giovedì 6 novembre 2008

Michelle

6/11/2008 - LA NUOVA FIRST LADY
E l'impetuosa Michelle travolse Stevie Wonder
Energia e orgoglio nero, è lei il lato fisico dell'etereo Barack
MARIA GIULIA MINETTI Il migliore amico dei miei ultimi sedici anni, il pilastro della nostra famiglia, l’amore della mia vita», l’ha chiamata suo marito nel primo discorso da Presidente, la voce spezzata dall’emozione. «Senza di lei non sarei qui». E non parlava solo del sostegno durante il periodo elettorale. L’incontro con Michelle Robinson è stato fondamentale per la carriera politica del giovane Barack. Che è partita con l’esempio del padre di lei, attivista democratico con un vasto seguito nel South Side di Chicago.Giocata «al ribasso» per quasi tutta la campagna presidenziale del marito - i cui consiglieri s’erano spaventati per le ripercussioni della famosa frase: «È la prima volta che sono orgogliosa del mio Paese» detta dopo la prima grande vittoria di Barack alle primarie - Michelle era rientrata in pista con grande sicurezza. «Nuova del mestiere, ma non più una novizia», titolava il New York Times in un articolo alla fine di ottobre. A leggerlo si capiva che la fine del noviziato coincideva con un controllo su se stessa conquistato con tanta fermezza da ridarle la fiducia dello staff democratico. «Una volta la consideravano una forza imprevedibile, capace di dirne una di troppo - notava il giornalista Patrick Healy - adesso la considerano disciplinata, efficace nel perorare la causa del marito». Efficace soprattutto nell’affrontare e vincere, apparizione dopo apparizione, discorso dopo discorso, la sua grande sfida con gli elettori: abituarli all’idea di una First Lady con la pelle nera.Perché il colore della pelle di Michelle era un problema «in sé», non semplicemente parte del più generale problema di fare accettare all’America bianca una presidenza «colorata». La percezione che di Barack Obama, della «negritudine» di Barack Obama hanno gli americani, è diversa da quella che hanno di sua moglie. Barack non è il discendente di una famiglia che ha conosciuto la schiavitù, suo padre era un cittadino kenyota nato libero nella sua terra. Michelle, invece, porta nell’albero genealogico il segno delle catene. E di quel segno gli americani hanno paura, e hanno paura perché è il segno della loro vergogna, del loro peccato. E da chi ha quel segno s’aspettano, pur senza confessarlo, forse neppure avendone coscienza, una vendetta, una punizione. Toccava a Michelle esorcizzare la paura.Ma a Michelle è toccato anche il compito opposto. Michelle ha «garantito» la negritudine di suo marito presso i fratelli neri, gli ha detto: «Io sono una di voi, e pure lui lo è, per mio tramite. Se è il mio eroe, vuol dire che è anche il vostro eroe. Potete fidarvi di lui». E se il linguaggio corporeo di Obama ha un che di etereo, di «non sostanziale», quasi fosse più elfo che uomo, il linguaggio del corpo magnifico e possente di Michelle è lo stesso delle grandi, poderose cantanti di blues, delle domestiche matrone dei sobborghi neri metropolitani.Pochi in Italia l’hanno vista, presentata da Oprah Winfrey a un gigantesco raduno, avanzare sul palco tutta vestita di bianco, falcate da atleta, un abbraccio a Stevie Wonder tanto esuberante che l’ha fatto cadere dal palco («Quella volta che Michelle ha cercato di uccidere Stevie Wonder» è il titolo del video su YouTube), pochi l’hanno vista dialogare con Whoopy Goldberg con una rispondenza di movimenti, di espressioni davvero meravigliosa.Se Barack incarna un sogno, se guardandolo si crede davvero che volere è potere (questo significa «yes, we can»), tanto più lo incarna Michelle, che nella sua ascesa sociale ha contato solo sulla sua intelligenza, la sua forza, la sua determinazione. Adesso la domanda è: cosa farà alla Casa Bianca? Saprà tenere in equilibrio, da donna di formidabile intelligenza qual è, l’immagine tranquillizzante che s’è costruita a misura dei bianchi e l’immagine «folk» (non nel senso umiliante di Sarah Palin, che usa la parola come sinonimo di mediocrità, ma nel senso esaltante dell’orgoglio identitario), saprà, Michelle, essere la sintesi che s’è proposta di essere? Azzarderò un pronostico: la testa sarà equilibrata, ma il cuore no. Che il cuore batta dalla parte del folk s’è visto già la sera delle elezioni vittoriose, accolte con addosso un trionfale vestito rosso e nero che è un inno al gusto della sua gente. Una bandiera, una rivendicazione, una promessa. Go, Michelle, go. da a Stampa

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