Giovanni Luigi Brera (San Zenone al Po, 8 settembre 1919 – Codogno, 19 dicembre 1992) è stato un giornalista e scrittore italiano. Grazie alla sua inventiva e alla sua padronanza della lingua italiana, è unanimemente considerato colui che più di tutti ha influenzato il giornalismo sportivo italiano del ventesimo secolo. Così presentava se stesso in un suo scritto:« Il mio vero nome è Giovanni Luigi Brera. Sono nato l'8 settembre 1919 a San Zenone Po, in provincia di Pavia, e cresciuto brado o quasi fra boschi, rive e mollenti (...). Io sono padano di riva e di golena, di boschi e di sabbioni. E mi sono scoperto figlio legittimo del Po »
Laureatosi in scienze politiche all'università di Pavia nel 1943, mentre prestava servizio come tenente paracadutista della Divisione “Folgore”, si rifugiò in Svizzera nel 1944 per sfuggire alla Gestapo, che ne sospettava la contiguità con la lotta partigiana. Rientrato in Italia, si unì alla Resistenza in Val d'Ossola. Come aiutante di campo della brigata Comoli fu l'autore del piano che sventò la distruzione per minamento del traforo del Sempione. Brera si gloriò sempre di aver attraversato tutto il periodo della Seconda Guerra Mondiale, da paracadutista e da partigiano, senza aver mai sparato ad un altro essere umano. Tornato alla vita civile, nel 1945 fu chiamato da Bruno Roghi alla Gazzetta dello Sport, il più importante quotidiano sportivo italiano, testata della quale diverrà direttore, il più giovane nella storia del giornalismo italiano, dopo un fortunato reportage dal Tour de France del 1949.
Tra le numerose testate su cui Gianni Brera scrisse, vi sono, oltre alla citata Gazzetta, Il Giorno, Il Giornale, il Guerin Sportivo e la Repubblica. I suoi articoli sono stati tradotti in diverse lingue. Si devono a Brera anche numerosi libri: manuali, saggi, romanzi, racconti e pièce teatrali e radiofoniche. Il suo romanzo più celebre fu indubbiamente Il corpo della ragassa che nel 1978 venne adattato per il cinema da Alberto Lattuada e diretto da Pasquale Festa Campanile. Morì il 19 dicembre 1992 a causa di un incidente automobilistico sulla strada tra Codogno e Casalpusterlengo. Nel 2003 l'Arena Civica di Milano venne reintitolata a suo nome. Brera diede vita a uno stile giornalistico innovativo e moderno, basato su una feconda vena letteraria e narrativa. Introdusse numerosi neologismi, tuttora utilizzati in ambito sportivo e non. Tutti oggi conoscono il vocabolario di Gianni Brera, in particolare termini e definizioni come Abatino (Gianni Rivera), Rombo di tuono (Gigi Riva), Bonimba (Roberto Boninsegna), Accaccone (Helenio Herrera), Accacchino (Heriberto Herrera), uccellare (infilzare, segnare un goal), centrocampista, incornare, pretattica, melina, goleador, disimpegnare, rifinitura, Padania (a indicare la val Padana o il Nord Italia in generale), cursore (ala tornante molto veloce) e libero (difensore senza compiti prestabiliti di marcatura): quest’ultima parola è stata accolta anche nelle lingue francese, inglese e tedesca. Gianni Brera seppe amalgamare in modo sapiente gli elementi della lingua italiana con quelli stranieri e con quelli tipici degli idiomi regionali, adottando giri di frase tipici della lingua lombarda. Si guadagnò a buon diritto il nomignolo di Gran Lombardo, originariamente coniato per Carlo Alberto Pisani Dossi e passato per le mani, e la penna, di Gadda. Nel suo romanzo Azzurro Tenebra, che parla della fallimentare spedizione della nazionale italiana ai mondiali di Germania del 1974, Giovanni Arpino tratteggiò Brera con l'appellativo Grangiuàn. In qualche maniera Brera fece scuola, tanto che fu coniato il termine spregiativo “brerini” per quei giornalisti che in qualche maniera si rifacessero al suo stile senza possedere un eguale talento linguistico. I detrattori lo classificarono come un grande "paroliere" assai poco sportivo. Tifoso genoano, coniò per la squadra amata il termine "Vecchio Balordo" che è ancora oggi annoverato fra gli