Giovanni Placido Agostino Pascoli (San Mauro di Romagna, 31 dicembre 1855 – Bologna, 6 aprile 1912) è stato un poeta italiano, una delle figure maggiori della letteratura italiana di fine Ottocento. La poesia di Pascoli è caratterizzata da una metrica formale con endecasillabi, sonetti e terzine coordinati con grande semplicità. Nonostante la classicità della forma esterna - provata dal gusto per le letture scientifiche, alle quali si ricollegano il tema cosmico e la precisione del lessico botanico e zoologico - Pascoli ha saputo rinnovare la poesia nei suoi contenuti, toccando temi fino ad allora trascurati dai grandi poeti. Grazie alla sua poetica è stato capace di trasmettere il piacere delle cose più semplici, viste con la sensibilità infantile che ogni uomo porta dentro di sé. Pascoli era un personaggio malinconico, rassegnato alle sofferenze della vita e alle ingiustizie della società. Ciò nonostante, seppe conservare un senso profondo di umanità e di fratellanza. Crollato l'ordine razionale del mondo in cui aveva creduto il positivismo, il poeta, di fronte al dolore e al male che dominano sulla Terra, recupera il valore etico della sofferenza che riscatta gli umili e gli infelici, capaci di perdonare i propri persecutori. Per pochi scrittori come per Pascoli le vicende della prima giovinezza furono tanto determinanti nello sviluppo creativo della maturità: sembra quasi impossibile comprendere il vero significato di gran parte - e sicuramente la più importante - della sua produzione poetica, se si ignorano i dolorosi e tormentosi presupposti biografici e psicologici che egli stesso riorganizzò per tutta la vita, in modo ossessivo, come sistema semantico di base del proprio mondo. Giovanni Pascoli nacque in una famiglia benestante, quarto dei dieci figli di Ruggero e di Caterina Allocatelli Vincenzi. Il 10 agosto 1867 il padre Ruggero venne assassinato con una fucilata mentre tornava a casa. Le ragioni e gli autori del delitto rimasero per sempre oscuri (nonostante la famiglia avesse forti sospetti sull'identità dell'assassino, come traspare evidente nella poesia "La cavallina storna"). Ma il trauma lasciò segni profondi nella vita di Giovanni. La famiglia cominciò dapprima a perdere il proprio status economico e poi a subire una serie impressionante di altri lutti, disgregandosi: costretti a lasciare la tenuta, l'anno successivo morirono la madre e la sorella Margherita, nel '71 il fratello Luigi e nel '76 il fratello maggiore Giacomo, che aveva tentato di ricostituire il nucleo familiare. Pascoli dovette lasciare il liceo di Urbino, ma poté continuare gli studi a Firenze grazie all'interessamento di un suo professore. Nella biografia lasciataci dalla sorella Maria, Lungo la vita di Giovanni Pascoli, il futuro poeta ci viene presentato come un ragazzo solido e vivace, il cui carattere non è stato alterato dalle disgrazie; per anni, infatti, le sue reazioni parvero essere volitive e tenaci, nell'impegno a terminare il liceo ed a cercare i mezzi per gli studi universitari, nonché nel puntiglio, sempre frustrato, dimostrato nel ricercare e perseguire l'assassino del padre. Conosciuto Andrea Costa ed avvicinatosi ai socialisti, cominciò, nel 1877, a tenere comizi a Forlì e a Cesena. Ciò lo portò a quello che si può definire il punto di rottura: la detenzione nel carcere di Bologna, in seguito a una retata della polizia tra i socialisti che avevano organizzato una manifestazione contro il governo per la condanna dell'anarchico Giovanni Passannante. L'isolamento forzato - dopo la goliardica esperienza dell'università e dell'impegno politico nei movimenti della sinistra - lo costrinse forse a riflettere su di sé. È da qui che cominciò quella che la critica storica ha