mercoledì 7 novembre 2007

La televisione prima dello spettacolo di Aldo Grasso

Da «Rotocalco» a «Il fatto»: interviste a grandi (e piccoli) della storia
La televisione prima dello spettacolo
Tanti i programmi in tv di Biagi, caratterizzati sempre da un linguaggio chiaro e da uno stile asciutto

********************************************************************************** «Se si vuole raccontare una storia è necessario, prima di tutto, che questa storia interessi alla gente; ma non si riescono a raccontare storie se non si ha un punto di vista». In questa semplice frase, si racchiude tutto il modo di fare tv di Enzo Biagi. In tanti anni, in mille trasmissioni, Biagi ha saputo creare uno stile inconfondibile, sobrio e asciutto. Tirati da tutte le parti, frastornati da tanti messaggi, rischiamo spesso di dimenticare il nitore della semplicità, la maestria di un linguaggio trasparente. Lui non lo ha mai dimenticato, fino alla fine, quando ormai faceva fatica a stare davanti a una telecamera. La Rai deve molto a Biagi, fin dal settembre 1961 quando Ettore Bernabei lo chiamò alla direzione del telegiornale. Si pensò allora che l'arrivo di un professionista stimato potesse aprire una nuova epoca nell'informazione paludata della Rai. Biagi chiese solo di poter scegliere giornalisti svincolati dai partiti. Scelta impossibile, e il suo incarico durò pochi mesi. Nel '62 fonda «RT», il primo rotocalco tv d'attualità con la grafica e i contenuti della stampa periodica illustrata; nel '69 cura «Dicono di lei», una serie di interviste a personaggi famosi. Nel '78-'79 conduce «Made in England» e «Douce France », due grandi cicli di inchieste internazionali, quindi un'altra serie di servizi sul traffico d'armi, sulla mafia e sui più scottanti problemi della società italiana. Nell' 82 presenta il primo ciclo di «Film dossier » e l'anno dopo «Questo secolo: 1943 e dintorni», trasmissione che attraverso documenti, fotografie, filmati e ricordi cerca di ricostruire gli avvenimenti che avevano caratterizzato un periodo di radicali cambiamenti. Negli anni seguenti le sue apparizioni tv sono sempre più frequenti: «1935 e dintorni», «Terza B, facciamo l'appello » ('84), «Linea diretta» ('85-'86), «Spot» ('86), «Il caso» ('88), «Il muro di Berlino» ('89), «I dieci comandamenti all'italiana » ('91, dove fa esordire mons. Ersilio Tonini), «Una storia» ('92), «La lunga marcia», un'inchiesta sul «gigante Cina » ('94) e dal '95 «Il fatto» appuntamento quotidiano interrotto nell'aprile 2002 dal famoso «editto bulgaro» di Berlusconi. Negli ultimi tempi è tornato sugli schermi con la riproposta di «RT», quasi a voler idealmente chiudere il cerchio della sua straordinaria presenza in video. Fra i molti programmi, realizzati sempre con il prezioso contributo di Franco Iseppi, il più importante rimane sicuramente «Linea diretta», approfondimento giornalistico di mezza sera, in seguito molto imitato, a partire dalla rassegna stampa. Con «Linea diretta» Biagi ha inventato un nuovo spazio televisivo e soprattutto un linguaggio. Se oggi la tv italiana dispone di angoli di riflessione sulle notizie lo si deve a quel primo, metodico appuntamento, a quella discussione fuori degli schemi dei tg (tra l'altro, in quel periodo Biagi, Arbore e la Carrà, quasi da soli, salvarono la Rai dai vigorosi attacchi dell'allora Fininvest). Fra le molte interviste ai potenti della terra (li ha incontrati quasi tutti), fra i numerosi ricordi dei suoi incontri resta indimenticabile il documentario con cui Biagi nel '95 ha accompagnato, prima a Disneyland e poi a Lourdes, 270 bambini colpiti da gravi malattie: chi dalla distrofia, chi da traumi, chi