appellativi con i quali i tifosi del Genoa chiamano affettuosamente la propria squadra. Gianni Brera ha legato indissolubilmente il proprio nome alla filosofia calcistica del "catenaccio" all'italiana. L'idea di togliere un attaccante e aggiungere un difensore esentato da marcature (il cosiddetto "libero") nacque in Svizzera negli anni '30. Il successo dell'innovazione si misurò al mondiale del 1938, in cui la selezione elvetica riuscì a superare in un doppio confronto la forte compagine Austro-Tedesca. Il termine "verrou" con cui gli svizzeri definirono quella tattica, fu tradotto letteralmente con "catenaccio" in Italia. Fu solo nel corso degli anni 50/60 che tale modulo fu preso in considerazione nella penisola: Gipo Viani e Nereo Rocco furono gli sperimentatori, Gianni Brera il "teorico". Brera sosteneva con bizzare teorie etniche la necessità d'adottare il catenaccio in Italia per riportare il paese ad alti livelli internazionali. Diceva, tra le altre cose, che gli italiani non erano fisicamente all'altezza degli altri popoli e che, di conseguenza, non potevano impostare un calcio sistematicamente offensivo per 90 minuti. Nonostante tali affermazioni apparissero fuori dalla realtà anche negli anni '60 (basti pensare alla grande tradizione italica in sport come Basket e Pallavolo), Brera difese strenuamente quella visione delle cose fino alla fine. Anche per questo non vide mai di buon occhio Arrigo Sacchi e la concezione di calcio offensivo che introdusse in Italia. Attribuendo i meriti di quei risultati esclusivamente ai giocatori olandesi, Brera perse di vista "l'onda lunga" dei tempi che portò per quasi un decennio i clubs del paese a dominare in Europa. Ma le polemiche che resero Brera celebre nel corso degli anni sessanta furono rivolte principalmente al "Golden Boy" rossonero Gianni Rivera e, più in generale, a quei giocatori tecnici ma non combattivi che poco aderivano alla sua filosofia calcistica. Brera soprannominò sprezzantemente Rivera "abatino" e osteggiò apertamente in molte occasioni l'impiego del giocatore in maglia azzurra. Nonostante i successi nazionali e, ancor di più, internazionali del Milan di quel periodo, la polemica col fuoriclasse rossonero non si sopì mai, entrando nell'immaginario collettivo italiano. Nel periodo anni '70/80 Brera scaricò sul talentuoso regista della Fiorentina e della nazionale Giancarlo Antognoni e sul fantasista nerazzurro Evaristo Beccalossi la propria insofferenza per i giocatori tecnici ma non gladiatori. A detta del giornalista queste critiche gli causarono, nel corso degli anni, molti attriti con giornalisti e tifosi d'opinione diversa. Wikipedia
Tra le numerose testate su cui Gianni Brera scrisse, vi sono, oltre alla citata Gazzetta, Il Giorno, Il Giornale, il Guerin Sportivo e la Repubblica. I suoi articoli sono stati tradotti in diverse lingue. Si devono a Brera anche numerosi libri: manuali, saggi, romanzi, racconti e pièce teatrali e radiofoniche. Il suo romanzo più celebre fu indubbiamente Il corpo della ragassa che nel 1978 venne adattato per il cinema da Alberto Lattuada e diretto da Pasquale Festa Campanile. Morì il 19 dicembre 1992 a causa di un incidente automobilistico sulla strada tra Codogno e Casalpusterlengo. Nel 2003 l'Arena Civica di Milano venne reintitolata a suo nome. Brera diede vita a uno stile giornalistico innovativo e moderno, basato su una feconda vena letteraria e narrativa. Introdusse numerosi neologismi, tuttora utilizzati in ambito sportivo e non. Tutti oggi conoscono il vocabolario di Gianni Brera, in particolare termini e definizioni come Abatino (Gianni Rivera), Rombo di tuono (Gigi Riva), Bonimba (Roberto Boninsegna), Accaccone (Helenio Herrera), Accacchino (Heriberto Herrera), uccellare (infilzare, segnare un goal), centrocampista, incornare, pretattica, melina, goleador, disimpegnare, rifinitura, Padania (a indicare la val Padana o il Nord Italia in generale), cursore (ala tornante molto veloce) e libero (difensore senza compiti prestabiliti di marcatura): quest’ultima parola è stata accolta anche nelle lingue francese, inglese e tedesca. Gianni Brera seppe amalgamare in modo sapiente gli elementi della lingua italiana con quelli stranieri e con quelli tipici degli idiomi regionali, adottando giri di frase tipici della lingua lombarda. Si guadagnò a buon diritto il nomignolo di Gran Lombardo, originariamente coniato per Carlo Alberto Pisani Dossi e passato per le mani, e la penna, di Gadda. Nel suo romanzo Azzurro Tenebra, che parla della fallimentare spedizione della nazionale italiana ai mondiali di Germania del 1974, Giovanni Arpino tratteggiò Brera con l'appellativo Grangiuàn. In qualche maniera Brera fece scuola, tanto che fu coniato il termine spregiativo “brerini” per quei giornalisti che in qualche maniera si rifacessero al suo stile senza possedere un eguale talento linguistico. I detrattori lo classificarono come un grande "paroliere" assai poco sportivo. Tifoso genoano, coniò per la squadra amata il termine "Vecchio Balordo" che è ancora oggi annoverato fra gli appellativi con i quali i tifosi del Genoa chiamano affettuosamente la propria squadra. Gianni Brera ha legato indissolubilmente il proprio nome alla filosofia calcistica del "catenaccio" all'italiana. L'idea di togliere un attaccante e aggiungere un difensore esentato da marcature (il cosiddetto "libero") nacque in Svizzera negli anni '30. Il successo dell'innovazione si misurò al mondiale del 1938, in cui la selezione elvetica riuscì a superare in un doppio confronto la forte compagine Austro-Tedesca. Il termine "verrou" con cui gli svizzeri definirono quella tattica, fu tradotto letteralmente con "catenaccio" in Italia. Fu solo nel corso degli anni 50/60 che tale modulo fu preso in considerazione nella penisola: Gipo Viani e Nereo Rocco furono gli sperimentatori, Gianni Brera il "teorico". Brera sosteneva con bizzare teorie etniche la necessità d'adottare il catenaccio in Italia per riportare il paese ad alti livelli internazionali. Diceva, tra le altre cose, che gli italiani non erano fisicamente all'altezza degli altri popoli e che, di conseguenza, non potevano impostare un calcio sistematicamente offensivo per 90 minuti. Nonostante tali affermazioni apparissero fuori dalla realtà anche negli anni '60 (basti pensare alla grande tradizione italica in sport come Basket e Pallavolo), Brera difese strenuamente quella visione delle cose fino alla fine. Anche per questo non vide mai di buon occhio Arrigo Sacchi e la concezione di calcio offensivo che introdusse in Italia. Attribuendo i meriti di quei risultati esclusivamente ai giocatori olandesi, Brera perse di vista "l'onda lunga" dei tempi che portò per quasi un decennio i clubs del paese a dominare in Europa. Ma le polemiche che resero Brera celebre nel corso degli anni sessanta furono rivolte principalmente al "Golden Boy" rossonero Gianni Rivera e, più in generale, a quei giocatori tecnici ma non combattivi che poco aderivano alla sua filosofia calcistica. Brera soprannominò sprezzantemente Rivera "abatino" e osteggiò apertamente in molte occasioni l'impiego del giocatore in maglia azzurra. Nonostante i successi nazionali e, ancor di più, internazionali del Milan di quel periodo, la polemica col fuoriclasse rossonero non si sopì mai, entrando nell'immaginario collettivo italiano. Nel periodo anni '70/80 Brera scaricò sul talentuoso regista della Fiorentina e della nazionale Giancarlo Antognoni e sul fantasista nerazzurro Evaristo Beccalossi la propria insofferenza per i giocatori tecnici ma non gladiatori. A detta del giornalista queste critiche gli causarono, nel corso degli anni, molti attriti con giornalisti e tifosi d'opinione diversa. Wikipedia
Lunedì, 18 Dicembre 2000 UN RICORDO A OTTO ANNI DALLA MORTE
Mio padre "Gioann" Brera Domani sarà l'ottavo anniversario della morte del giornalista Gianni Brera , grande critico sportivo. Ospitiamo un intervento del figlio Paolo.