registrato come la regressione infantile di Pascoli. Dopo la laurea conseguita a Bologna nel 1882 (insegnante era il noto scrittore e poeta Giosuè Carducci) ebbe inizio la sua carriera di professore di latino e greco nei licei di Matera e di Massa. Qui volle vicino a sé le due sorelle minori Ida e Maria, con le quali tentò di ricostituire il primitivo nucleo familiare. Dal '87 al '95 insegnò a Livorno. Intanto iniziava la collaborazione con la rivista «Vita nuova», su cui uscirono le prime poesie di Myricae (la raccolta continuò a rinnovarsi in cinque edizioni fino al 1900).Vinse, inoltre, per ben tredici volte di seguito la medaglia d'oro al concorso di poesia latina di Amsterdam, col poemetto Veianus e coi successivi Carmina. Nel '94 fu chiamato a Roma per collaborare con il Ministero della pubblica istruzione; nella capitale pubblicò la prima versione dei Poemi conviviali (Gog e Magog). Costretto dalla sua professione di docente universitario a lavorare in città (Bologna, Firenze e Messina, dove insegnò per alcuni anni all'Università e compose tra le sue più belle poesie, una su tutte: "L'Aquilone"), egli non si radicò mai in esse, preoccupandosi sempre di garantirsi una "via di fuga" verso il proprio mondo di origine, quello agreste. Addirittura si può dire che la vita moderna della città non entrò mai, neppure come antitesi, come contrapposizione polemica, nella poesia pascoliana: egli, in un certo senso, non uscì mai dal suo mondo, che costituì, in tutta la sua produzione letteraria, l'unico grande tema, una specie di microcosmo chiuso su sé stesso, come se il poeta avesse bisogno di difenderlo da un minaccioso disordine esterno che, però, rimase innominato e oscuro, privo di riferimenti e di identità, come lo era stato l'assassino di suo padre. Sull'ambiguo e tormentato rapporto con le sorelle - il "nido" familiare che ben presto divenne "tutto il mondo" della poesia di Pascoli - ha scritto parole di estrema chiarezza il poeta Mario Luzi: «Di fatto si determina nei tre che la disgrazia ha diviso e ricongiunto una sorta di infatuazione e mistificazione infantili, alle quali Ida è connivente solo in parte. Per il Pascoli si tratta in ogni caso di una vera e propria regressione al mondo degli affetti e dei sensi, anteriore alla responsabilità; al mondo da cui era stato sbalzato violentemente e troppo presto. Possiamo notare due movimenti concorrenti: uno, quasi paterno, che gli suggerisce di ricostruire con fatica e pietà il nido edificato dai genitori; di investirsi della parte del padre, di imitarlo. Un altro, di ben diversa natura, gli suggerisce invece di chiudersi là dentro con le piccole sorelle che meglio gli garantiscono il regresso all'infanzia, escludendo di fatto, talvolta con durezza, gli altri fratelli. In pratica il Pascoli difende il nido con sacrificio, ma anche lo oppone con voluttà a tutto il resto: non è solo il suo ricovero ma anche la sua misura del mondo. Tutto ciò che tende a strapparlo di lì in qualche misura lo ferisce; altre dimensioni della realtà non gli riescono, positivamente, accettabili. Per renderlo più sicuro e profondo lo sposta dalla città, lo colloca tra i monti della Garfagnana dove può, oltre tutto, mimetizzarsi con la natura.». Nel 1895 si trasferì con la sorella Maria nella casa di Caprona, colle di Castelvecchio presso Barga, che divenne la sua residenza stabile. Le trasformazioni politiche e sociali che agitavano gli anni di fine secolo e preludevano alla catastrofe bellica europea e all'avvento del fascismo gettarono progressivamente Pascoli, già emotivamente provato dall'ulteriore fallimento del suo tentativo di ricostruzione familiare, in una condizione di insicurezza e pessimismo ancora più marcati. Dal 1897 al 1903 