dalla sindrome down, chi dalla leucemia. Come al solito, il grande merito di Biagi è stato quello di saperci proporre storie esemplari, scarne, significative. Saper trasformare fatti di cronaca in apologhi decisivi. E nei sorrisi rubati a quei figli, a quelle madri ci siamo accorti come la salute del corpo sia un fatto straordinario; e come la sua negazione ci appaia aberrante e intollerabile solo quando la proviamo su di noi o la vediamo riflessa sui volti dei più indifesi. E come non ricordare l'intervista a Roberto Benigni del '97? Fra i due, che nel salutarsi si sono scambiati persino uno sfregamento di naso alla costumanza lappone, il più monello sembrava Biagi: imbeccava l'altro con sapienza, non nascondeva la voluttà di sentirsi provocato, arrossiva ma pareva quasi rallentare l'incontro per crogiolarsi nel divertimento. Benigni non si è risparmiato; via via, è diventato sempre più incontenibile (e incontinente) fino allo spogliarello finale. In realtà, la presenza tv di Biagi, così ben raffigurata da questo incontro, è stata insieme una lunga intimità con il dubbio e un forma particolare di indignazione. Il tono quasi dimesso, che rappresenta la cifra inconfondibile di ogni programma tv di Biagi, è in realtà il frutto di un ostinato lavoro di spoliazione. La sua prosa tv è sempre stata senza aggettivi, ha mirato all'essenziale, ha sfrondato ogni orpello inutile: questo significa buttare via immagini, prosciugare le sequenze, disadornare i servizi. Specie nelle inchieste, Biagi ha sempre avuto una particolare attenzione alla costruzione formale; per questo si è sempre avvalso della collaborazione di ottimi professionisti come Luciano Arancio, Vincenzo Gamna, Franco Campigotto: il documentario sull'Etiopia è anche un esempio di regia. Nell'epoca trionfante del giornalismo spettacolo, Biagi si è ostinato a proporre lo spettacolo di un giornalismo che tocca ancora una corda molto nascosta e raggiunge il sortilegio più raro, quello della sobrietà e dell'essenzialità. Uno stile ha anche un'anima quando sa esibire quella misteriosa qualità tv che si chiama credibilità: sensazione che nasce dai toni, delle parole, dai tratti fisionomici, da una fiducia conquistata. A dimostrazione che in video la faccia, i gesti, la voce, il rigore professionale hanno un valore cui non si può tanto facilmente rinunciare. È il momento in cui lo spettatore riconosce — per ripetere la frase di Biagi — un personale punto di vista. Per tante sere, con «Il fatto», Biagi ha rappresentato un appuntamento fisso, una sorta di bussola nel frastuono delle notizie. Non si limitava solo a esprimere un parere sugli avvenimenti più rilevanti della giornata; spesso l'avvenimento lo creava lui: «Buttar giù un parere, in fondo, sarebbe più facile; alla mia età me lo perdonerebbero in molti. Ma credo che la gente da me si aspetti altro: prima dei commenti, le certezze. E le sole certezze che può dare un giornalista sono i fatti. Niente è più dimostrato di ciò che è accaduto ». Per «durare», per raggiungere il successo in tv spesso si preferisce una certa dolce passività, un'ottusità tranquilla. Il grande insegnamento di Biagi è stato quello di forzare questa acquiescenza, di lasciarsi spingere dalla curiosità. Il buon cronista, diceva, non si accontenta mai di sostare sulla soglia degli edifici che vuole conoscere: ogni volta, instancabilmente, esige di visitarne tutte le più recondite stanze. È stato un buon cronista, ha svolto bene il suo compito, come suggeriva il profeta Isaia: «Colloca una vedetta notturna, che gridi quello che vede». Aldo Grasso Dipinto di Julio Gomez Biedma

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