di PAOLO BRERA
È difficile commemorare un padre. L'ho fatto molte volte imponendomi l'oggettività. Lo chiamavo Gianni Brera , come tutti, e non "mio padre", perché il rapporto di parentela per i lettori è un fatto accessorio. Mi sono un po' fregato con le mie mani: il Gioann non era solo un personaggio, ma anche l'uomo che mi aveva issato sulle spalle per premiare un goal segnato sulla spiaggia, una delle uniche tre volte che ho giocato a calcio in vita mia. Più volte mi sono rivolto mentalmente a lui per chiedergli scusa, per dirgli che al di là di quel che aveva fatto nella sua vita io gli volevo bene. La prima cosa dell'uomo Brera che si deve capire è che lui non condivideva il nostro fuso orario. Viveva in realtà oltre il Golfo di Biscaglia, a bagno nell'Atlantico: si alzava alle 11. Beveva una tazza di tè di pessima qualità (l'unico alimento sul quale non era sofisticato) e leggeva i giornali. Verso le 13 si accomodava a tavola, consumava un'abbondante colazione con i cibi che si associano al pranzo. E, immancabile, un bicchiere di vino. Si tratteneva a conversare con chiunque capitasse a quell'ora e poi si scusava e andava nel suo studio a scrivere. La sua scrivania guardava un muro. A perdita d'occhio solo libri, carta, portacenere. Nulla doveva distrarlo. Verso le 19 o poco più finiva di scrivere. Non però di documentarsi: solo che per farlo passava alla tv. Il solo posto dove arrivasse prima delle 22 era il ristorante "A Riccione", dove per 30 anni si riunì il club di amici del Giovedì. Considerato il tempo che passava a documentarsi la sua giornata di lavoro andava dalle 9 alle 12 ore. Unico giorno di riposo, il martedì. Di solito, finito il lavoro, si metteva a leggere libri, uno o due per notte. Fra le tre e le quattro del mattino, la mezzanotte medio-atlantica, spegneva la luce. Ho capito solo negli ultimi tempi che prodigiosa macchina produttiva fosse la nostra famiglia. Tutto cooperava ad agevolare l'esercizio del più nobile mestiere al mondo dopo quelli del contadino e della casalinga. Non solo mia madre Rina, sua moglie, ma anche le sue due sorelle, Mariuccia ed Eta, si davano da fare per soddisfare le sue necessità, abbastanza limitate a onor del vero. Tranne l'esigenza di avere ospiti numerosi e frequenti. Ho fatto amicizia con mio padre solo dopo i miei trent'anni. Lo amavo anche prima, ma a distanza. Ho però introiettato i suoi valori: il lavoro, la sincerità, il non far male a nessuno se non con un'aggressività aperta, perfino ritualizzata. Sei in disaccordo con qualcuno? Attaccalo, ma non lavorare in modo sotterraneo, non disconoscerne i meriti. Due esempi: di Rivera sosteneva l'inadeguatezza atletica, ma ne parlava come persona di estrema intelligenza. Gino Palumbo era un arcinemico calcistico, ma quando era alla Gazzetta e gli chiesero della nomina di Gino a direttore, rispose: "È l'uomo giusto per il giornale, è un grande manager".