insegna latino all'Università di Messina, e col ricavato della vendita di alcune medaglie d'oro vinte nei concorsi, compra una casa a Castelvecchio. Nel 1905 assume la cattedra di letteratura all'Università di Bologna succedendo a Carducci. Nel 1912 muore a causa di un cancro all'addome a Bologna e viene sepolto nella cappella annessa alla sua dimora di Castelvecchio di Barga, dove sarà tumulata anche l'amata sorella Maria. Gianfranco Contini ha osservato i «pasticci» fatti dal Pascoli sulla storia d'Italia. Carlo Emilio Gadda, intervistato da Alberto Arbasino, li definì «ridicolissimi»: quando per esempio Pascoli cerca di inseguire contemporaneamente la retorica di Carducci e di D'Annunzio... così l'Inno a Torino, per l'Esposizione del Cinquantenario dell'Unità d'Italia, a suo avviso risulta una scemenza: «Toro divino ch'oltra due fiumane... - ...sbalzando al piano, corneggiando al vento...». E sulla poesia Garibaldi vecchio a Caprera, Gadda commenta il verso "cova il fuoco, cova il suo pensiero" «così gallinesco, così poco dignitoso.» «E poi rimemora i suoi anni giovanili sotto forma de "lo stallone e la sua gioventù". Ma è vagamente ridicola questa epopea dello stallone. Ed è leggermente comico che il Pascoli pretenda di rappresentare i ricordi di gioventù di uno stallone. Però la lirica è particolarmente efficace sia nella terminologia marinaresca e sudamericana con la quale il ricordo viene espresso, sia nei rapidi versi finali: "Più veloce sei tu del pampero, più del tempo… del tempo che fu…"» Tra coloro che hanno fortemente criticato il Pascoli, identificando il "fanciullo" come "l'infantile", si annovera anche Benedetto Croce Fonte: http://it.wikipedia.org/wiki/Giovanni_Pascoli. Interessante anche il libro di Vittorino Andreoli "I segreti di casa Pascoli" Dipinto di George Lambert lunedì 31 dicembre 2007
Giovanni Pascoli
Giovanni Placido Agostino Pascoli (San Mauro di Romagna, 31 dicembre 1855 – Bologna, 6 aprile 1912) è stato un poeta italiano, una delle figure maggiori della letteratura italiana di fine Ottocento. La poesia di Pascoli è caratterizzata da una metrica formale con endecasillabi, sonetti e terzine coordinati con grande semplicità. Nonostante la classicità della forma esterna - provata dal gusto per le letture scientifiche, alle quali si ricollegano il tema cosmico e la precisione del lessico botanico e zoologico - Pascoli ha saputo rinnovare la poesia nei suoi contenuti, toccando temi fino ad allora trascurati dai grandi poeti. Grazie alla sua poetica è stato capace di trasmettere il piacere delle cose più semplici, viste con la sensibilità infantile che ogni uomo porta dentro di sé. Pascoli era un personaggio malinconico, rassegnato alle sofferenze della vita e alle ingiustizie della società. Ciò nonostante, seppe conservare un senso profondo di umanità e di fratellanza. Crollato l'ordine razionale del mondo in cui aveva creduto il positivismo, il poeta, di fronte al dolore e al male che dominano sulla Terra, recupera il valore etico della sofferenza che riscatta gli umili e gli infelici, capaci di perdonare i propri persecutori. Per pochi scrittori come per Pascoli le vicende della prima giovinezza furono tanto determinanti nello sviluppo creativo della maturità: sembra quasi impossibile comprendere il vero significato di gran parte - e sicuramente la più importante - della sua produzione poetica, se si ignorano i dolorosi e tormentosi presupposti biografici e psicologici che egli stesso riorganizzò per tutta la vita, in modo ossessivo, come sistema semantico di base del proprio mondo. Giovanni Pascoli nacque in una famiglia benestante, quarto dei dieci figli di Ruggero e di Caterina Allocatelli Vincenzi. Il 10 agosto 1867 il padre Ruggero