Volodymyr Palanyuk 18 Febbraio 1919, Lattimer Mines, Pennsylvania, USA 10 Novembre 2006, Montecito, California, USA Il 30 marzo 1992, al Dorothy Chandler Papillon, in California, mentre Il silenzio degli innocenti si guadagnava le statuette degli Oscar nelle categorie principali, l'Academy gli ha conferito il Premio Oscar come Miglior Attore non protagonista, annunciato già da un Golden Globe nella stessa categoria, per il suo ruolo nella commedia Scappo dalla città – La vita, l'amore e le vacche. Più che un attore, Jack Palance è stato la testimonianza di un grande amore per il cinema in ogni suo genere e ogni sua forma, anche perché costantemente al centro di un'attenzione e di un entusiasmo quasi adolescenziale per la recitazione che gli anni non sono riusciti a scalfire minimamente. Ultimo, misterioso ed enigmatico cowboy, dotato di una crudele bellezza che ne esaltava le presenze sceniche, ha rappresentato per tutti noi quel soffio di vento caldo che sconvolge le strade polverose del lontano West.Tutt'altro che americane le origini di questo attore. Nato in una famiglia di minatori ucraini emigrati in America in cerca di fortuna, fratello dell'attore Ivan Palance e lui stesso minatore per brevissimo tempo nelle miniere di Lattimer in Pennsylvania, Jack Palance ha studiato alla University of North Caroline, interrompendo poi gli studi per la carriera di pugile nella categoria "pesi massimi" negli anni Quaranta, sotto il nome di Jack Brazzo. Vince 15 incontri, ne perde 12, ma con l'arrivo della Seconda Guerra Mondiale, viene chiamato alle armi. Ma quando il suo B-24 da bombardamento si è schiantato, durante un volo di addestramento su Tucson, Jack rimane gravemente sfigurato. In seguito all'incidente, si sottopone a numerosi interventi di chirurgia plastica che gli avevano comunque lasciato un volto che sembra fatto di cuoio, da qui il nomignolo "leather face". Nonostante, l'infortunio Jack Palance combatte comunque contro i nazisti e i fascisti, guadagnandosi perfino una Medaglia alla Vittoria. Dopo la guerra, valuta diversi sbocchi professionali: cuoco, barman, bagnino a Jones Beach e perfino modello per un fotografo, ma nulla come la recitazione sembrava ammaliarlo. Così si iscrive all'Actors Studio, nello stesso anno in cui lo frequentava anche Marilyn Monroe. Nasce Jack Palance. Una volta acquisite tutte le nozioni necessarie, si dà al teatro, rimpiazzando Marlon Brando nel ruolo di Stanley Kowalski, nella piece di Williams "Un tram che si chiama desiderio". Il rimpiazzo avvenne proprio a causa di Jack Palance che, volendo tenere in allenamento il suo fisico convinse Marlon Brando a usare un sacco da pugile fuori dal teatro. Una notte, Palance, invece di battere sul sacco, colpì il naso di Brando, rompendoglielo. La star venne ricoverata immediatamente e, come suo sostituto, Palance calcò per la prima volta le scene. Il salto sul grande schermo avvenne, invece, dopo la laurea alla Stanford University e dopo il suo matrimonio con l'attrice Virginia Baker (divorziano nel 1966) dalla quale ebbe tre figli (fra cui le attrici Brooke e Holly Palance). Il suo esordio è nella pellicola Bandiera gialla (1950) di Elia Kazan, nel ruolo del pericoloso Blackie, accanto a Richard Widmark (che lavorerà con lui anche nel film bellico di Lewis Milestone Okinawa, lo stesso anno). Nel 1951, il produttore della 20th Century-Fox, Darryl F. Zanuck, propone Palance per il ruolo del minaccioso robot Gort nel film di Robert Wise Ultimatum alla terra, ma poi si optò per un attore più alto di lui. Ottimo attore qual'era, nel 1952 recita