Ho molta nostalgia delle conversazioni con mio padre, di fronte a un bicchiere di vino che bevevo con scrupolo nel modo che lui insegnava: lentamente, a sorsate. Altri, negli anni dopo la sua morte, hanno rimpianto il Gioann, anche nel Nordest dove non mancava mai al premio "Risit d'aur" di Giannola Nonino, sua grande amica, in cui c'era ancora anche lui e in cui dispiegava la sua scienza e la sua simpatia. Io rimpiango veramente solo quest'ultima, ma immagino sia così per tutti i figli che vanno d'accordo col proprio padre: non c'è bisogno che sia famoso per sentirne la mancanza. Storia comune, che spero non vi abbia annoiati. Da domani, lo prometto, si ritorna all'oggettività. http://www.brera.net/gianni/pareri/paolo_brera.html
di PAOLO BRERA
È difficile commemorare un padre. L'ho fatto molte volte imponendomi l'oggettività. Lo chiamavo Gianni Brera , come tutti, e non "mio padre", perché il rapporto di parentela per i lettori è un fatto accessorio. Mi sono un po' fregato con le mie mani: il Gioann non era solo un personaggio, ma anche l'uomo che mi aveva issato sulle spalle per premiare un goal segnato sulla spiaggia, una delle uniche tre volte che ho giocato a calcio in vita mia. Più volte mi sono rivolto mentalmente a lui per chiedergli scusa, per dirgli che al di là di quel che aveva fatto nella sua vita io gli volevo bene. La prima cosa dell'uomo Brera che si deve capire è che lui non condivideva il nostro fuso orario. Viveva in realtà oltre il Golfo di Biscaglia, a bagno nell'Atlantico: si alzava alle 11. Beveva una tazza di tè di pessima qualità (l'unico alimento sul quale non era sofisticato) e leggeva i giornali. Verso le 13 si accomodava a tavola, consumava un'abbondante colazione con i cibi che si associano al pranzo. E, immancabile, un bicchiere di vino. Si tratteneva a conversare con chiunque capitasse a quell'ora e poi si scusava e andava nel suo studio a scrivere. La sua scrivania guardava un muro. A perdita d'occhio solo libri, carta, portacenere. Nulla doveva distrarlo. Verso le 19 o poco più finiva di scrivere. Non però di documentarsi: solo che per farlo passava alla tv. Il solo posto dove arrivasse prima delle 22 era il ristorante "A Riccione", dove per 30 anni si riunì il club di amici del Giovedì. Considerato il tempo che passava a documentarsi la sua giornata di lavoro andava dalle 9 alle 12 ore. Unico giorno di riposo, il martedì. Di solito, finito il lavoro, si metteva a leggere libri, uno o due per notte. Fra le tre e le quattro del mattino, la mezzanotte medio-atlantica, spegneva la luce. Ho capito solo negli ultimi tempi che prodigiosa macchina produttiva fosse la nostra famiglia. Tutto cooperava ad agevolare l'esercizio del più nobile mestiere al mondo dopo quelli del contadino e della casalinga. Non solo mia madre Rina, sua moglie, ma anche le sue due sorelle, Mariuccia ed Eta, si davano da fare per soddisfare le sue necessità, abbastanza limitate a onor del vero. Tranne l'esigenza di avere ospiti numerosi e frequenti. Ho fatto amicizia con mio padre solo dopo i miei trent'anni. Lo amavo anche prima, ma a distanza. Ho però introiettato i suoi valori: il lavoro, la sincerità, il non far male a nessuno se non con un'aggressività aperta, perfino ritualizzata. Sei in disaccordo con qualcuno? Attaccalo, ma non lavorare in modo sotterraneo, non disconoscerne i meriti. Due esempi: di Rivera sosteneva l'inadeguatezza atletica, ma ne parlava come persona di estrema intelligenza. Gino Palumbo era un arcinemico calcistico, ma quando era alla Gazzetta e gli chiesero della nomina di Gino a direttore, rispose: "È l'uomo giusto per il giornale, è un grande manager".
Ho molta nostalgia delle conversazioni con mio padre, di fronte a un bicchiere di vino che bevevo con scrupolo nel modo che lui insegnava: lentamente, a sorsate. Altri, negli anni dopo la sua morte, hanno rimpianto il Gioann, anche nel Nordest dove non mancava mai al premio "Risit d'aur" di Giannola Nonino, sua grande amica, in cui c'era ancora anche lui e in cui dispiegava la sua scienza e la sua simpatia. Io rimpiango veramente solo quest'ultima, ma immagino sia così per tutti i figli che vanno d'accordo col proprio padre: non c'è bisogno che sia famoso per sentirne la mancanza. Storia comune, che spero non vi abbia annoiati. Da domani, lo prometto, si ritorna all'oggettività. http://www.brera.net/gianni/pareri/paolo_brera.html
Ritratto breve di Fausto Coppi di Gianni Brera "La Gazzetta dello Sport", 27/7/1949
Parigi, 26 luglio.