venne assassinato con una fucilata mentre tornava a casa. Le ragioni e gli autori del delitto rimasero per sempre oscuri (nonostante la famiglia avesse forti sospetti sull'identità dell'assassino, come traspare evidente nella poesia "La cavallina storna"). Ma il trauma lasciò segni profondi nella vita di Giovanni. La famiglia cominciò dapprima a perdere il proprio status economico e poi a subire una serie impressionante di altri lutti, disgregandosi: costretti a lasciare la tenuta, l'anno successivo morirono la madre e la sorella Margherita, nel '71 il fratello Luigi e nel '76 il fratello maggiore Giacomo, che aveva tentato di ricostituire il nucleo familiare. Pascoli dovette lasciare il liceo di Urbino, ma poté continuare gli studi a Firenze grazie all'interessamento di un suo professore. Nella biografia lasciataci dalla sorella Maria, Lungo la vita di Giovanni Pascoli, il futuro poeta ci viene presentato come un ragazzo solido e vivace, il cui carattere non è stato alterato dalle disgrazie; per anni, infatti, le sue reazioni parvero essere volitive e tenaci, nell'impegno a terminare il liceo ed a cercare i mezzi per gli studi universitari, nonché nel puntiglio, sempre frustrato, dimostrato nel ricercare e perseguire l'assassino del padre. Conosciuto Andrea Costa ed avvicinatosi ai socialisti, cominciò, nel 1877, a tenere comizi a Forlì e a Cesena. Ciò lo portò a quello che si può definire il punto di rottura: la detenzione nel carcere di Bologna, in seguito a una retata della polizia tra i socialisti che avevano organizzato una manifestazione contro il governo per la condanna dell'anarchico Giovanni Passannante. L'isolamento forzato - dopo la goliardica esperienza dell'università e dell'impegno politico nei movimenti della sinistra - lo costrinse forse a riflettere su di sé. È da qui che cominciò quella che la critica storica ha registrato come la regressione infantile di Pascoli. Dopo la laurea conseguita a Bologna nel 1882 (insegnante era il noto scrittore e poeta Giosuè Carducci) ebbe inizio la sua carriera di professore di latino e greco nei licei di Matera e di Massa. Qui volle vicino a sé le due sorelle minori Ida e Maria, con le quali tentò di ricostituire il primitivo nucleo familiare. Dal '87 al '95 insegnò a Livorno. Intanto iniziava la collaborazione con la rivista «Vita nuova», su cui uscirono le prime poesie di Myricae (la raccolta continuò a rinnovarsi in cinque edizioni fino al 1900).Vinse, inoltre, per ben tredici volte di seguito la medaglia d'oro al concorso di poesia latina di Amsterdam, col poemetto Veianus e coi successivi Carmina. Nel '94 fu chiamato a Roma per collaborare con il Ministero della pubblica istruzione; nella capitale pubblicò la prima versione dei Poemi conviviali (Gog e Magog). Costretto dalla sua professione di docente universitario a lavorare in città (Bologna, Firenze e Messina, dove insegnò per alcuni anni all'Università e compose tra le sue più belle poesie, una su tutte: "L'Aquilone"), egli non si radicò mai in esse, preoccupandosi sempre di garantirsi una "via di fuga" verso il proprio mondo di origine, quello agreste. Addirittura si può dire che la vita moderna della città non entrò mai, neppure come antitesi, come contrapposizione polemica, nella poesia pascoliana: egli, in un certo senso, non uscì mai dal suo mondo, che costituì, in tutta la sua produzione letteraria, l'unico grande tema, una specie di microcosmo chiuso su sé stesso, come se il poeta avesse bisogno di difenderlo da un minaccioso disordine esterno che, però, rimase innominato e oscuro, privo di riferimenti e di identità, come lo era stato l'assassino di suo padre. Sull'ambiguo e tormentato rapporto con le sorelle - il "nido" familiare che ben presto divenne "tutto il mondo" della poesia di Pascoli - ha scritto parole di estrema chiarezza il poeta Mario Luzi: «Di fatto si determina nei tre che la disgrazia ha diviso e ricongiunto una sorta di infatuazione e mistificazione infantili, alle quali Ida è connivente solo in parte. Per il Pascoli si tratta in ogni caso di una vera e propria regressione al mondo degli affetti e dei sensi, anteriore alla responsabilità; al mondo da cui era stato sbalzato violentemente e troppo presto. Possiamo notare due movimenti concorrenti: uno, quasi paterno, che gli suggerisce di ricostruire con fatica e pietà il nido edificato dai genitori; di investirsi della parte del padre, di imitarlo. Un altro, di ben diversa natura, gli suggerisce invece di chiudersi là dentro con le piccole sorelle che meglio gli garantiscono il regresso all'infanzia, escludendo di fatto, talvolta con durezza, gli altri fratelli. In pratica il Pascoli difende il nido con sacrificio, ma anche lo oppone con voluttà a tutto il resto: non è solo il suo ricovero ma anche la sua misura del mondo. Tutto ciò che tende a strapparlo di lì in qualche misura lo ferisce; altre dimensioni della realtà non gli riescono, positivamente, accettabili. Per renderlo più sicuro e profondo lo sposta dalla città, lo colloca tra i monti della Garfagnana dove può, oltre tutto, mimetizzarsi con la natura.». Nel 1895 si trasferì con la sorella Maria nella casa di Caprona, colle di Castelvecchio presso Barga, che divenne la sua residenza stabile. Le trasformazioni politiche e sociali che agitavano gli anni di fine secolo e preludevano alla catastrofe bellica europea e all'avvento del fascismo gettarono progressivamente Pascoli, già emotivamente provato dall'ulteriore fallimento del suo tentativo di ricostruzione familiare, in una condizione di insicurezza e pessimismo ancora più marcati. Dal 1897 al 1903 insegna latino all'Università di Messina, e col ricavato della vendita di alcune medaglie d'oro vinte nei concorsi, compra una casa a Castelvecchio. Nel 1905 assume la cattedra di letteratura all'Università di Bologna succedendo a Carducci. Nel 1912 muore a causa di un cancro all'addome a Bologna e viene sepolto nella cappella annessa alla sua dimora di Castelvecchio di Barga, dove sarà tumulata anche l'amata sorella Maria. Gianfranco Contini ha osservato i «pasticci» fatti dal Pascoli sulla storia d'Italia. Carlo Emilio Gadda, intervistato da Alberto Arbasino, li definì «ridicolissimi»: quando per esempio Pascoli cerca di inseguire contemporaneamente la retorica di Carducci e di D'Annunzio... così l'Inno a Torino, per l'Esposizione del Cinquantenario dell'Unità d'Italia, a suo avviso risulta una scemenza: «Toro divino ch'oltra due fiumane... - ...sbalzando al piano, corneggiando al vento...». E sulla poesia Garibaldi vecchio a Caprera, Gadda commenta il verso "cova il fuoco, cova il suo pensiero" «così gallinesco, così poco dignitoso.» «E poi rimemora i suoi anni giovanili sotto forma de "lo stallone e la sua gioventù". Ma è vagamente ridicola questa epopea dello stallone. Ed è leggermente comico che il Pascoli pretenda di rappresentare i ricordi di gioventù di uno stallone. Però la lirica è particolarmente efficace sia nella terminologia marinaresca e sudamericana con la quale il ricordo viene espresso, sia nei rapidi versi finali: "Più veloce sei tu del pampero, più del tempo… del tempo che fu…"» Tra coloro che hanno fortemente criticato il Pascoli, identificando il "fanciullo" come "l'infantile", si annovera anche Benedetto Croce Fonte: http://it.wikipedia.org/wiki/Giovanni_Pascoli. Interessante anche il libro di Vittorino Andreoli "I segreti di casa Pascoli" Dipinto di George Lambert
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