nel ruolo mozzafiato di Lester Blaine, nel film So che mi ucciderai di David Miller. Per tutta la pellicola, cerca di uccidere Joan Crawford e il personaggio di dangerous man gli calza così a pennello che l'Academy gli offrirà la sua prima nomination all'Oscar come attore in un ruolo di supporto, replicata l'anno successivo con la parte del pistolero Jack Wilson nel film di George Stevens Il cavaliere della valle solitaria. Per Jack Palance però, sarà come una maledizione: tutti i maggiori e migliori registi di Hollywood da Rudolph Maté a Douglas Sirk, gli offriranno sempre ruoli da caratterista e per di più negativi. La svolta arriva grazie a Robert Aldrich che gli fa indossare i panni dell'attore Charles Castle in Il grande coltello (1955) con Shelly Winters. Sarà l'inizio di una lunga collaborazione fra i due che lavoreranno, per tutti gli anni Cinquanta, in pellicole come Prima linea (1956) e Dieci secondi col diavolo (1959). Importante la sua presenza nel cinema italiano a partire dagli anni Sessanta. Lavora con Alida Valli e Amedeo Nazzari e si fa notare perfino nel film di Vittorio De Sica Il Giudizio Universale (1961). Alternerà poi la sua recitazione fra kolossal girati a Cinecittà e western o spy story targate Hollywood, film d'impegno come Il disprezzo (1963) di Jean-Luc Godard - accanto alla Bardot - e b-movie italiani (Il mercenario, La legione dei dannati, Justine ovvero le disavventure della virtù). Richard Fleischer, Sergio e Bruno Corbucci, John Frankenhemeir, Michele Lupo, Joe D'Amato, Duccio Tessari e Fernando Di Leo sono i registi che lo dirigeranno maggiormente lungo tutti i Settanta, mentre nel decennio successivo, la sua presenza sul grande schermo scemerà incredibilmente. Troverà luce e fiato solo in piccole perle del cinema come l'indipendente Bagdad Cafè (1987) di Percy Adlon o film d'autore come Batman (1989) di Tim Burton, fino a quando Ron Underwood non gli offrirà il ruolo che gli varrà il tanto sospirato e rimandato Oscar, quello dell'ultimo vero cowboy Curly Washburn in Scappo dalla città (1991). Ruolo che stava anche per rifiutare quando gli proposero di interpretare il Generale Chang in Star Trek VI: Rotta verso l'ignoto, nello stesso anno (che poi andò a Christopher Plummer dopo il rifiuto di Palance). Hollywood paga così il suo tributo a uno dei più grandi attori che abbiano mai lasciato le sue tracce nella Walk of the Fame. Leggenda del west, più che del cinema (il suo mito è contemplato alla Hall of Great Western Performers of the National Cowboy and Western Heritage Museum), marito di Elaine Rogers (sposata nell'87), pittore e poeta, nonché interprete di più di cento film (che lui fra l'altro non ha mai visto), Jack Palance conclude la sua carriera nel piccolo schermo (il suo ultimo film è L'Isola del tesoro, 1999, di Peter Rowe). Muore nel 2006 per cause naturali, ma verrà ricordato per sempre per "quell'infame di Hollywood che era". Si dice che, rigoroso al Metodo Stanislavskij, durante una scena di lotta con Burt Lancaster, gli diede davvero un pugno sul volto, al quale Lancaster reagì con un colpo allo stomaco che indusse Palance a rigettare. Sapere che il grande vecchio Jack non è più dei nostri e ha finito inevitabilmente il suo percorso ci "decolora" la vita: a tutti gli spettatori mancherà tantissimo quel rosso sangue che rigava, fuoriuscendogli dal naso, quel volto di cuoio… anche se il rosso sangue di Jack Palance ci scorre nelle vene. Fabio Secchi Frau da http://www.mymovies.it/biografia/?a=1349 Dipinto di Doukopil
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