Così l'ha fatto il buon Dio che se tu lo vedi all'impiedi, uomo come tutti gli altri, costretto a mantenersi umilmente in equilibrio, la tua presunzione non se ne adonta.
Parigi, 26 luglio.
Così l'ha fatto il buon Dio che se tu lo vedi all'impiedi, uomo come tutti gli altri, costretto a mantenersi umilmente in equilibrio, la tua presunzione non se ne adonta.
La prima impressione Su due spalle stranamente esili s'innesta il capo che neri e lisci capelli, quasi mai pettinati, paiono rendere allungato a dismisura. E il collo, che pure è sottile, quasi si perde nella secchezza della mandibola e nella nuca folta di capelli. Il torace, per una anomalia che è invece funzionale e a tutta prima non ti spieghi, via via che scende, ingrandisce, lo sterno pare carenato come negli uccelli. Ancora ogni normale linea anatomica viene smentita in lui da un improvviso dilatarsi delle anche, dall'assenza totale di un ventre che minimamente sporga, da una brevità del tronco allorché l'uomo è all'impiedi, che rende vistosa assai la solida falcatura delle reni. E poi queste reni brevi e potenti non paiono terminare, prosaicamente, in glutei, ma subito si continuano in cosce di inusitata lunghezza in cui balzano evidenti muscoli sciolti e affusolati. E sottili, nervose sono le ginocchia, snelli i polpacci, agili le caviglie. Come lo vedi camminare quest'uomo, subito egli ti sembra goffo e sproporzionato, non fatto, direi, per muoversi in terra, come tutti. Il suo passo, alla ricerca di un equilibrio malagevole e difficoltoso è quasi stentato e sghembo. Le braccia, assai gracili, spiovono inerti, impacciate dalle spalle non larghe. E la tua presunzione non se ne adonta. Piccolo comune uomo quale sei, non ti entra al suo cospetto nell'animo l'amaro dell' umiliazione fisica, quel senso di inferiorità che subito intimidisce e anzi talvolta annichila come di fronte all'atleta esteticamente bello e possente.
Per comprenderlo Per questo, forse, l'istinto induce subito ad ammirarlo. Le sue imprese sportive, quali che siano, acquistano sempre luce epica: perché l'uomo normale giustifica con l'eroismo, cioè con doti morali non sue, le superiori prodezze di chi gli appare simile.Tuttavia Coppi, fuori da ogni dubbio, uomo normale non è. E vi accorgete di questo vedendolo non già camminare, come noi tutti, bensì quando è in sella e pedala. Ora, per comprendere Coppi, bisogna assolutamente invertire i rapporti funzionali della bicicletta nei confronti dell'uomo. In fondo, la bicicletta altro non è che una povera bonaria concessione alla nostra ansia di andare. Dunque uno strumento. Non avesse avuto i gusti estetici che sappiamo, amando per conseguenza il cavallo come il miglior modello dopo l'uomo, forse Leonardo avrebbe concepito l'idea della bicicletta dopo aver inventato il differenziale. La costruirono invece, utile, ma certo antiestetico complemento della loro natura comune, uomini che il genio non innalzava. E rimase poi sempre com'era, nel suo concetto fondamentale: un aiuto alle nostre povere gambe negate al moto veloce. Uno strumento suppletivo. Sinché non venne allo sport Fausto Coppi.
