato sofferenza al bambino»
MILANO — Il papà e la mamma che, mentre il loro matrimonio va a rotoli, litigano sotto gli occhi del figlio «attribuendosi reciprocamente la responsabilità della separazione coniugale con conseguente sfaldamento familiare», e «imputandosi a vicenda insufficienze e errori educativi nei confronti del figlio» fino a «screditare e svalutare l'altra figura genitoriale innanzi al minore», già solo con questo comportamento incorrono nel reato di «maltrattamento» del figlio per la «sofferenza psicologica cagionatagli»: è la valutazione, senza precedenti, in base alla quale la Procura di Milano chiede il rinvio a giudizio di due genitori, in fase di separazione e divorzio, proprio per l'ipotesi di «maltrattamento» del loro figlio 12enne, al quale «l’iperconflittualità genitoriale» avrebbe provocato «una sindrome ansioso-depressiva con conflitto di lealtà e scissione emotiva», «problemi di concentrazione», e «ritardo nell’apprendimento scolastico». La rilevanza del caso giudiziario è proporzionale alla sua assoluta ordinarietà e, dunque, al suo potenziale riverbero su chissà quante altre situazioni analoghe. Non è, infatti, che i due coniugi in lite (di cui qui si ometterà anche la cittadina di residenza nell’hinterland milanese per non consentire l’identificazione del minore) picchiassero il figlio o lo ingiuriassero: al contrario, erano marito e moglie assolutamente «normali» nel litigare all’interno di una coppia ormai «scoppiata». Ma il pool «reati contro soggetti deboli» della Procura, coordinato dal pm Marco Ghezzi, sulla scorta di una consulenza affidata alla psicologa Luisa Dalla Rosa, ha ritenuto di tentare di aprire una strada sinora mai battuta: il processo ai genitori (che il giudice Cesare Tacconi deciderà se disporre o meno nell’udienza preliminare fissata al 2 dicembre) quali artefici nel figlio di «sofferenza psicologica». Anni di contrasti in famiglia sono innegabili, obietta l’avvocato Piero Caprera che difende la madre, «ma nella contestazione proposta dal pm Antonio Sangermano non credo sia ravvisabile l’elemento del dolo»: i genitori non litigavano «per» fare del male al figlio, è l’argomentazione difensiva. E se non c’è dolo, per la difesa neppure è immaginabile una «negligenza» nella coppia che si separa, perché altrimenti essa dovrebbe essere contestata (secondo la difesa) al 90% di chi si lascia tra liti, strepiti e lacrime davanti ai figli. Il tenore dell’imputazione, non priva del rischio anche di una non tenuta in Tribunale, sembra però proprio voler prendere le misure al conclamato vezzo, sempre più ricorrente nella quotidianità dei tribunali, di strumentalizzare i figli da parte di genitori in rotta tra loro. Padre e madre, secondo l’accusa, «alla presenza del figlio minore si sono assunti gravi responsabilità idonee a minare la credibilità di ciascun genitore», hanno «confuso e proiettato al figlio i propri reciproci sentimenti e in particolare la rabbia, in modo da inoculare nel bambino la convinzione che ciascuno dei suoi genitori odiasse l’altro». E nonostante la consapevolezza progressivamente acquisita delle problematiche psicologiche indotte nel figlio dai loro litigi («tanto che il minore riferiva di sentirsi male quando i genitori litigavano o di essere dilaniato dal conflitto genitoriale»), padre e madre avrebbero ugualmente «attuato manipolazioni induttive e strumentalizzato il minore al fine di accattivarsene la disponibilità a favorire soluzioni di affidamento rispettivamente convenienti».
Luigi Ferrarella07 novembre 2008 Corriere della Sera