Ad un anno dalla morte di Sergio Ramelli, a Milano si vive sotto una cappa di paura e di tensione. Non passa giorno senza che l'elenco delle aggressioni dell'"antifascismo militante" si allunghi. La sinistra estrema e quella ufficiale sono compatte, mobilitate con tutte le loro energie, per impedire qualsiasi forma di commemorazione pubblica dell'anniversario. La famiglia stessa non riesce a trovare una chiesa in cui far recitare una messa di suffragio dopo il rifiuto del parroco di viale Argonne. Come ai tempi della prima guerra civile, nel 1945, anche i preti hanno paura e temono ritorsioni. Arriva così il mattino del 29 aprile e si sa già che sarà una giornata dura; per il pomeriggio è previsto il raduno dei militanti di destra in via Mancini, sede del MSI, ma alle prime luci dell'alba la sinistra ha già deciso come "commemorare", a modo suo, la morte di Sergio. Assassinando l'avvocato Enrico Pedenovi, 50 anni, consigliere provinciale del MSI, padre di due figlie di 22 e 10 anni. Enrico Pedenovi era un "nemico" semplicemente in quanto esponente missino. Il suo volto e il suo indirizzo erano stati pubblicati da "Lotta continua" su una lista di proscrizione dal significativo titolo di "Pagherete tutto" contenente nomi, immagini, indirizzi e abitudini di un centinaio di militanti della destra milanese. Nel corso del procedimento penale si scoprirà, infatti, che gli autori del delitto, militanti proprio di Lotta Continua che aspiravano a diventare terroristi di Prima Linea, scelsero, tra i molti obiettivi possibili e schedati, quello "più facile". Facile perché Pedenovi era un uomo pacifico e metodico che non adottava precauzioni, che usciva sempre alla stessa ora, senza guardarsi alle spalle. Ma facile anche perché, come dissero gli imputati: "l'omicidio era legittimato". Quando la notizia della morte di Pedenovi si diffuse, come è ovvio decine di missini cercarono di recarsi sul luogo del delitto per portare un fiore, per esprimere cordoglio alla famiglia; ma l'intera zona era chiusa, presidiata da un cordone, non già di polizia o carabinieri, bensì di almeno seimila compagni con i volti coperti e le chiavi inglesi. In tutte le strade limitrofe al luogo del delitto gruppi armati di comunisti impedivano a chiunque di avvicinarsi. Ci furono inseguimenti e decine di pestaggi. Chi riuscì a forzare il blocco e ad arrivare sul luogo del delitto, non vi trovò neppure un fiore, né l'ombra di un poliziotto. Rimaneva solo una "anonima" macchia di sangue sull'asfalto per la quale nessuno aveva il coraggio di mostrare pietà, in un grigio squallore figlio della paura e dell'inciviltà, simboli di quegli anni impossibili. da http://www.aubologna.it. i fiori sono di Berghe
domenica 29 aprile 2007
Never forget: ENRICO PEDENOVI
Ad un anno dalla morte di Sergio Ramelli, a Milano si vive sotto una cappa di paura e di tensione. Non passa giorno senza che l'elenco delle aggressioni dell'"antifascismo militante" si allunghi. La sinistra estrema e quella ufficiale sono compatte, mobilitate con tutte le loro energie, per impedire qualsiasi forma di commemorazione pubblica dell'anniversario. La famiglia stessa non riesce a trovare una chiesa in cui far recitare una messa di suffragio dopo il rifiuto del parroco di viale Argonne. Come ai tempi della prima guerra civile, nel 1945, anche i preti hanno paura e temono ritorsioni. Arriva così il mattino del 29 aprile e si sa già che sarà una giornata dura; per il pomeriggio è previsto il raduno dei militanti di destra in via Mancini, sede del MSI, ma alle prime luci dell'alba la sinistra ha già deciso come "commemorare", a modo suo, la morte di Sergio. Assassinando l'avvocato Enrico Pedenovi, 50 anni, consigliere provinciale del MSI, padre di due figlie di 22 e 10 anni. Enrico Pedenovi era un "nemico" semplicemente in quanto esponente missino. Il suo volto e il suo indirizzo erano stati pubblicati da "Lotta continua" su una lista di proscrizione dal significativo titolo di "Pagherete tutto" contenente nomi, immagini, indirizzi e abitudini di un centinaio di militanti della destra milanese. Nel corso del procedimento penale si scoprirà, infatti, che gli autori del delitto, militanti proprio di Lotta Continua che aspiravano a diventare terroristi di Prima Linea, scelsero, tra i molti obiettivi possibili e schedati, quello "più facile". Facile perché Pedenovi era un uomo pacifico e metodico che non adottava precauzioni, che usciva sempre alla stessa ora, senza guardarsi alle spalle. Ma facile anche perché, come dissero gli imputati: "l'omicidio era legittimato". Quando la notizia della morte di Pedenovi si diffuse, come è ovvio decine di missini cercarono di recarsi sul luogo del delitto per portare un fiore, per esprimere cordoglio alla famiglia; ma l'intera zona era chiusa, presidiata da un cordone, non già di polizia o carabinieri, bensì di almeno seimila compagni con i volti coperti e le chiavi inglesi. In tutte le strade limitrofe al luogo del delitto gruppi armati di comunisti impedivano a chiunque di avvicinarsi. Ci furono inseguimenti e decine di pestaggi. Chi riuscì a forzare il blocco e ad arrivare sul luogo del delitto, non vi trovò neppure un fiore, né l'ombra di un poliziotto. Rimaneva solo una "anonima" macchia di sangue sull'asfalto per la quale nessuno aveva il coraggio di mostrare pietà, in un grigio squallore figlio della paura e dell'inciviltà, simboli di quegli anni impossibili. da http://www.aubologna.it. i fiori sono di Berghe
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