Congegno di muscoli La struttura morfologica di Coppi, se permettete, sembra un'invenzione della natura per completare il modestissimo estro meccanico della bicicletta. Coppi in azione non è più un uomo, del quale trascende sempre i limiti comuni. Coppi inarcato sul manubrio è un congegno superiore, una macchina di carne e ossa che stentiamo a riconoscerci simile. Allora persino i suoi capelli che il vento relativo scompiglia, paiono esservi per un fine preciso: indicare la folle incontenibile vibrazione del moto. Il volto affilato e nervoso è un completamento della dinamica meravigliosa cui pure obbedisce il torace a carena. Le braccia sono due aleroni d'attacco. Non altro. Dalle reni ampie e falcate, dalle anche robuste si partono i muscoli che conferiscono alle gambe di Coppi quell'aspetto di leve disumane. Nel giro uniforme della pedalata, questi muscoli schioccano come elastici or tesi or rilassati con arte sagace e il brillio dei raggi, nelle due ruote, entra per la sua parte a creare uno spettacolo di meccanica facilità e di umana vigoria che conquista. Allorché agile procede sul piano, l'abusata immagine della locomotiva che avanza per alternarsi di bielle in rotazione ti viene imposta da Coppi. Allorché, dondolando ritmicamente sui pedali, si attacca ad una salita e tu vedi Coppi al di là di ogni umano limite rinnovare l'antica bellezza dei miti più non osi guardarlo se solo pensi che egli è, come te, uomo. Più non osi per non sentirti a petto suo, troppo meschino. E allora pensi spontaneo esaltarlo come un fenomeno unico dello sport: ed esaltarti in lui che, grandissimo e ineguagliabile campione, è almeno, come te, italiano.
Per comprenderlo Per questo, forse, l'istinto induce subito ad ammirarlo. Le sue imprese sportive, quali che siano, acquistano sempre luce epica: perché l'uomo normale giustifica con l'eroismo, cioè con doti morali non sue, le superiori prodezze di chi gli appare simile.Tuttavia Coppi, fuori da ogni dubbio, uomo normale non è. E vi accorgete di questo vedendolo non già camminare, come noi tutti, bensì quando è in sella e pedala. Ora, per comprendere Coppi, bisogna assolutamente invertire i rapporti funzionali della bicicletta nei confronti dell'uomo. In fondo, la bicicletta altro non è che una povera bonaria concessione alla nostra ansia di andare. Dunque uno strumento. Non avesse avuto i gusti estetici che sappiamo, amando per conseguenza il cavallo come il miglior modello dopo l'uomo, forse Leonardo avrebbe concepito l'idea della bicicletta dopo aver inventato il differenziale. La costruirono invece, utile, ma certo antiestetico complemento della loro natura comune, uomini che il genio non innalzava. E rimase poi sempre com'era, nel suo concetto fondamentale: un aiuto alle nostre povere gambe negate al moto veloce. Uno strumento suppletivo. Sinché non venne allo sport Fausto Coppi.
Congegno di muscoli La struttura morfologica di Coppi, se permettete, sembra un'invenzione della natura per completare il modestissimo estro meccanico della bicicletta. Coppi in azione non è più un uomo, del quale trascende sempre i limiti comuni. Coppi inarcato sul manubrio è un congegno superiore, una macchina di carne e ossa che stentiamo a riconoscerci simile. Allora persino i suoi capelli che il vento relativo scompiglia, paiono esservi per un fine preciso: indicare la folle incontenibile vibrazione del moto. Il volto affilato e nervoso è un completamento della dinamica meravigliosa cui pure obbedisce il torace a carena. Le braccia sono due aleroni d'attacco. Non altro. Dalle reni ampie e falcate, dalle anche robuste si partono i muscoli che conferiscono alle gambe di Coppi quell'aspetto di leve disumane. Nel giro uniforme della pedalata, questi muscoli schioccano come elastici or tesi or rilassati con arte sagace e il brillio dei raggi, nelle due ruote, entra per la sua parte a creare uno spettacolo di meccanica facilità e di umana vigoria che conquista. Allorché agile procede sul piano, l'abusata immagine della locomotiva che avanza per alternarsi di bielle in rotazione ti viene imposta da Coppi. Allorché, dondolando ritmicamente sui pedali, si attacca ad una salita e tu vedi Coppi al di là di ogni umano limite rinnovare l'antica bellezza dei miti più non osi guardarlo se solo pensi che egli è, come te, uomo. Più non osi per non sentirti a petto suo, troppo meschino. E allora pensi spontaneo esaltarlo come un fenomeno unico dello sport: ed esaltarti in lui che, grandissimo e ineguagliabile campione, è almeno, come te, italiano.
Per leggere altri articoli di Brera andate sul bellissimo sito http://www.brera.net/gianni da cui ho preso questo su Coppi. (Gli iris di Van Gogh, sono per te Gioann)
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